26/09/15

Summertime


La donna sussurò fissando il buio della finestra. Non ci fu risposta. Quanti ricordi in quella sera, quante immagini nella mente. Fuggiva. Fuggiva in memorie di altri luoghi,di altri tempi, di altre persone perché lì, ora quell’afa era opprimente. Fuggiva al sudore, all’ansia, al silenzio. Fuggiva al pensiero duro di lui. Il Silenzio. Ormai era diventato una costante tra loro. Non era fatto di sguardi. Non era semplice assenza di suono perché a volte si può stare insieme senza bisogno di dire nulla, soltanto percependo lo scorrere della vita nel corpo dell’altro. No, non era quel tipo di silenzio. Era assenza totale. Anche quando erano vicini, nella stessa stanza, nello stesso letto addirittura. Erano distanti. Tutti e due. Da un’altra parte, lontano, con altri visi davanti agli occhi. Anche quando parlavano in realtà era silenzio. Parole vuote, prive di senso reale, domande lasciate a cadere senza risposta, senza pretesa di risposta. Dialogo muto, lo chiamava. Le sarebbe piaciuto imparare la lingua dei segni. Forse senza parole, con i gesti delle mani e le espressioni del viso….forse così sarebbero riusciti a parlare. Di nuovo. A dirsi davvero qualcosa. Silenzio. Quante volte avevano lasciato squillare il telefono in quel gelo assoluto. Dieci, quindici trilli poi la linea cadeva. Lei leggeva un libro, lui guardava la tv. I bambini studiavano in camera. Il bisogno di dire tanto. La voglia di dire niente. A volte lo sguardo di lei cadeva sul suo collo. L’immaginazione partiva e il desiderio che lui le parlasse finalmente, come una volta o forse come non aveva mai fatto…quel desiderio la travolgeva. La attanagliava, la mandava in agitazione. Dimmi qualcosa ti prego, dimmi qualcosa. Ma lui non diceva niente. Oppure forse percepiva e allora parlava ma il suo tono era di ghiaccio e il senso non c’era. “Riesci a star ferma su quella cazzo di sedia? Non riesco a sentire il tg…”  “ non abbiamo ancora pagato l’assicurazione dell’auto, vai tu o devo farlo io?” o più spesso diceva soltanto “Domani non ci sono”. Lei allora non diceva nulla. Il suo desiderio di lui si spezzava in un attimo. L’espressione cambiava, si faceva vuota, un’altra volta. I suoi occhi tornavano alle pagine di Baricco. A sognare tra i libri. Inutile insistere. Inutile chiedere dove, quando, come. Non avrebbe risposto. Non poteva rispondere. Silenzio. Era sempre silenzio. Finché quell’atonia senza note, quel mondo di sguardi vacui e di gesti non visti esplodeva d’improvviso. Bicchieri contro i muri, tavole rovesciate, porte sfasciate a furia di sbattersi. Urla, lacrime, sfinimento. Oppure a volte, d’improvviso, il sesso. La notte, la sera, il bisogno reciproco di sfogarsi di sentirsi vivi si tramutava in un'attrazione imprevista, animalesca. Lo sentivano in un attimo quel calore. Dopo tanto i loro occhi si incrociavano per caso e bastava quello. La prendeva con foga e le sue mani erano forti e dure. I vestiti cadevano, le lingue si fondevano in un'unica bocca bagnata, pulsante. Sentiva i suoi peli, sentiva il suo corpo e le unghie di lei lasciavano segni di passione nella carne. I loro corpi si aggrovigliavano, rotolavano, si schiacciavano. Poi dentro di lei. Un pugno di marmo arroventato la trafiggeva. Gridava, gridava forte, assaporava liquidi e sudore, mordeva si lasciava totalmente andare a quella potenza. Godeva, voleva godere, disperatamente provare sensazioni forti, immergersi il cervello di adrenalina. Gridava fino a quando si sentiva inondare. Bollente e denso. Tantissimo. Le piaceva sentirlo lento nella carne,colare mischiandosi al suo piacere. Ma in quell’attimo tutto finiva. Il corpo le si irrigidiva come legno secco. Il piacere si bloccava troncato da un dolore improvviso. Più grande, più insopportabile. Si bloccava. Lui finiva. Lo sentiva muoversi sopra di lei. Le si sdraiava accanto ansimando e chiudendo gli occhi, dovunque fossero. Sul letto, sul divano, sul pavimento. Lei si alzava subito. “Vado in bagno a sciacquarmi” diceva. Nella solitudine piastrellata di quella stanza appoggiava la testa al lavandino e lacrime dure venivano fuori. Non voleva davanti a lui. Chissà forse avrebbe cambiato tutto, forse lui l’avrebbe consolata, forse avrebbe capito. Ma lei non voleva. Orgoglio da donna del sud. Quando ritornava, lui sempre dormiva esausto. Lei nascondeva. Si vergognava. Si chiedeva se i bambini non l’avessero sentita. Gridare e poi piangere. Sapeva che non potevano. Si sentiva ferita. La sua sensibilità di madre. Il suo orgoglio di donna. Bisognosa di calore, di un calore qualunque, gli si sdraiava accanto. Si addormentava anche lei. Al suo risveglio lui non c’era più. “Vado. Torno presto”. Non è vero. Ogni volta che tu parti, per me è come se fossi morto.

 

Quei pensieri, il buio della finestra, un nodo allo stomaco. La donna sentì che non poteva più resistere. Per un attimo ebbe la folle idea di buttarsi giù. Ma fu solo una frazione di secondo. Non l’avrebbe mai fatto. Era forte. Un suono morbido aprì l’afa della sera. Di nuovo. E quella dolcezza si portò via lo sconforto tutto d’un tratto. Tutto insieme. La tromba, com’era dolce. Suonava lenta un’aria…la conosceva… summertime. Quanta passione in quelle note. La donna fissò la finestra più in basso di fronte. Una luce tenue e giallastra usciva insieme alla musica dal vuoto dei vetri aperti. Chissà chi è che suona, si chiese. Un uomo per la sua donna. Hanno appena fatto l’amore e lei lo fissa con occhi grandi da sotto lenzuola di seta scure. O forse un vecchio negro. La tromba di suo padre e prima ancora di suo nonno. Ne sfiora il bocchino, soffiando la onora. O un uomo solo. Perso in sé stesso. I capelli lunghi e bianchi, sulle spalle. Le mani e il viso segnati dal sole di una vita di lavoro. La tromba è stata sempre la sua unica donna. L’amante fredda di notti solitarie con una bottiglia di grappa sul comodino. Summeeertiime and the livin' is easy…cantò lei a bassa voce accompagnando a distanza il soffio tenero della melodia. Non ne era del tutto consapevole, ma la sua voce era bellissima. Fish are jumpin'and the cotton is hiiiigh…e la sua mente partì. A quando lui era sdraiato nel crepuscolo di una stanza e lei cantava per lui. A quando si erano conosciuti e avevano fatto l'amore per sere e sere consecutivamente. Perchè non era sempre stato così. Non lo era sempre stato. One of these mornings....you're going to rise up singing...Then you'll spread your wings...And you'll take to the sky





 

24/09/15

La pianista


Quando lei  suonava, qualcosa cambiava nell'aria. Era lo sfasamento di un battito. Al primo premere sui tasti. Al centro del petto, poco sotto la gola. Le dita piccole ma lunghe e affusolate si posavano sul piano. Non ti saresti mai aspettato un suono così. Le voci si zittivano. Il respiro si placava in silenzio. Dal ghiaccio dei suoi occhi. Potenza che fluiva. Lungo le braccia, attraverso le mani. Onda contro rocce affioranti. Il mare profondo. La pioggia. Il corpo sommerso, abbandonato, amniotico all'acqua. Tempesta nel cervello, al primo premere. Alla base del collo. Dita piccole lunghe affusolate. Dita sporche di terra, di legno, di pietra. Dita da donna. Incrostate di farina e di erba. Dita forti,  al primo premere sulla schiena di un uomo. Scivolando sulla pelle, lasciando impronta di sé tra i muscoli tesi. Tra le corde. Sulla spina dorsale. Dentro al legno del piano. Nella mente, al centro del solco, ribollendo materia celebrale sconosciuta.
Quando suonava, qualcosa cambiava nell'aria. L'azione restava sospesa. Il tempo rallentava. Tutto si proiettava al di fuori dei muri di pietra. In una dimensione altra, oltre ai monti. Dentro la quiete oscura del bosco. Buttato tra i fili d'erba mossi dal vento. Quel suono si univa al fragore del torrente. tra la schiuma e i sassi del fondo. Giù in fondo.
Quando lei suonava la trasparenza dei suoi occhi si espandeva nella stanza. L'acqua di un ghiacciaio  sfumata appena al centro di giallo. Un colore indefinito di sole, di ghiaccio, di colza. Un fuoco inspiegabile, caldo e luminoso. Avvolgente. Come i suoi occhi. Come la musica. Giù per le braccia attraverso le mani.  
Quando lei suonava.

