7 novembre 2011
Dopo la furia del fiume soltanto il Fango. Il fango è uno schifo. Melma viscida che filtra tra i vestiti e impregna i tessuti. Si appiccica al viso e indurisce i capelli. Penetra, si insinua negli ingranaggi dei macchinari da lavoro e li rende inutilizzabili, bagna i circuiti elettrici, si espande come se non avesse forma né dimensione allagando tutte le superfici disponibili. Poi rimane lì a seccare, a corrodere, a farsi terra. Massa devastante che sembra infinita, da mandare via a piccoli colpi di pala. Nella tragedia le ingiustizie appaiono per quello che sono, l’usurpazione della
dignità dell’uomo, i piedi nel fango di una città devastata. Eppure, nell’acqua gelida, ai piedi degli alluvionati se ne sono aggiunti migliaia. Piedi amici, piedi fratelli, piedi che tra loro si conoscevano o che tra loro non si erano mai visti. Piedi compagni ricoperti di terra bagnata. E insieme ai piedi sono arrivate le braccia, i secchi, le pale le mani. Decine di migliaia. Non angeli ma uomini e donne. La decisone di mettere in gioco i corpi e il sudore, di fronte ad una società e a delle istituzioni che, dopo essere stati la causa di una tragedia, non sono stati in grado di rispondere all’emergenza. E nei visi, nell’animo di chi spala e si sporca, il brivido di una consapevolezza. La consapevolezza dell’autorganizzazione . Lavoratori, operai, studenti, disoccupati, lavoratori appena licenziati affossano la precarietà delle loro esistenze per mettersi insieme e medicare la ferita pulsante dell’alluvione. Nessuna delega, nessun capo, nessuno stipendio, nessun orario di lavoro. Soltanto una necessità condivisa e l’azione pratica del fare. Negozi, case, cantine sono svuotate a braccia. Le pale affondano, i secchi pieni di fango e pietre sono svuotati, in un tempo brevissimo i posti e le strade sono ripulite. I mezzi per lavorare sono comuni, chi ha qualcosa lo porta e tutti lo usano perché quello che conta è lo scopo. Sporcandoti le mani fianco a fianco con un uomo che non hai mai visto ma che in quel momento è tuo compagno. L’autorganizzazione funziona. Funziona meglio di una società che ha costruito sui fiumi, che non ha guardato al bene comune ma al bene di quei pochi che costruendo si sono
arricchiti. L’autorganizzazione è l’antitesi dell’interesse speculativo, base del nostro sistema politico e sociale. Si fanno girare miliardi per imporre mostruosità inutili violentando la natura che ci circonda, violentando il bene comune. Mancavano 300.000 euro per completare la messa in sicurezza del Ferreggiano ma i soldi sono stati spesi in un altro modo. Guerre, armamenti militari, l’esercito e la polizia mandati dallo Stato in Val Susa a difendere il cantiere di una TAV
che nessuno tra la popolazione vuole. Il progetto di chilometri di cemento per la Gronda Autostradale genovese. Tutto è diventato un affare: le privatizzazioni di beni comuni quali l’acqua, i trasporti pubblici, la sanità, la scuola e l’università. Questa società, questo sistema non funziona. Lo si vede, lo si sente nella precarietà della vita eletta a pane quotidiano dell’esistenza comune. Situazioni di emergenza e di necessità si presentano ogni giorno nella vita di sempre più persone. Licenziamenti di massa, disoccupazione, mancanza di servizi essenziali. Il sistema capitalistico finanziario, lontano ed astratto, si inventa una crisi e specula creando malessere diffuso nella società. L’autorganizzazione di migliaia di persone ha lavato via il fango dell’alluvione. Ha cambiato il drammatico stato di cose presenti lasciato dalla pioggia e dall’esondazione dei fiumi. L’autorganizzazione funziona ed oggi è una necessità estesa perché il
sistema è pieno di fango anche quando non piove. E’ venuto il momento lavarlo via. E’ venuto il momento di sporcarsi le mani. E’ venuto il momento di autorganizzarsi e cambiare lo stato di cose presenti.
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