04/02/13

Lo scudo e le gradinate



Apro gli occhi. Sdraiato sul materassino da campeggio. Fisso il bianco delle piastrelle. Grumi di cartaigenica in poltiglia pendono dal soffitto che scende a spiovere. Lo scherzo di qualche burlone del passato. Rimasto lì a seccare per anni, ed ora dentro i miei occhi. Li chiudo. Qualcuno ha parlato. Un’ora. Un minuto. Un secondo. Un giorno. Li riapro. Le finestre di vetro ruvido inondano la stanza di una luce blu ghiaccio. Le cinque del mattino. Dove sono? Sono in uno spogliatoio allo stadio Carlini. Oggi è il 18 luglio del 2001. Qualcuno ha parlato. Le piastrelle rosse del pavimento. Due stanze, spogliatoi docce e cessi. Le panchine addosso ai muri sono ingombre di casse. Maschere antigas, caschi, guanti da lavoro, occhialini da saldatore e materassini da campeggio per le protezioni. Dormo affianco al generatore. Non fa freddo. Chiudo gli occhi, ma qualcuno parla di nuovo. Una voce ripetitiva dal tono preoccupato squillante. Svegliaa, alzatevi. Dobbiamo prepararci. Svegliaa. Svegliaa. Riapro gli occhi. Dall’altra parte della stanza dorme il Lencio. Non da segni di vita. Poco più in là Michele, si sta invece alzando. Il fastidio della voce litaniosa continua. Svegliaa alzatevii sveglia…Non riesco a capire da dove proviene. Forse da fuori. Cerco di issarmi sui gomiti, ma non è un vero tentativo. Richiudo gli occhi e sento i passi di Michele che esce dallo spogliatoio. Un’ora, un secondo, un giorno. Un minuto. Michele rientra e i suoi passi sono affrettati. “Ragazzi alzatevi c’è la polizia!”. Il respiro si blocca un istante ed una voce roca chiede “Stai scherzando?” Da sotto le palpebre capisco che è la mia. “No, vogliono fare una perquisizione, alzatevi!” Uno, due, tre secondi. Mi alzo di scatto, gira la testa e quella che mi passa in mente è una grande bestemmia. Il sonno in quei giorni è troppo poco e la lucidità alla mente fatica a venire. E’ l’alba. Anzi è il crepuscolo prima dell’alba. Scuoto il Lencio dallo stato di morte apparente e gli comunico la notizia. “Sveglia ci son gli sbirri” In mezzo secondo è già in piedi. Mi sciacquo la faccia con acqua fredda per cercare di raggiungere il mio stato cosciente. In quel momento entra di corsa un compagno. Lo vedo nello specchio prendere una sedia e nascondere un cubo di fumo sopra il neon che pende dal soffitto. Penso che non sia una grande idea nasconderlo nel magazzino dove teniamo il materiale per la piazza ma non dico nulla. “Se quando torni non c’è più non sono stato io”  lo apostrofo. Dai vieni e chiudiamo a chiave. Giù per il corridoio, su per le scale usciamo e siamo subito dall’ingresso. Lo sguardo va fuori dal cancello chiuso dove si affollano i compagni. Sbirri in assetto. Lo sguardo scorre sopra i caschi. E scorre e scorre e scorre e scorre….lo stomaco si stringe strizzato da dita forti ed invisibili. Mi faccio spazio e mi sporgo dal cancello…e scorre e scorre. Cazzo, sono tantissimi. Sembra che abbiano circondato lo stadio. Sguardi cattivi filtrano attraverso il plexiglass delle visiere. Sotto il casco blu qualcuno ha il viso coperto da fazzoletti alzati. Una voce arriva dal gruppo di contatto. Stanno per entrare! Cordone! Le braccia si incrociano forti e strette con i compagni. Uniti e compatti quel fiume di caschi neri e blu mette meno paura.  Due cordoni, uno di fronte all’altro. Un corridoio con pareti di uomini e donne. Si apre il cancello. Adrenalina nella presa delle braccia. Stanno entrando. No, non tutti. Solo una decina. Digos per lo più, circondati dai giornalisti e dal gruppo di contatto. Scorrono nel nostro corridoio umano passandoci davanti. Casarini ha il passo deciso e lo sguardo che non ammette repliche. La palla ora ce l’abbiamo noi. Anche se fuori gli sbirri sono centinaia. Entrano nel campo di terra e ghiaia. Noi restiamo immobili in alto sulle gradinate. Siamo tutti schierati e in cordone a guardarli passare. Fanno pochi passi poi Casarini si ferma. Raccoglie da terra uno scudo in plexiglass. In verde campeggia la scritta NO G8!  Lo mostra agli sbirri e lo mostra ai giornalisti. Poi si gira e lentamente lo alza verso le gradinate. Ci guarda, lo guardiamo e, cazzo, sembra davvero una specie di guerriero medievale. Boromir. Un brivido percorre la folla ed un applauso ed un unico grande grido d’approvazione rispondo ai riflessi del sole sullo scudo al cielo. Quello che stiamo facendo è dichiararlo. Senza paura, senza esitazione. Noi sfonderemo la zona rossa. E lo faremo così, solo con questi scudi, solo con i nostri corpi e non ci potrete fermare se non con abnorme violenza. Perché noi siamo nel giusto. Perché noi siamo il colore della terra. Gli sbirri vengono scortati fuori e mentre risalgono i gradoni un coro nasce spontaneo e cresce sempre più forte fino a farsi assordante. Genova libera, GENOVA LIBERA! GENOVA LIBERA! Affrettano il passo inseguiti da questo grido pressante ed escono. Dietro di loro neanche si chiude il cancello. Non abbiamo nulla da nascondere. Quelli che si nascondono dietro grate di ferro siete voi, otto grandi impauriti.  
Quella perquisizione forse non sarebbe dovuta andare così secondo i loro piani . Ma come sappiamo avrebbero avuto modo di rifarsi. Usando contro un unico corpo compatto e multiforme quell’abnorme violenza che è tipica del potere. Assassini aguzzini e bugiardi a difendere un sistema in procinto di collassare in una crisi globale. Otto. Eppure contro di loro l’umanità.

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