 
 
 

Frontiere


Domenica 13 Settembre 2015

Sei e venti del mattino. Campo No Border di Ventimiglia. Piove sul bagnato. Il mare diventa grigio, il cielo di piombo rilascia le prime piogge torrenziali di un autunno non ancora arrivato. Ormai in Liguria ci siamo abituati. Passato agosto ogni volta che goccia così la paura si fa sentire. Piove sulle tende appoggiate sull'asfalto. Piove tra gli scogli e sui migranti. I teli messi a protezione non bastano. Piove sul campo No Border. La bolla. Ad appena cinquanta metri dalla frontiera con la Francia. L'acqua filtra nelle tende gocciolando sui corpi, scorre fin sotto il ponte dove la maggior parte delle persone si è accampata. Impregna le coperte, i sacchi a pelo, si accumula sui teloni di protezione creando cascate improvvise, bagna i vestiti, le ossa, la pelle. Infreddolisce e se non si ha un posto dove stare al chiuso e scaldarsi questo freddo può diventare pericoloso. Siamo appena a settembre. Una pioggia così scoraggerebbe chiunque.

Sei e venti del mattino. Campo No Border di Ventimiglia. Braccia e corpi si mettono al lavoro. In un attimo il campo brulica di mani e di visi sempre meno assonnati. Si smontano alcune tende, si portano in salvo coperte e vestiti, si svuotano i teloni protettivi dalle pozze, si spazza via l'acqua mano a mano che arriva. Dita nere, gambe bianche si passano cose sorridono imprecano s'infangano assieme in una decina di lingue diverse. Fratelli. Sorelle. Compagni. Nel mentre, anche chi ha fatto il turno di guardia la notte non va a riposare. Viene preparata la colazione. Per chi lavora, per chi riposa, per chi è lì per proseguire il suo viaggio. Un viaggio giusto.


Sei e venti del mattino. Campo No Border di Ventimiglia. Le frontiere non esistono. Basta dare uno sguardo verso il mare per averne la certezza. Mentone è lì, anche attraverso la pioggia. Sembra quasi di poterla toccare allungando una mano. Invece no. C'è quel bizzarro gabbiotto in mezzo alla strada e le camionette di polizia e gendarmerie.  Appena poco dopo il cartello blu con la scritta "Francia" incorniciata dalle stellette dell'Unione Europea. E' trafficata la frontiera. Passano i francesi in Italia a comprare sigarette, passano gli Italiani in Francia a comprare benzina. Passano arroganti le auto di lusso targate Montecarlo. Non si fermano neanche davanti a un blocco pacifico di protesta, investendo un ragazzo armato di telecamera. Gira al campo con un collare medico ora, lavora, come tutti, sotto la pioggia. Passano gli europei, passano i ricchi ma se sei nero no, non puoi passare. Se il tuo viaggio è QUEL  viaggio, la frontiera si chiude. Ti rimandano indietro, sotto un ponte, sotto la pioggia, sopra gli scogli. Eppure prima o poi passano.  Tutti.

A Ventimiglia c'è soltanto uno stop. Di fratellanza, di comunità, di resistenza. A Ventimiglia c'è una lotta nata sugli scogli resistendo alla violenza della polizia. A Ventimiglia le teste sono alte e i cuori si scaldano. Ci si guarda negli occhi, si parla si ride, si decide insieme. Uomini e donne. Si balla. Stretti e vicini. Da ogni parte del mondo, da ogni parte d'Italia, da ogni parte d'Europa. Non esiste assistenzialismo. C'è mutualità. C'è lotta.

Sei e venti del mattino. Campo No Border di Ventimiglia. Ormai è chiaro, l'inverno sta arrivando. Così qui non si può stare. Ma è anche chiaro che nessuno ha intenzione di chiudere e che le persone qui continueranno ad arrivare. Sono decenni che arrivano. La decisione allora è presa in un attimo. Un calcio alle minacce mafiose per cui è nota questa zona della Liguria. Un calcio ai fogli di via che la questura distribuisce come caramelle anche a chi a Ventimiglia magari non ci abita ma ci lavora e ci vive. Un calcio all'ordinanza del sindaco, giovane rampante del PD, che vieta di distribuire cibo ai migranti a scopo di solidarietà. La serranda è già aperta. Si prende possesso dello stabile vuoto adiacente al campo. E' in stato di forte degrado. Ma di nuovo braccia e corpi si mettono al lavoro e dita nere e gambe bianche puliscono lavano trasportano. L'inverno sta arrivando. Molti di questi uomini e donne hanno sfiorato la morte , in mare per giorni, a un passo dal nulla. Non sarà questo inverno a fermarli.

Sei e venti del mattino. Campo No Border di Ventimiglia.. Se non ci sei ancora stato vienici.

Perchè qui scorre il flusso vitale del mondo.

 

27/06/15

Cecità


Parlami del buio . Di quell’immensa cortina che governa i tuoi occhi. Lasciami capire cosa ti arriva del mondo. Lasciami sentire il gusto della tua saliva a contatto con l’aria. Quello che mi sono sempre chiesto è se il buio ti rende solo. Se hai bisogno di sentire la voce degli altri per sapere che sono lì, anche se sai già che sono lì. Un buio senza parlato è un vuoto che dev’essere insopportabile. Come lo tasti il mondo, che cosa ci vedi in quel tocco? L’impotenza dev’essere una sensazione orribile. Quanto devono essere cari i tuoi ricordi d’immagine. Ricordi i volti? Ricordi il colore degli occhi? La consistenza di barbe e capelli, le linee dei corpi, dei sorrisi,, delle mani. Le ricordi? E il cielo te lo puoi immaginare? E il tramonto? Perché non chiedi mai? Perché non ti fai descrivere quando puoi?…le  persone adorano descrivere, la loro visione del mondo. Una mai uguale all’altra. Adattarsi a vivere nel buio dev’essere qualcosa di atroce. Non insopportabile ma intrinsecamente triste. Come si fa senza sguardi? Innamorarsi di una voce e delle mani. Da quanto esistono i ciechi? Da quanto si può vivere nel buio sapendo di non poterne uscire mai? Ricordo quella tua frase. Quei pochi che hanno riacquistato la vista poi si sono detti delusi. Perché le cose erano molto diverse da come le proiettavano nel buio. Meno intense, meno belle, meno vere. Le persone. Soprattutto le persone.
 
 
 

Sono seduto in una stanza. Sono quattro le pareti. Bianche di intonaco. Grigio scuro il pavimento in pietra. Bianco il soffitto da cui spande luce una lampadina gialla . Nulla in questa stanza, neanche una sedia. Siedo per terra, la schiena tra il muro e il pavimento. Non c’è porta in questa stanza. Non posso uscire. Solo una finestra al centro della parete. Si apre scura, senza vetro e senza infissi. Più che una finestra è una semplice apertura. Ma ci sono due persiane. Non di fuori. Di dentro dal muro. Come se l’esterno della finestra fossimo noi. Io e la stanza. E’ davvero buio là dentro. Fuori da quella finestra. Nero e immobile. Non un suono arriva. Neanche il canto di un grillo come ti aspetteresti da una notte. Neanche un soffio di vento e lo stormire delle foglie per farti sobbalzare alla presenza di nessuno. Non c’è niente lì dentro. Qua fuori solo un impercettibile ronzio. Una lampadina che brucia lenta illuminando cinque piani vuoti ed il mio volto pallido. Il ronzio della lampadina ed il  mio respiro. Dalla finestra la luce muore come assorbita dalla densità di quel buio nero e immobile. Mi fissa. Nel buio . Qualcosa. Da lì dentro a qua fuori. Lo so che c’è anche se tutto mi dice il contrario. E se non c’è è uguale. Mi fa paura lo stesso. Una paura intollerabile e spaventosa. Mi alzo e lo guardo. Quel buio lì fuori. Qui dentro. Mi alzo e vorrei gridargli qualcosa per istinto di sopravvivenza. Immagino solo per un istante di scavalcare quel davanzale ed uscire lì dentro da qua fuori. Nel buio. Restarci e scoprire toccando. Lo immagino solo per un istante ma poi lo guardo. L’oscuro. Il nero. Il niente. Qui fuori sono più al sicuro. Quattro pareti e il mio niente di luce. Sono più al sicuro. Non ne voglio sapere di buio. Spingo le persiane e le accosto. Qualcuno dall’altra parte le chiuderà. Sono più al sicuro qui fuori. Nel mio piccolo quadrato di sola luce. Nel mio piccolo cubo di pareti bianche. Senza buio. Da nessuna parte.

 
 

Questi nuovi scrittori nichilisti. Affanculo. Non sapeva neanche bene che fosse, davvero questo termine. Non sapeva neanche se domani si fosse suicidato e questa fosse stata la sua lettera d’addio, non sapeva mai se qualcuno l'avrebbe letta. Il fatto è che credeva di non farcela. Ce la metteva tutta, in ogni modo e da ogni prospettiva possibile ma aveva un senso di negatività totale verso gli altri e anche verso sè stesso e non si poteva vivere così. Non riusciva ad accettare la parte malvagia delle cose e neanche quella di sé stesso. Sentiva merda. Sentiva merda ovunque. Uscirgli dal naso. Sentiva quanto poco contassero le cose. Quanto molto fossero fugaci. Quanto niente ci voleva a fare il male e stare bene quanto molto ci volesse a fare il bene per poi comunque stare male. Sentiva l’inaccessibilità dei posti. Sentiva lontananza, oppressione, voglia di escludere e di passare oltre nel mondo. Sentiva la sua voce flebile e non voleva gridare. Perché voleva tanto che ci fosse chi ascoltava anche se era flebile la voce. Sentiva di non farcela e non sapeva bene come affrontare questa cosa. Dormire. Mangiare. Fumarsi delle siga per poi morire. Bere. Passeggiare da solo. Sfiancarsi d’attività fisica per poi non avere nulla da fare. Questo poteva essere un piano d’azione interessante. Oltre ovviamente a strabordarsi di seghe. Non serviva neanche l’amore, perché non lo sapeva rispettare. Per colpa o per causa imposta questo non lo sapeva ma non ha importanza. Non reggeva. Cieco alla vita. Nonostante avesse verificato di poter fare ciò che voleva se voleva. Non reggeva.
 
