Apro gli occhi. Sdraiato sul
materassino da campeggio. Fisso il bianco delle piastrelle. Grumi di
cartaigenica in poltiglia pendono dal soffitto che scende a spiovere. Lo
scherzo di qualche burlone del passato. Rimasto lì a seccare per anni, ed ora
dentro i miei occhi. Li chiudo. Qualcuno ha parlato. Un’ora. Un minuto. Un
secondo. Un giorno. Li riapro. Le finestre di vetro ruvido inondano la stanza
di una luce blu ghiaccio. Le cinque del mattino. Dove sono? Sono in uno
spogliatoio allo stadio Carlini. Oggi è il 18 luglio del 2001. Qualcuno ha
parlato. Le piastrelle rosse del pavimento. Due stanze, spogliatoi docce e
cessi. Le panchine addosso ai muri sono ingombre di casse. Maschere antigas,
caschi, guanti da lavoro, occhialini da saldatore e materassini da campeggio
per le protezioni. Dormo affianco al generatore. Non fa freddo. Chiudo gli
occhi, ma qualcuno parla di nuovo. Una voce ripetitiva dal tono preoccupato
squillante. Svegliaa, alzatevi. Dobbiamo
prepararci. Svegliaa. Svegliaa. Riapro gli occhi. Dall’altra parte della
stanza dorme il Lencio. Non da segni di vita. Poco più in là Michele, si sta
invece alzando. Il fastidio della voce litaniosa continua. Svegliaa alzatevii
sveglia…Non riesco a capire da dove proviene. Forse da fuori. Cerco di issarmi
sui gomiti, ma non è un vero tentativo. Richiudo gli occhi e sento i passi di Michele
che esce dallo spogliatoio. Un’ora, un secondo, un giorno. Un minuto. Michele
rientra e i suoi passi sono affrettati. “Ragazzi alzatevi c’è la polizia!”. Il
respiro si blocca un istante ed una voce roca chiede “Stai scherzando?” Da
sotto le palpebre capisco che è la mia. “No, vogliono fare una perquisizione,
alzatevi!” Uno, due, tre secondi. Mi alzo di scatto, gira la testa e quella che
mi passa in mente è una grande bestemmia. Il sonno in quei giorni è troppo poco
e la lucidità alla mente fatica a venire. E’ l’alba. Anzi è il crepuscolo prima
dell’alba. Scuoto il Lencio dallo stato di morte apparente e gli comunico la
notizia. “Sveglia ci son gli sbirri” In mezzo secondo è già in piedi. Mi
sciacquo la faccia con acqua fredda per cercare di raggiungere il mio stato
cosciente. In quel momento entra di corsa un compagno. Lo vedo nello specchio
prendere una sedia e nascondere un cubo di fumo sopra il neon che pende dal
soffitto. Penso che non sia una grande idea nasconderlo nel magazzino dove
teniamo il materiale per la piazza ma non dico nulla. “Se quando torni non c’è
più non sono stato io” lo apostrofo. Dai
vieni e chiudiamo a chiave. Giù per il corridoio, su per le scale usciamo e
siamo subito dall’ingresso. Lo sguardo va fuori dal cancello chiuso dove si
affollano i compagni. Sbirri in assetto. Lo sguardo scorre sopra i caschi. E
scorre e scorre e scorre e scorre….lo stomaco si stringe strizzato da dita
forti ed invisibili. Mi faccio spazio e mi sporgo dal cancello…e scorre e
scorre. Cazzo, sono tantissimi. Sembra che abbiano circondato lo stadio.
Sguardi cattivi filtrano attraverso il plexiglass delle visiere. Sotto il casco
blu qualcuno ha il viso coperto da fazzoletti alzati. Una voce arriva dal gruppo
di contatto. Stanno per entrare! Cordone! Le braccia si incrociano forti e
strette con i compagni. Uniti e compatti quel fiume di caschi neri e blu mette
meno paura. Due cordoni, uno di fronte
all’altro. Un corridoio con pareti di uomini e donne. Si apre il cancello. Adrenalina
nella presa delle braccia. Stanno entrando. No, non tutti. Solo una decina.
Digos per lo più, circondati dai giornalisti e dal gruppo di contatto. Scorrono
nel nostro corridoio umano passandoci davanti. Casarini ha il passo deciso e lo
sguardo che non ammette repliche. La palla ora ce l’abbiamo noi. Anche se fuori
gli sbirri sono centinaia. Entrano nel campo di terra e ghiaia. Noi restiamo immobili
in alto sulle gradinate. Siamo tutti schierati e in cordone a guardarli
passare. Fanno pochi passi poi Casarini si ferma. Raccoglie da terra uno scudo
in plexiglass. In verde campeggia la scritta NO G8! Lo mostra agli sbirri e lo mostra ai
giornalisti. Poi si gira e lentamente lo alza verso le gradinate. Ci guarda, lo
guardiamo e, cazzo, sembra davvero una specie di guerriero medievale. Boromir.
Un brivido percorre la folla ed un applauso ed un unico grande grido d’approvazione
rispondo ai riflessi del sole sullo scudo al cielo. Quello che stiamo facendo è
dichiararlo. Senza paura, senza esitazione. Noi sfonderemo la zona rossa. E lo
faremo così, solo con questi scudi, solo con i nostri corpi e non ci potrete fermare
se non con abnorme violenza. Perché noi siamo nel giusto. Perché noi siamo il
colore della terra. Gli sbirri vengono scortati fuori e mentre risalgono i
gradoni un coro nasce spontaneo e cresce sempre più forte fino a farsi
assordante. Genova libera, GENOVA LIBERA! GENOVA LIBERA! Affrettano il passo
inseguiti da questo grido pressante ed escono. Dietro di loro neanche si chiude
il cancello. Non abbiamo nulla da nascondere. Quelli che si nascondono dietro
grate di ferro siete voi, otto grandi impauriti.
Quella perquisizione forse non sarebbe dovuta andare
così secondo i loro piani . Ma come sappiamo avrebbero avuto modo di rifarsi.
Usando contro un unico corpo compatto e multiforme quell’abnorme violenza che è
tipica del potere. Assassini aguzzini e bugiardi a difendere un sistema in
procinto di collassare in una crisi globale. Otto. Eppure contro di loro l’umanità.
Nessun commento:
Posta un commento
Se lasci un commento...firmati!