 
 

Parlami di te. Aprimi all'oscurità. Lasciami nel buio il calore del tuo corpo. Tastare con le dita il tuo viso. Cercare la cicatrice. Accarezzarla. Il polpastrello ruvido sulla tua debolezza. Sul segno tangibile della tua forza. Lasciami cieco. A nient'altro che a te. Lasciami il vuoto dentro. Un vuoto profondo. Appeso ad una cima senza corde. Scivolare sulla pioggia della roccia. Aggrappato senza più prese, ogni muscolo teso all'inevitabile caduta. Lasciami dentro questo vuoto e poi riempilo. Con una sola parola. Una parola qualunque. Tra le tue labbra. Un suono dolce che prende per mano. Un palmo fresco nell'afa e caldo nel gelo. Prendimi per mano e portami via. Non è difficile. Devi soltanto farlo. I piedi nudi sullo sterrato. I piedi nudi sull'erba. I piedi nudi sull'asfalto. Un passo dopo l'altro. I piedi nudi sulle pietre e sulla sabbia. Sotto un cielo grigio. Immergi i tuoi capelli in questo mare. Lasciati trasportare dalle onde. Aspetta. La pioggia cadrà sul tuo corpo. Lascialo alle onde. Guardami. Non affondi. Il mare ti culla. Il mare ti accarezza. Ti porta. Si mischia te. Ti genera. Come una dea. Non addormentarti. Non chiudere gli occhi. Guardami. La pioggia cadrà su di noi. Si è alzato il vento. Un vento gelido. La cosa che più percepisco senza te. Il mio mondo è solitudine. Estrema. E immaginazione distorta. Vorrei guardarti. Microscopica. Sorridere. Disegnata nel bianco e nero di un fumetto. Raccontami di quando. Portami nel nero del tuo sole con te. Ti sento cantare e non trovo un posto dove nascondermi. Ti sogno. Sogno il buio e le mie dita sul tuo viso. Sul tuo corpo. L'odore di un fiume. Mentre scendo su di te. L'odore sulle unghie. Di un fiume morbido. Pieno di pozze cristalline. In cui perdersi al sole. Il gusto di genziana. Tra le labbra. succhiando pelle. Il buio con te. Neanche uno spiraglio di luce. Solo il suono del tuo respiro. Soltanto il suono forte del tuo respiro.

 

 

 

31/07/14

I giorni del Buridda



Piazza San Giorgio è gremita . Il corteo di protesta contro lo sgombero termina qui. Il furgone che ha accompagnato  la manifestazione diffondendo in città la musica e la voce di chi a farsi sgomberare  proprio non ci sta è parcheggiato a lato. Inizia una strana danza nella piazza. Gli striscioni serpentinano sulle teste, le persone si muovono convulsamente, le bandiere sventolano tutte insieme e si fa sempre più forte il vociare della folla. Qualcuno apre un fumogeno, uno di quelli che si usano in mare per le segnalazioni. Una densa cortina arancione si libra nell'aria. Ne aprono un altro e un altro ancora. Nessuno vede più nulla ora nella nebbia, in questa danza e d'improvviso compaiono due scale. Passano di mano in mano poi è un attimo e l'annuncio dal megafono: “Noi del Buridda non ci stiamo a farci sgomberare. Questa città è piena di edifici abbandonati e lasciati al degrado ed oggi, simbolicamente, noi ne apriamo uno per comunicare al sindaco ed alla città che non è finita qua. Il Buridda vive e presto riavrà una sede!” A neanche una settimana di distanza dallo sgombero di via Bertani, i ragazzi del collettivo Buridda rioccupano. Lo fanno  in centro storico nel cuore della città, prendendo possesso dell'edificio della Garaventa, vuoto da più di sei mesi per il trasferimento della scuola elementare nella sede di piazza delle erbe. Lo sgombero è avvenuto mercoledì mattina all'alba. Improvviso ma non certo inaspettato. Da mesi infatti un'ingiunzione  giaceva sul tavolo di magistrati e questura e tutti sapevano che prima o poi sarebbe stata una questione con cui ci si sarebbe dovuti confrontare. Stupisce tuttavia il momento e il modus di questo sgombero.
 
Da anni  l'edificio di via Bertani è al centro degli interessi del Comune che intende venderlo per rimpinguare le casse cittadine. Diversi sono stati i bandi d'asta indetti  dalla giunta nella disperata ricerca di un compratore e tuttavia tutti andati a vuoto. Stupisce la fretta di questa operazione e la mancanza di un tentativo da parte della giunta di riaprire un dialogo con l'associazione degli spazi sociali un tempo presieduta da Don Andrea Gallo. La trattativa tra giunta e associazione riguardava l'assegnazione degli spazi sociali ad oggi occupati a Genova e prevedeva il trasferimento in altra sede di quei collettivi che si trovavano in stabili sui quali il Comune avesse progetti diversi o che ritenesse non agibili. Questo negoziato riguardava nello specifico il c.s.o.a.(Centro Sociale Occupato Autogestito) Zapata a Sampierdarena, il c.s.o.a. Terra di Nessuno al Lagaccio, il c.s.o.a. Pinelli a Molassana ed appunto il Laboratorio sociale occupato Buridda. Con Don Gallo a fare da garante, si partiva dall'idea che gli spazi occupati di Genova, molti dei quali attivi ormai da anni sul territorio, rappresentassero un valore sociale per la città e meritassero quindi di essere riconosciuti come luoghi di  attivismo ed aggregazione territoriale e come spazi di riqualificazione urbana. Nata sotto la giunta Vincenzi questa trattativa si  è bruscamente interrotta sotto la giunta Doria, dopo che poco o nulla era stato fatto se non il trasferimento del Pinelli dalla sede vicino al canile della Val Bisagno al nuovo edificio di via Fossato Cicala, certamente più consono. Fulcro delle difficoltà nella contrattazione è stato appunto il nodo da sciogliere del Buridda. Al posto dello spazio di via Bertani 1, ex facoltà di economia con 6000 metri quadrati fatti di ampie aule ed  un pezzo di giardino perfetto per i concerti, le attività e i laboratori  che al Buridda coinvolgevano centinaia di persone, la giunta comunale ha proposto agli occupanti il trasferimento in un appartamento al secondo piano del mercato del pesce. Appartamento che misura 500 metri quadrati ma che è diviso in piccole stanze, difficilmente accessibile da grandi numeri di persone a causa di una ripida scala d'accesso e sostanzialmente inadatto alle esigenze di uno spazio sociale eclettico e multiforme come era il Buridda. Su questo punto da più di un anno si era interrotta la trattativa. Poi d'improvviso lo sgombero “ a freddo” con un'imponente operazione di polizia che non poteva che portare ad una reazione di protesta delle centinaia di persone che ogni giorno frequentavano lo spazio occupato di via Bertani. Per capire il perchè di questa protesta che va ormai avanti da giorni e non accenna a placarsi è necessario capire cosa era il Buridda e l'importanza che in più di undici anni di attività aveva assunto e per centinaia di giovani e non e per la città intera.

 Il Buridda nasce nel maggio del 2003. E' l'anno della seconda guerra del golfo e ad occupare sono alcune delle componenti di quel movimento che a questa guerra si oppone. Questo movimento affonda le sue radici nei giorni del G8 di Genova e nasce dal confronto tra diverse realtà sui temi della globalizzazione capitalistica, del rifiuto della guerra, dello sviluppo sostenibile, della necessità di reddito garantito in contrasto alla precarizzazione diffusa e della necessità di spazi sociali dove costruire una società altra. A farne parte a Genova sono i centri sociali ma anche Rifondazione Comunista, componenti ambientaliste e pacifiste nonché molti studenti medi e universitari. C'è una prima esperienza di occupazione ad aprile. Viene preso per una settimana uno stabile di Via Milano (l'attuale Holiday Inn) come atto di protesta contro la guerra in Iraq. Lo stabile è infatti di proprietà del gruppo Carlyle, immensa multinazionale tra i cui azionisti spiccano i nomi delle famiglie Bush e Bin Laden. Da questa esperienza il movimento esce rafforzato nella convinzione di avere l'esigenza di un luogo fisico dove costruire attività e comunicazione. La mattina dell'undici maggio viene quindi occupata l'ex Facoltà di Economia di via Bertani. Lo stabile, di proprietà dell'Università di Genova è vuoto ed in stato d'abbandono da parecchi anni. Al suo interno gli occupanti trovano un patrimonio di migliaia di libri che l'Università con imbarazzo si affretta a portare via dopo pochi giorni. Viene scelto il nome Buridda (dalla tipica e varia zuppa di pesce alla genovese) ad indicare la diversità delle componenti che partecipano all'occupazione “in un unica ed ottima zuppa”.
 
Radio Babylon
Inizialmente il progetto fondante dello spazio è basato sull'idea di costruire una radio popolare. In poche settimane la radio viene effettivamente messa in piedi e con il nome di Radio Babylon inizia a trasmettere in FM in un'area ristrettissima che, oltre alle zone limitrofe all'edificio stesso, copre appena qualche via del centro storico. Radio Babylon però non ha il tempo di svilupparsi. Dopo neanche due mesi dall'inizio delle trasmissioni  la polizia postale effettua un blitz e guidata da Spartaco Mortola ( ex dirigente di piazza al G8 del 2001) sequestra tutto il materiale atto alla trasmissione adducendo la motivazione (mai effettivamente accertata) che la radio creasse interferenze sulle frequenze di trasmissione dei vigili del fuoco di Savona. Nonostante questo primo forzato stop, via Bertani resta occupata. Il Buridda si apre al quartiere ed alla città ed offre i suoi immensi spazi a chi ne ha bisogno per portare avanti progetti sociali, culturali o di aggregazione. In poco tempo si riempie di persone ed attività ed in pochissimi anni diventa un punto di riferimento nel panorama culturale della città. Decine se non centinaia sono i laboratori ed i gruppi che si sono avvicendati nelle stanze della Buridda: gruppi teatrali, laboratori di artigianato quali cucito e falegnameria, aule studio, aule di prova e di registrazione musica, laboratori di informatica, laboratori di autoproduzione, gruppi di promozione di eventi musicali, una palestra popolare di boxe ed una di arrampicata per citarne alcuni. Al Buridda , con costanza vengono anche organizzati concerti ed eventi culturali di grande richiamo come ad esempio il Critical Wine:  fiera dei piccoli produttori di vino che si tiene tutti gli anni in svariate parti d'Italia e che fa riferimento all'omonima organizzazione fondata da Umberto Veronelli per rilanciare una coltivazione ed un consumo sostenibili e di qualità al di fuori delle logiche del mercato e della grande produzione. Otto sono state le edizioni del Critical Wine alla Buridda partecipate ogni anno da migliaia di persone. 

In più di dieci anni di occupazione questo spazio è riuscito a rispondere alle esigenze di una parte importante della città. Attraverso l'autogestione è riuscito ad aggregare pezzi di generazioni diverse che si ritrovano nella comune voglia di fare e creare al di fuori degli schemi standardizzati del consumismo imperante. Il Buridda è certamente un luogo “di parte” nel quale viene proposta solamente una certa visione del mondo ma nonostante questo ha saputo assumere un ruolo fondamentale nel tessuto collettivo cittadino e da molti è sentito come uno di quei beni comuni nel nome del quale molti oggi affermano di agire. Non si capisce quindi come un sindaco quale è Marco Doria dopo essersi fatto forza dei temi della partecipazione, della democrazia diretta e della difesa dei beni comuni per tutto il corso della sua campagna elettorale, possa oggi assumersi la responsabilità dell'aver permesso se non addirittura ordinato lo sgombero di questo spazio sociale. Tutto ciò in un periodo in cui la città vive già momenti intensi di difficoltà sociale con le mobilitazioni dei lavoratori  del trasporto pubblico e degli operai di Fincantieri prima e di Piaggio poi e con la prospettiva a Scarpino di un disastro ambientale incombente. Si può essere d'accordo o meno sull'occupazione degli spazi lasciati in stato d'abbandono ma è comunque indubitabile che l'attività del Buridda rappresenti un polo positivo per Genova nella misura in cui concentra la creatività giovanile (e non solo) in un luogo fisico supplendo alla mancanza diffusa di possibilità di espressione e aggregazione e dando a chiunque l'opportunità di partecipare e di rendersi attivo. Quante cose si facessero al Buridda lo si può intuire dal materiale che gli occupanti hanno portato via dall'edificio. in stato di sgombero coatto con il permesso della polizia. Sotto gli occhi stupiti di  Digos e Celerini, sono stati portati a spalla: sacchi da boxe, attrezzi ginnici, schermi e proiettori, corde e materiale circense, impianti stereo, mixer, stumenti musicali e generatori di corrente, un calcetto, un forno ad alta temperatura, una stampante 3d (con la quale i ragazzi del laboratorio “Fab Lab” hanno anche stampato pezzi per una protesi regalata ad una bambina del quartiere), cucine a gas, un forno per alte temperature autoprodotto, attrezzi agricoli e da cucina ed altro ancora. Un patrimonio di strumentazione, spesso autocostruito che rimane ora inattivo chiuso in qualche magazzino nella speranza di poter ritrovare un luogo dove poter essere nuovamente utilizzato.

Due sono gli elementi fondamentali su cui si costruisce la protesta contro lo sgombero: il numero elevatissimo di persone che, fosse anche una volta sola,  per una sola iniziativa, si sono ritrovate a passare per lo spazio occupato di via Bertani e la capacità di rendere le persone  attive che nel corso degli anni ha caratterizzato il Buridda. Entrambe sono elementi che fanno intuire come la portata di questa protesta sia destinata a non esaurirsi ed a crescere di intensità e di livello. Dal giorno dello sgombero le iniziative in tal senso sono state quotidiane. Gli occupanti si sono attivati nell'immediatezza e con grande sforzo scendendo in strada, presidiando Palazzo Tursi nel giorno della Seduta del Consiglio, lanciando online e su Facebook una campagna di sensibilizzazione che ha già avuto un'adesione di massa: le adesioni alla pagina “Salviamo il Buridda” sono infatti state più di cinquemila in pochi giorni e centinaia sono i “selfie” di solidarietà arrivati sul profilo del Laboratorio Sociale. Il collettivo sta raccogliendo consenso e solidarietà ovunque anche in altre città italiane ed ha già avuto la forza di iniziare una nuova occupuazone seppur temporanea. A partecipare alla protesta non sono solo i membri del collettivo ma una vastità varia di persone fatta di studenti e lavoratori, di militanti dell'area antagonista, di cittadini, di appartenenti al movimento di lotta per la casa pronti a mettersi in gioco in prima persona per rispondere a questo sgombero. E' chiaro come il discorso sia ormai oltre la semplice questione dello spazio fisico andando ad assumere il valore di una lotta sui beni comuni, sul come vengono gestiti gli interessi pubblici, sul come le istituzioni spesso non diano la sensazione di saper rispondere alle esigenze reali della popolazione. Per questo nei volantini e nei comunicati del Buridda si leggono riferimenti alla costruzione del terzo valico, alle occupazioni abitative avvenute a Genova in questi ultimi mesi ed in genere alla situazione di precarietà esistenziale in cui molti partecipanti alla protesta si riconoscono. Lo sgombero è vissuto come un sopruso non singolo ma collegato ad una realtà comune nel Paese. “Non è un caso” dice un ragazzo al megafono dell'assemblea pubblica tenutasi in Piazza San Giorgio subito dopo la nuova occupazione della Garaventa” “che in questi giorni in tutta Italia la polizia abbia sgomberato altre realtà occupate. Ieri a Firenze una palazzina occupata per uso abitativo da un collettivo di ragazze madri, qualche giorno fa a Torino lo sgombero dell'Asilo occupato dal movimento di lotta per la casa, e ancora a Roma e a Salerno.” I partecipanti all'assemblea sono seduti per terra in circolo a gambe incrociate nell'afa di una prima serà d'estate. Il megafono passa di mano in mano e a parlare sono in molti. “ Renzi si sente legittimato dal finto 40 per cento preso alle europee e sta colpendo ovunque in Italia i movimenti sociali per portare avanti le sue politiche di speculazione e di interesse” afferma un altro ragazzo applaudito dalla folla. “ Il PD è il vero responsabile di questo sgombero. Ci aspettano tempi duri e dobbiamo dare una risposta forte e concreta. La città è con noi”  si respira fermento nella piazzetta del centro storico.. Dentro si è già attivata la preparazione di una cena popolare. Tra le stanze vuote è stata trovata anche la cucina dell'ex scuola, perfettamente funzionante e piena di attrezzature lasciate a loro stesse. “Soffritto” hanno scherzosamente deciso di chiamare il nuovo posto occupato temporaneamente. Soffritto come il passo fondamentale precedente alla preparazione della buridda di seppie. L'intenzione comune che esce dalle molte voci presenti alle assemblee è infatti quella di riappropiarsi di uno spazio dove far rinascere il Buridda, il suo collettivo e le sue attività. In quest'ottica  gli occupanti hanno lanciato la data di Sabato 14  per un grande corteo colorato e massiccio.

 

La manifestazione riesce pienamente. Più di duemila persone attraversano la città guidate da un immenso Tir (un autoarticolato da 13 metri) dal quale alternati dalla musica si sono succeduti gli interventi in solidarietà al Laboratorio sgomberato e contro la gestione delle politiche sociali tenuta dalla giunta Doria. A questo corteo partecipano, oltre ai centri sociali cittadini, delegazioni provenienti da Padova e da Milano, il Movimento di lotta per la casa genovese, organizzazioni di studenti medi e universitari ed un mix generazionale di persone che vuole esprimere la propria vicinanza ai "buriddini" sgomberati. Partito a De Ferrari il lungo serpentone scivola giù per via Venti Settembre. Arriva lentamente fino a Corvetto sotto gli scrosci incessanti di un imponete temporale estivo e poi si inerpica su per Via Assarotti. La questura teme un tentativo di rioccupazione della sede di via Bertani e polizia e carabinieri, invisibili nel corteo, presidiano massicciamente i cancelli e gli accessi dell'ex facoltà di Economia. Nelle strade però si balla e si canta. I bambini e le famiglie del movimento di lotta per la casa innalzano casette di cartone che si librano in aria attaccate a palloncini d'elio, tra la gente sventolano bandiere rosse e bandiere no tav e l'atmosfera è quella di una festa. I manifestanti arrivano in piazza Manin, il Tir si arresta qui e la piazza si gremisce di danze. D'improvviso però il corteo riparte, a passo veloce scende in corso Montegrappa e si ferma davanti ad un grande edificio abbandonato. Salta un lucchetto e si aprono i cancelli. La Digos osserva preoccupata e impotente ed i ragazzi del Buridda invadono l'edifico. E' l'ex magistero, all'incrocio con via Montello. Inaugurato da Mussolini in persona in epoca fascista è vuoto da anni, lasciato in stato d'abbandono dall'Università di Genova che lo possiede. Questa volta l'occupazione non è temporanea e i neo occupanti lo dichiarano pubblicamente: "Questo edificio rappresenta in maniera lampante quanto, laddove non si vedono possibilità di speculazione, le risorse della nostra città non vengono tenute in considerazione." gridano al megafono " Questo palazzo di più di tremila metri quadri è  perfettamente agibile ma come molti altri vuoto e lasciato a sé stesso dalle istituzioni della nostra città. Noi oggi lo occupiamo e da qui riparte la nuova Buridda!" La struttura è fatta di tre piani e di una vasta area esterna composta anche da tre fasce di terreno. Così come era successo per l'edificio di Via Bertani,  nei sotterranei gli occupanti scoprono un significativo patrimonio di libri e di attrezzature dell'università accatastate e inutilizzate. Qualcuno afferma che ci sono anche microscopi elettronici e volumi risalenti al '700. Dentro, gli spazi sono ampi e ben sistemati per lo sviluppo di attività collettive. Una bandiera con l'ormai noto polpo, simbolo di questo spazio sociale, viene innalzata sul pennone del tetto del magistero. La sera si presidia e si festeggia, poi già dal giorno successivo iniziano i lavori per sistemare la nuova sede. Viene pulita l'area esterna da spazzatura, erbacce e vegetazione in sovrabbondanza. Nelle tre fasce di terreno che danno direttamente sulla casa dello studente di via Asiago si prevede lo sviluppo di un progetto di orto urbano assieme anche ad alcuni residenti nella casa studentesca che si sono detti interessati. Tutto il materiale salvato dallo sgombero viene portato nella nuova sede e si decidono i nuovi spazi a seconda delle esigenze dei vari laboratori. I lavori da fare sono tanti,  perché anche se l'edificio è in ottimo stato, anni di abbandono non si cancellano con un colpo di spugna. Ma a sporcarsi le mani con attrezzi e vernici sono in tanti nella nuova Buridda e prevedono prima della fine dell'estate di poter  riprendere a pieno le attività sociali interrotte bruscamente con lo sgombero di maggio. L'Università di Genova è presa dall'elezione del nuovo rettore ed ancora non c'è una posizione ufficiale riguardo all'occupazione. Ciò che è certo però è che la Buridda dal giorno dello sgombero ha ricevuto davvero tanta solidarietà da parte di un'ampia e variegata fascia del mondo cittadino, compresi alcuni professori universitari. La capacità di questo spazio di evolversi e di aprirsi alla città accogliendo le istanze di diversi ambienti e di diverse generazioni rappresenta di sicuro un fattore con cui le istituzioni e la proprietà del Magistero dovranno confrontarsi nella scelta di come gestire il fatto ormai avvenuto di questa nuova occupazione. Nel frattempo in corso Montegrappa lavorano e progettano. Già un primo weekend di invito ai lavori con annessa grigliata serale e sound system è stato fatto. Gli occupanti non aspettano ma la loro speranza è quella che la nuova sistemazione possa finalmente rivelarsi stabile.
 

09/08/13

Guarda e non dimenticare


Pioggia. Finalmente. Batte sui vetri, odora di umido. Scorre sulla pelle, per le strade in un dolce silenzio. Quello che trovi ad Auschwitz è un deserto che ti porti dentro per giorni. L’aridità del male che ha preso forma concreta, spropositata nella lucidità e nella quantità degli omicidi. Il male trasuda da quella terra. In quei boschi, in quel prato oltre i fili spinati e i resti delle baracche. Oltre le rovine delle camere a gas e dei forni crematori, nelle ceneri di centinaia di migliaia di esseri umani sparse dentro uno stagno, trasuda. Chiudi gli occhi un istante e provi ad immaginare i passi che hanno solcato quei terreni, mucchi di persone dirette alla morte, ma non ce la fai, non ci riesci è davvero troppo grande. Apri gli occhi e non ne vedi la fine. Filo spinato, fango oltre il limite del tuo sguardo. Non riesci a immaginare il rumore, non riesci a immaginare l’odore, le voci, gli sguardi, le grida. Vittime, carnefici, assassinii. Ciò che risulta davvero inconcepibile è l’idea di un posto predisposto per uccidere milioni di persone in poco tempo. La strutturazione industriale delle parole “ti uccido”. Donna, uomo, bambino. Uno, due, cento, mille. Un milione. Una metropoli sterminata ad Auschwitz. 

A questa storia orrenda manca un tassello. Come se nella ricostruzione lo si fosse dimenticato. Forse perché è complesso dare ruoli completi nel pezzo di storia peggiore dell’umanità. O forse anche perché come soggetto vario e diviso il popolo rom ha avuto difficoltà a rivendicare con forza il riconoscimento della propria tragedia ad un livello storico globale. Il tassello mancante è quello del genocidio nazista dei Rom e dei Sinti in Europa. Il Genocidio Dimenticato. 

Quanto la popolazione ebrea, il popolo Rom e Sinti ha vissuto la discriminazione razziale, ha vissuto l’odio, ha vissuto i ghetti, la segregazione, i pogrom. Poi, lo sterminio. Treni carichi di uomini, donne e bambini Rom e Sinti ammassati in carri bestiame, esecuzioni sommarie nelle strade e nei boschi, fosse comuni, Auschwitz, e decine di altri campi, le camere a gas e i forni crematori. Un triangolo nero e la Zeta di zingaro sul petto delle divise nei campi della morte. La Zeta di zingaro ed un numero tatuato sul braccio. Ad Auschwitz,  Mengele volle capire come mai le donne zingare avevano un numero di parti gemellari superiore alla media. Sezionare bambini. Molti dei suoi esperimenti furono sulle donne del “campo degli zingari” e sui loro figli. 

Il genocidio dimenticato conta 500.000 vittime. Il 2 Agosto del 1944 la sezione del campo di sterminio di Auschwitz dedicata agli “zingari” fu circondata dalle SS. Nelle settimane precedenti gli occupanti del campo avevano dato vita ad una ribellione di resistenza, armati di pietre e bastoni. Privi di forze, già quasi privi di vita i circa 4000 Rom e Sinti furono assassinati nelle camere a gas e cremati la notte stessa. Il 2 agosto il popolo Rom festeggia l’arrivo della metà dell’estate.
Un genocidio da cui nulla l’Europa ha imparato. 
Il riconoscimento ufficiale che un piano di sterminio studiato e programmato fu attuato dai nazisti contro la popolazione Rom e Sinti europea avvenne da parte della Germania soltanto nel 1982. Ciò che preoccupa è la constatazione di come sono trattati tutt’oggi i Rom e i Sinti in Europa; le condizioni di segregazione e discriminazione in cui si trovano a dover vivere. Se si può dire che (salvo estremismi) l’antisemitismo ai giorni nostri è sostanzialmente sconfitto, non è per nulla così per quanto riguarda la permanenza di un sentore “antizingaro” diffuso in maniera generica e stratificata nella popolazione dei vari paesi europei , spesso alimentato dalle politiche dei governi. In Europa Rom e Sinti sono di fatto trattati come persone di seconda categoria. Spesso vivono in condizioni di segregazione esclusi dall’accesso ai diritti di base dei cittadini ed in alcuni paesi addirittura esclusi dall’accesso alle cure sanitarie. Migliaia sono gli episodi di razzismo e violenza che si verificano nei confronti delle comunità Rom e Sinti: aggressioni, incendi delle abitazioni, marce e manifestazioni razziste che assumono i caratteri di veri e propri pogrom. E’ una lunga storia di pregiudizio e discriminazione, una linea che già in passato ha visto il passaggio dalla logica dell’esclusione a quella dello sterminio. Per questo è importante rompere il silenzio che domina sulla storia del genocidio Rom e Sinti e creare una memoria pubblica che faccia riconoscere quelli che sono i tratti fondanti che ne hanno permesso il verificarsi e che purtroppo ad oggi per alcuni aspetti sembrano in procinto di ripetersi.
Dik Ina Bistar
Cammino ai bordi dello stagno e il mio piede affonda di pochi centimetri nel fango. Una rana verde, grossa quanto una moneta mi saltella gracidando sulla scarpa. Un brivido scorre gelido su per la spina dorsale. C’è una quiete surreale. Quel piccolo lago è davvero splendido, colmo di vita, l’erba verde rigogliosa attorno, i rami degli alberi mossi appena dal vento. In quelle acque torbide e serene giacciono le ceneri umane di centinaia di migliaia di esseri. “Probabilmente mia madre e mio padre sono qui in questo lago” dice nel suo discorso alla folla Zoni Weisz.  E’ un Sinto, a sette anni è riuscito a fuggire da un carro bestiame che lo stava deportando ad Auschwitz. Cinquecento persone, Rom e Sinti e non. In piedi attorno a questo assurdo lago. Le facce sono per lo più giovani, e vengono da tutta Europa. Ognuna con una storia alle spalle. La bandiera verde e blu con la ruota rossa del carro sventola mentre Zoni parla e racconta. La quiete di questo lago. L’infuriare del genocidio sessantenni fa. “Voi non potete neanche immaginare”
 

  Una frase è stampata sulle magliette di tutti.

Dik Ina Bistar.
Guarda e Non dimenticare.





04/06/13

il folle sulla collina


Il suo principio di base era non lavorare. Quando arrivammo stava facendo esattamente questo. Non lavorava. Era seduto all’ingresso del paese con il cappuccio grigio della giacca tirato su. Guardava fisso un punto davanti a sé.  Di fronte la vista si estendeva. Colline ripide scure e boscose, punteggiate di case e paesi inerpicati nel nulla. Lontano, in fondo, Il mare. Ma i suoi occhi non sembravano così distanti. Erano fissi nel grigio del cielo a non più di cinquanta metri dal suo viso. Di spalle, non ci sentì nemmeno arrivare dal sentiero. Il che fa strano se vivi in un posto dove sostanzialmente non c’è nessuno. Ogni rumore, soprattutto quello di passi dovrebbe attirare la tua attenzione. Di primo impatto intimoriva. Sembrava un presagio di morte. Muto e senza volto all’ingresso del villaggio abbandonato. Rispose solo al terzo saluto, per nulla stupito di vedere due facce nuove in quel posto. Il folle sulla collina viveva così. Senza fare nulla, quasi avvolto nell’edera. L’amico delle capre aveva un senso. Nella sua solitudine triste e profonda. Ma tutto il resto odorava di insano. Nessuna delle case era stata davvero risistemata. Semplicemente quelle il cui pavimento era camminabile erano state occupate. Catene e lucchetti chiudevano alcune porte. “Canate non è per tutti, te la devi conquistare” era la scritta su una di queste porte, subito accanto parole deliranti sull’ira di Dio verso i peccatori. Anche nelle case abitate lo stato di abbandono era palesemente percepibile. Catene e lucchetti ponevano soltanto divieti arbitrari su proprietà fasulle, fatte di nulla nel nulla. Quando ci sedemmo a mangiare il folle si affacciò da una finestra della casa di fronte. Si mise a ridere perché una gatta spelacchiata ci chiedeva del cibo. Rideva davvero di gusto, divertito. Come se fosse la scena migliore che gli capitava di vedere da mesi. Poi venne giù sgambettando di corsa. Teneva una bottiglia e delle tazzine in mano. “Brandy?” ci disse e versò tre bicchieri di brodaglia color rame. Parlava e sembrava felice che fossimo lì, probabilmente ancora per la scena del gatto. Il brandy era pressoché imbevibile e tutta l’attenzione non riusciva a non essere concentrata sull’enorme pustola gialla che pulsava sulla guancia del folle. Sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. Ci raccontò che al massimo erano una decina a vivere in paese. Tutti suoi amici. Lui viveva lì da quasi un anno e mezzo ma non riusciva a stare sette giorni su sette. Ogni tanto doveva scendere in città e lavorare. Accennò sconclusionatamente al farsi il pane da soli e ad avere il grano  per poterlo fare, perché il suo obiettivo era quello di non lavorare più. Guardai le sue mani. Erano luride ma non erano sporche. Mani che non avevano mai dato un colpo di zappa. Ci guardava con curiosità e diffidenza. Cercavo un istante, in cui rovesciare il brandy nell’erba lontano dal suo sguardo ma i suoi occhi non mollavano mai. Forse per via delle preziose tazzine in cui stavamo bevendo. Tazzine che avevano tutta l’aria di essere state taccheggiate in un bar della Val Bisagno. Nel frattempo di bicchieri se n’era scolati tre. Ci ammonì di non fare foto alle cose private, tipo le magliette stese. Poi ci confidò che la casa accanto alla sua era ancora buona e che se avessimo voluto avremmo potuto prenderla e viverci. Bastava chiuderla con una catena. Più si lasciava trasportare dalla foga dei discorsi più la pustola sulla guancia si tendeva tremolando. Sembrava essere lei, la pustola, la mente pensante della situazione. Disgustosa gli suggeriva le parole tra una risata e l’altra.  Mi arresi. Gli dissi che avevo problemi di stomaco e che mi spiaceva ma non riuscivo a bere il suo pur buonissimo brandy. Si rabbuiò immediatamente, mi disse che avrei potuto avvisarlo e riversò la mia tazzina all’interno della bottiglia. Subito dopo se ne versò un quarto bicchiere. Per curiosità e per non contrariarlo entrammo a dare un occhio alla casa. Due piani. Dentro non c’era nulla. I pavimenti di legno reggevano ma lo scricchiolio dava l’idea che potessero sfondarsi da un momento all’altro. Non c’erano vetri alle finestre e il soffitto di legno del secondo piano pendeva pesantemente sulle stanze, marcio e gonfio di umidità. Anche volendo ci sarebbero voluti anni per poter rendere quel posto vivibile. Non ci lasciò entrare nella “sua” casa ma immagino, essendoci stato già anni prima, che non dovesse essere in condizioni molto differenti. Al folle della collina però bastava così. La considerava sua. Non lavorava. Quando uscimmo era di nuovo seduto nella posizione originale a fissare il nulla qualche metro davanti a lui rivolto verso la valle e il mare. Dovetti proprio salutarlo perché si accorgesse di nuovo di noi. Se fossimo andati via così senza dire nulla non avrebbe battuto ciglio. Stringendo la sua mano vidi che la pustola era esplosa. Un senso di viscido si impadronì della pelle delle mie dita. Un senso di malessere profondo mentre si camminava verso Genova sul sentiero. Non avrebbe dovuto essere così. Disagio che si autoalimentava isolandosi in un bosco tra le case diroccate. Mi girai a guardarlo da un po’ più lontano. Immobile fisso nel vuoto. Brandy?
 

Le mani sporche


Le mani sporche. Segno di un modo di intendere la vita. L’interazione con il mondo che ci circonda. Mani screpolate nei cui interstizi si accumula polvere, fango, terra. Le mani sporche sono mani che toccano, mani che agiscono, mani che vivono. Seduto di fronte a noi, le mani dell’amico delle capre sono sporche. Così tanto da essere sporco indelebile. Ma la sua voce è tranquilla mentre parla, esce con una serenità diversa anche se si vede che non è tanto abituato a rapportarsi con estranei e con uomini in genere. Le sue parole sono lucide, frutto di lunghe riflessioni nel silenzio delle giornate sui prati. I concetti sembrano espressi con una semplicità sconcertante, anche se profondi ed articolati non lasciano spazio al fatto che quella è una logica giusta e l’altra è una logica sbagliata, o semplicemente non è logica. La stufa in ferro brucia di poca brace dietro. La stanza è minuscola, più facile da riscaldare. Panche e tavolo di legno vecchio. In tre la riempiamo completamente. E’ fatta per uno soltanto. Del pane abbrustolisce in una teglia annerita, sulla ruggine calda della stufa. E’ per le capre ci spiega. Odore affumicato, un po’ di umido, un po’ di freddo, un po’ di bestia. Perfetto per il caffè che ci sta offrendo. Siamo a maggio ma quest’anno il freddo non smette. Entra placido nelle ossa preparate a un po’ di sole e di caldo. Vestiti sporchi. Ci racconta di come sia ormai giunto il tempo della fine dell’era industriale. La necessità per l’uomo di fare un passo indietro. Di ritornare alle terre a vivere in una società rurale. Allevatore, agricoltore. Fare un passo indietro però, ci dice, è più difficile che farne uno avanti.  Il paese, Canate, è vuoto da più di 50 anni. Dopo la guerra i giovani andarono tutti giù a Genova a lavorare in CULMV al porto.  I vecchi, anche quelli che volevano continuare a vivere lì, non ce la potevano fare. Canate si raggiunge solo a piedi attraverso il bosco. Non ci puoi mettere meno di quaranta minuti oggettivi, su di una strada che scende e poi sale e parte da un paese di una ventina di case a nome Marsiglia. Per i partigiani fu una località strategica, serviva per la guerriglia. Base di contatto con la città, rifugio e rifornimento. Tra le case vuote, che sempre più si fanno ruderi, una targa ricorda il coraggio degli abitanti del paese dato alle fiamme dai nazisti per rappresaglia. Fa strano; una storia lontana ormai persa e finita. Omaggio ai fantasmi incrostati in quei muri. Saranno venti le case tre o quattro accessibili le altre in rovina. Pavimenti sfondati, soffitti che crollano, mura aperte tra oggetti di una vita passata, gesti sospesi incompiuti. Le botti in cantina, piatti bottiglie, una scarpa da donna, una giacca appesa ad un muro. L’amico delle capre scuote la teglia del pane e d’improvviso rumore di zoccoli sul legno ed una testa cornuta spunta dalla porta. Le parla. La cosa incredibile è che lei sembra capire. Un pezzo di pane e poi la caccia via con un grido. La parola compromesso per l’amico delle capre non esiste. Si arrabbia quasi a sentirla pronunciare. Commercio è un altro termine che non gli garba.  Gli piace molto però la parola gradualità. Gradualità delle cose, delle scelte con cui si cambia. Gradualmente, così come deve avere fatto lui. Alla domanda d’approccio “come si sta qui?” la sua risposta è stata “ da re!”. La serenità nella voce e nello sguardo, i vestiti, le mani sporche. Non c’è acqua a Canate se non quella della fontana. Non c’è luce, non c’è gas. Cercate di non fare domande standardizzate, ci ha avvertito prima di iniziare a conversare. Chiediamo cose, lui parla. Mai troppo. Quasi mai di sé. Riprende la teglia del pane e usciamo. Sono sette le capre. Bianche e nere. Più un piccolino che sembra un peluche. Gli parla, lo ascoltano e si affollano intorno a prendere il pane. Saltellano ci mordicchiano e ci esplorano. Ne aveva due all’inizio, le altre le ha fatte nascere lui. Si percepisce l’affetto reciproco. D’un tratto saltando la capra più grossa fa cadere una pietra da un muretto a secco ed è subito un ceffone forte sul muso. Gli grida come un marito ubriaco ad una moglie un po’ stupida. La picchia, e poi ancora.  Canate è arroccato sulla collina. Prende il sole e guarda, lontano il mare. C’è silenzio, ci sono i boschi a Canate. Le mani sporche. Le capisco.  Le vorrei. Il mio compagno le ha già, più di me. Solitudine. Totale. Interiore. Neanche una donna ma una capra. Parlare, quando si può. Serenamente ma con fatica, soltanto a sé stessi. Questo non lo capisco.  Le mani sporche, la serenità dello sguardo. Soli, davvero. Il cuore prima o poi va in frantumi. L’amico delle capre, a Canate, c’è da cinque anni.

22/05/13

Le mani del Gallo



Aiutare chi è caduto a rialzarsi. Farlo con le braccia, con la voce senza la presunzione dell’arroganza, nella consapevolezza del gesto che si sta compiendo. Porgere una mano, la mano, per un appoggio. La consapevolezza che quel gesto per quanto grande, per quanto ripetuto ieri, oggi, domani, una, due, centinaia, migliaia di volte da solo non basta. Perché le parole e lo sguardo vanno rivolti laddove stanno le cause del male. Il lucro, l’odio, l’avidità eretti a sistema colpiscono e disperano. Piegano le persone fino a farle cadere nella polvere senza più speranza. Ed è allora che il gesto, quel gesto, cambia le cose.  Una mano aperta verso il terreno, salda  per essere presa e rialzare. Un gesto che non è carità, ma rivoluzione. Un gesto che non è fine a sé stesso perché mentre è compiuto parla. Parla agli ultimi, dice rialzati e lotta, fatti ascoltare e se non ti ascoltano grida! Parla ai potenti e dice fermatevi, noi ci riprenderemo quel che ci spetta e lo faremo a partire da adesso. La voce come un’arma, forte della fede. Fede legata alla terra, fede nell’uomo, fede nell’agire con le mani sporche e lo sguardo fiero. Fede in un Dio che anche per chi non crede, in tutto ciò lo avrebbe potuto riconoscere come puro. La voce come un’arma che taglia le gambe all’ipocrisia della Chiesa e dei suoi vari capi..una voce che predica amore, tolleranza, libertà giustizia sociale.
Quello che lasci è tanto. Diretto e indiretto per le vite della nostra città e del nostro paese. C’è chi si porterà la gratitudine dentro e chi non smetterà l’ammirazione. Quello che spero è che tu sia un pilastro, un esempio un colosso inamovibile nel proseguo dei nostri giorni. La memoria non basta. Quello che serve sono migliaia. Migliaia di mani. Migliaia di voci.  Come le tue. Come le tue mani, come la tua voce.
Grazie Gallo

18/02/13

RESPIRO

Riprendere possesso del mio corpo di uomo. Ricostruire la mia mente. Un passo dopo l’altro iniziando a respirare. Sono tutto quello che avrei potuto essere e non sono. Sono nulla. Sono una serie di errori accumulati. Insieme di insensata inazione e tempo lasciato correre sulla carne, tra le palpebre e su per le narici del naso dentro il cervello. Aria respirata male senza intenzione vera, aspettando qualcosa. Ora lo so. Non c’è mai un qualcosa. Non aspettarlo. Mi diceva il vecchio  Qualcosa è solo a posteriori, quando ti guardi indietro, oltre le spalle. Nella vita bisogna essere addestrati. Ma il fine dell’addestramento è l’addestramento stesso, la vita. Non c’è un momento in cui potrai smettere di farlo e sederti a guardare quello che hai lasciato. Qualcun altro lo farà per te, dopo di te. Sorseggiava il suo te con movimenti limpidi. Il suo sguardo dietro la tazzina di ceramica bianca sembrava proiettare in fuori l’infinito. Il suo tono era sempre del tutto tranquillo senza mai un’inflessione. Il suono della pioggia di un temporale senza tuoni. Nel momento in cui ti siedi e smetti di addestrarti inizi a morire. Perderai te stesso.
Riprendere possesso del mio corpo di uomo. In senso fisico. Sentire le fibre muscolari farsi meno flaccide e burrose, scolpire le linee delle braccia e del ventre, tornare a sentire possenza nei movimenti di spalle e gambe. Uno! Due Tre! Il fiato si condensa appena fuori la bocca. Il gelo del bosco si infrange sul calore del corpo.Flessioni. Fuma la mia pelle ed il silenzio della montagna è totale. Neanche lo scricchiolare minimo della neve. La forza dev’essere pronta ad essere usata. Arriverà sempre un momento in cui ne avrai bisogno, bisogno anche solo di sentirla, e dovrai farla emergere. Il vecchio mi porgeva il sacco di iuta. Cucito da mani callose e indurite dal tempo. Consumato dai pugni di decine di allievi. Ma la forza non viene da sé non è nascosta dentro, pronta ad uscire a comando. La forza va nutrita, cresciuta, mantenuta o quando la cercherai non la troverai più, neanche sotto il massimo dello sforzo. Mi guardava. Non c’era affetto in quello sguardo. La forza ti cambierà il respiro, ti cambierà lo sguardo ed i movimenti. Il tuo corpo avrà rispetto di sé stesso. Questo trasparirà negli occhi su di te, nelle voci che ti si rivolgeranno. La forza dev’essere ottenuta con lealtà, sacrificio e costanza. Non c’era affetto in quello sguardo. C’era solo un profondo rispetto. Un rispetto umano. Il corpo deve costruirsi, vivere respirare. Non deve gonfiarsi a sproposito. Il dolore della fatica va sentito e vissuto giorno dopo giorno. Serve a formarti. A formare la tua mente. Trenta! Mi alzo. Riprendo a correre nel bosco. Ogni venti passi un movimento accurato e un pugno al vuoto che mi sta davanti. La luce del crepuscolo tinge la neve d’acqua di lago alpino. I miei piedi non affondano. Questa è l’ora del giorno in cui il gelo si indurisce crepitando.
Riprendere possesso del mio corpo di uomo. In senso mentale. Sai cosa è bene e cosa è male. Non guardando gli altri, guardando te stesso. Il vecchio mi aveva preso accasciato in un angolo di strada. Il corpo corroso d’ alcool d’ogni tipo. Lo sguardo sfuso da qualche droga neanche troppo pesante. Eppure non ero un barbone. Una serata qualunque. Spinta come sempre un po’ più in là. Sai cosa è Sì e cosa è No. Rispettalo. Non per un qualche tipo di principio etico, morale o religioso. Per il tuo corpo , per la tua mente. Non ero neanche convinto di stare male. Ogni Sì rispettato è sicurezza, è serenità fisica ed interiore. Anzi in quel preciso momento mi stavo divertendo, o almeno avevo appena smesso di divertirmi. Ogni No rispettato è uno sguardo in più che puoi dare al mondo. Non è mai una rinuncia è una conquista. Il No rispettato mantiene la forza dentro di te e da te verso il mondo. La serata lunga e avevo esagerato. Un rigurgito mi aveva premuto sulla bocca dello stomaco. Ero uscito ed era stato sbocco acido. Poi il vecchio era comparso. Ogni Sì non attuato è un senso di colpa, è l’angoscia che piano scivola tra le interiora, accellera il respiro e il battito cardiaco e ti porta alla negazione, all’inazione, all’alienazione. Sulle prime mi aveva stupito. Era inappuntabile, ma non appariscente. Ero rimasto come ipnotizzato dai suoi folti baffi bianchi. Poi i nostri occhi si erano incrociati. Non c’era odio in quello sguardo. E neanche affetto. Ogni No violato è una macchia indelebile sulla tua persona. Piccolo o grande sarà comunque qualcosa che ti porterai cosciente dentro per tutta la vita. Questo fardello ti rallenterà nelle decisioni, nei sentimenti nel tuo sguardo sul mondo. Poi lo stato di alterazione mi aveva sopraffatto e tutto d’improvviso mi era sembrato grottesco. Sai cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ero scoppiato in una risata alcolica e sbiascicata. Ma il vecchio non rideva. Mi aveva invece porto la mano per aiutarmi a rialzarmi. Ero stanco e l’avevo presa. Non sperimentare il male. Ogni contaminazione si spande inesorabilmente dentro di te innescando reazioni mentali a catena di autogiustificazione ed ignoramento che ti porteranno per forza a ripeterlo, il male. Nel momento stesso in cui l’avevo sfiorata, con un movimento veloce il vecchio mi aveva girato il dito indice spezzandomelo di netto. Era stato così fulmineo che il dolore mi aveva inondato la bocca ancora prima che l’idea di un grido potesse nascere. In un attimo avevo visto tutto nero. L’ultima cosa che ricordo, l’iride nera del vecchio. Niente odio. Cera solo rispetto in quello sguardo. Sperimenta il bene perché questo ti costruisce ed il piacere che ne ricaverai sarà sempre e infinitamente più grande di quello che potrai avere dal male. Per questo mi aveva spezzato il dito. Perché entrambe potessimo sperimentare il bene.
Riprendere possesso del mio corpo in senso umano. Sapore di sangue in bocca. Il freddo mi accarezza i polmoni. Cartavetro tra i bronchi. Non scappare, affronta le cose. Se vuoi fare una cosa buona per te falla, indipendentemente dal mondo e dalle persone che ti circondano. Rispettali, rispetta la vita, con tutti i suoi difetti e le sue cattiverie ma non farti travolgere. Ho imparato ad apprezzare quel lieve dolore che accompagna lo sforzo. Mi forma scolpendomi a colpi di cuneo. Tu non sei loro e loro non sono te. Non seguire nessuno, non farti seguire da nessuno, ma se riesci, se vuoi, collabora. Sapendo che ogni collaborazione è destinata a terminare. Il vecchio mi aveva aiutato a rinascere. Per nessun motivo se non quello che era giusto farlo. Restituire un corpo ed una mente alla vita in un mondo di corpi e menti morti. Per lo più. Sii coerente nelle tue convinzioni, perché la coerenza esprime forza interiore e sicurezza del mondo. Non ammirare qualcuno, impara. Se vuoi fare una cosa falla. Un giorno il vecchio era sparito. Senza preavviso, senza lasciare traccia o speranza di farsi vivo nuovamente. Semplicemente non c’era più. Non avere paura della solitudine, cercala. Ogni tanto stacca. Stacca tutto, lascia il tuo telefono, il tuo computer, prendi uno zaino e cammina. Solo con te stesso 24 ore. Tu e la mente. Io e la mente. Quando tornerai sarai diverso. Il mondo sarà più soffice, benaccetto. Non sfuggire la solitudine, cercala. Neve. Mi fermo. La corsa è finita. Il respiro affannato i muscoli caldi il corpo pulsante. Ormai le ombre dominano la sera. Alzo lo sguardo verso il cielo terso. E’ ancora azzurro. Corpo, mente uomo. Più nulla tra me e la montagna. Riprendere possesso di me stesso. Grazie vecchio.

04/02/13

Lo scudo e le gradinate



Apro gli occhi. Sdraiato sul materassino da campeggio. Fisso il bianco delle piastrelle. Grumi di cartaigenica in poltiglia pendono dal soffitto che scende a spiovere. Lo scherzo di qualche burlone del passato. Rimasto lì a seccare per anni, ed ora dentro i miei occhi. Li chiudo. Qualcuno ha parlato. Un’ora. Un minuto. Un secondo. Un giorno. Li riapro. Le finestre di vetro ruvido inondano la stanza di una luce blu ghiaccio. Le cinque del mattino. Dove sono? Sono in uno spogliatoio allo stadio Carlini. Oggi è il 18 luglio del 2001. Qualcuno ha parlato. Le piastrelle rosse del pavimento. Due stanze, spogliatoi docce e cessi. Le panchine addosso ai muri sono ingombre di casse. Maschere antigas, caschi, guanti da lavoro, occhialini da saldatore e materassini da campeggio per le protezioni. Dormo affianco al generatore. Non fa freddo. Chiudo gli occhi, ma qualcuno parla di nuovo. Una voce ripetitiva dal tono preoccupato squillante. Svegliaa, alzatevi. Dobbiamo prepararci. Svegliaa. Svegliaa. Riapro gli occhi. Dall’altra parte della stanza dorme il Lencio. Non da segni di vita. Poco più in là Michele, si sta invece alzando. Il fastidio della voce litaniosa continua. Svegliaa alzatevii sveglia…Non riesco a capire da dove proviene. Forse da fuori. Cerco di issarmi sui gomiti, ma non è un vero tentativo. Richiudo gli occhi e sento i passi di Michele che esce dallo spogliatoio. Un’ora, un secondo, un giorno. Un minuto. Michele rientra e i suoi passi sono affrettati. “Ragazzi alzatevi c’è la polizia!”. Il respiro si blocca un istante ed una voce roca chiede “Stai scherzando?” Da sotto le palpebre capisco che è la mia. “No, vogliono fare una perquisizione, alzatevi!” Uno, due, tre secondi. Mi alzo di scatto, gira la testa e quella che mi passa in mente è una grande bestemmia. Il sonno in quei giorni è troppo poco e la lucidità alla mente fatica a venire. E’ l’alba. Anzi è il crepuscolo prima dell’alba. Scuoto il Lencio dallo stato di morte apparente e gli comunico la notizia. “Sveglia ci son gli sbirri” In mezzo secondo è già in piedi. Mi sciacquo la faccia con acqua fredda per cercare di raggiungere il mio stato cosciente. In quel momento entra di corsa un compagno. Lo vedo nello specchio prendere una sedia e nascondere un cubo di fumo sopra il neon che pende dal soffitto. Penso che non sia una grande idea nasconderlo nel magazzino dove teniamo il materiale per la piazza ma non dico nulla. “Se quando torni non c’è più non sono stato io”  lo apostrofo. Dai vieni e chiudiamo a chiave. Giù per il corridoio, su per le scale usciamo e siamo subito dall’ingresso. Lo sguardo va fuori dal cancello chiuso dove si affollano i compagni. Sbirri in assetto. Lo sguardo scorre sopra i caschi. E scorre e scorre e scorre e scorre….lo stomaco si stringe strizzato da dita forti ed invisibili. Mi faccio spazio e mi sporgo dal cancello…e scorre e scorre. Cazzo, sono tantissimi. Sembra che abbiano circondato lo stadio. Sguardi cattivi filtrano attraverso il plexiglass delle visiere. Sotto il casco blu qualcuno ha il viso coperto da fazzoletti alzati. Una voce arriva dal gruppo di contatto. Stanno per entrare! Cordone! Le braccia si incrociano forti e strette con i compagni. Uniti e compatti quel fiume di caschi neri e blu mette meno paura.  Due cordoni, uno di fronte all’altro. Un corridoio con pareti di uomini e donne. Si apre il cancello. Adrenalina nella presa delle braccia. Stanno entrando. No, non tutti. Solo una decina. Digos per lo più, circondati dai giornalisti e dal gruppo di contatto. Scorrono nel nostro corridoio umano passandoci davanti. Casarini ha il passo deciso e lo sguardo che non ammette repliche. La palla ora ce l’abbiamo noi. Anche se fuori gli sbirri sono centinaia. Entrano nel campo di terra e ghiaia. Noi restiamo immobili in alto sulle gradinate. Siamo tutti schierati e in cordone a guardarli passare. Fanno pochi passi poi Casarini si ferma. Raccoglie da terra uno scudo in plexiglass. In verde campeggia la scritta NO G8!  Lo mostra agli sbirri e lo mostra ai giornalisti. Poi si gira e lentamente lo alza verso le gradinate. Ci guarda, lo guardiamo e, cazzo, sembra davvero una specie di guerriero medievale. Boromir. Un brivido percorre la folla ed un applauso ed un unico grande grido d’approvazione rispondo ai riflessi del sole sullo scudo al cielo. Quello che stiamo facendo è dichiararlo. Senza paura, senza esitazione. Noi sfonderemo la zona rossa. E lo faremo così, solo con questi scudi, solo con i nostri corpi e non ci potrete fermare se non con abnorme violenza. Perché noi siamo nel giusto. Perché noi siamo il colore della terra. Gli sbirri vengono scortati fuori e mentre risalgono i gradoni un coro nasce spontaneo e cresce sempre più forte fino a farsi assordante. Genova libera, GENOVA LIBERA! GENOVA LIBERA! Affrettano il passo inseguiti da questo grido pressante ed escono. Dietro di loro neanche si chiude il cancello. Non abbiamo nulla da nascondere. Quelli che si nascondono dietro grate di ferro siete voi, otto grandi impauriti.  
Quella perquisizione forse non sarebbe dovuta andare così secondo i loro piani . Ma come sappiamo avrebbero avuto modo di rifarsi. Usando contro un unico corpo compatto e multiforme quell’abnorme violenza che è tipica del potere. Assassini aguzzini e bugiardi a difendere un sistema in procinto di collassare in una crisi globale. Otto. Eppure contro di loro l’umanità.