14/11/11

Jackob

Maggio 2010

Jackob affondò con il piede la zappa nella terra umida. Il suo corpo era possente anche se piccolo e deforme. Estrasse la zappa e la ripiantò poco più avanti. La terra era vaporosa, si lasciava violentare dal becco di metallo e odorava. La terra era una buona cosa, non parlava, non diceva nulla, non si muoveva. Ma era sempre lì. Sotto i suoi piedi nudi a infiltrarsi fredda e bagnata tra le dita e nei vestiti. La terra gli voleva bene e lui voleva bene alla terra. Non c’era uomo che la curasse come Jackob e non c’era uomo oltre a Jackob a cui la terra ripagasse tanto. Jackob lo sapeva, tutti lo sapevano e forse solo per questo era ancora vivo. Sotto un cielo uggioso Jackob la colpì di nuovo. Ma il suo era un gesto d’amore. Quando la zappa penetrava nel suolo tenero e marrone spargendo granuli e polvere, Jackob sapeva di non stare facendo male alla terra. Sapeva che quel gesto era come una carezza. Come una mano maliziosa che si infilava lenta tra le gambe di una donna. Se si conoscevano i punti giusti dove affondare, la forza giusta necessaria, la lunghezza della zappata..la terra fremeva di piacere. Jackob amava la terra. Ogni tanto quando credeva di non essere visto allungava la sua mano tozza e digrignata al suolo e se ne portava una manciata alla bocca. Ne assaporava il gusto acre ed intenso. I granuli e i sassolini, il calore di ciò che aveva partorito tutti gli esseri viventi e che presto se li sarebbe ripresi. Assaporava milioni di anni di esistenza, assaporava ciò che presto sarebbe tornato ad essere lui stesso. Assaporava la terra, gustava la vita, percepiva la morte. Dolce acre e amara, la scioglieva e se la lasciava scivolare piano lungo la gola. “Porco di un mostro!” La bastonata gli arrivò secca con un dolore acuto sulla nuca. “Stai di nuovo mangiando la terra eh animale!?” Jackob si allungò sul campo buttato come fosse un sacco di patate, la bocca congestionata penetrata nel silenzio di un grugnito. La seconda bastonata lo colpì pesante come il ferro sulla sua schiena storta. La gobba gli dolse come se fosse stata in fiamme. “Bestia schifosa! La terra non si mangia! La terra si lavora” Ancora un colpo con odio sulla tempia. Jackob sapeva che sarebbe stato l’ultimo. Erano sempre tre le bastonate del padrone. Una goccia di sangue scivolò lenta sulle irregolarità del cranio. ”Vile creatura! Io per la pietà misericordiosa del Signore iddio ti tengo in vita, ti do da mangiare…e tu invece di ripagarmi col lavoro cosa fai? cose disgustose! Guardalo lì! imbambolato con quel volto deforme. Togli quel moncherino di mano dalla tua bocca schifosa! Sputa quella terra!” L’unico occhio buono di Jackob silenziosamente si riempiva di lacrime. Arrivò il calcio al costato. “ Alzati mostro! Prendi l zappa e lavora! Ti piace mangiare la terra? Allora stasera per cena avrai la terra più fertile di tutta la campagna. Il letame sarà la tua cena mostro!Lavora!” Il padrone non era buono. La terra, sì lei era buona. E mentre ancora il padrone zoppicando lento sul suo bastone si avviava verso la cascina, Jackob smise di zappare. Allungo una mano verso il terreno e si riempi la bocca. Jackob amava la terra. .
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Quando la notte scendeva su quelle colline nulla esisteva più. Era come se gli oggetti, le persone, il profilo dei monti, gli alberi sparissero. Vaghe forme si distinguevano solo ai fiochi bagliori delle lampade ad olio e delle candele. Era il buio assoluto. La luna spesso un miraggio sotto un cielo nero di nuvole. Jackob era accovacciato nel suo angolo di paglia. Ogni giorno appena la luce del sole si spegneva nel crepuscolo, il padrone lo faceva chiudere a chiave nella stalla. Nell’inconscio dell’oscurità le protuberanze del corpo di Jackob, il suo cranio schiacciato e deforme, infastidivano gli altri uomini. Incontrare quell’essere dietro al buio di un angolo, scorgere la sua sagoma che nel crepuscolo si aggirava tra le ombre scure dei campi, sentire i suoi passi strascicati nell’oscurità del bosco erano sensazioni che insinuavano l’inquietudine dell’orrore nelle menti dei contadini. La notte conferiva a Jackob il potere inconsapevole della paura. Chi più temeva di incontrare il respiro ansante di Jackob nelle tenebre dei corridoi deserti della cascina era il padrone. Al calar della notte uno stato d’angoscia impalpabile si insinuava dentro il suo vecchio fegato. Il padrone temeva i fantasmi della notte e Jackob ne rappresentava la peggiore incarnazione. Così ogni sera si assicurava personalmente che la porta della stalla fosse chiusa con tre mandate e legava il mazzo di grosse chiavi arrugginite ai propri pantaloni. Jackob passava le nottate sulla paglia in compagnia delle mucche. In fondo non era una brutta compagnia. Il calore dei grossi corpi riscaldava piacevolmente lo stanzone di legno e pietra. E le bestie non erano cattive come gli uomini. Col tempo aveva imparato a tenersi lontano dagli escrementi degli animali e l’odore non gli dava fastidio. Era odore pulsante di vita. Jackob aveva fame. Il suo solito pasto consisteva nell’avanzo del pasto dei padroni buttato su un piatto più qualche pezzo di pane secco. Ma quella sera alla luce giallastra della lampada a petrolio nel piatto si poteva vedere solo una grossa e fresca merda di cavallo. Come promesso dal padrone. Jackob la fissava affascinato. Lo sterco non era una cosa cattiva. Marrone chiaro una grossa spirale maestosa e molliccia sulla ceramica bianca. C’era davvero qualcosa di bello in quella cacca enorme amica della terra , amica delle piante e dei fiori. Amica delle mosche con cui Jackob spesso giocava. Lo sterco non era una cosa cattiva ma Jackob aveva fame. Da un involto di stracci nascosto sotto una pietra smossa del muro tirò fuori due pezzi di pane secco ed iniziò a masticarli ruminando nella bocca amorfa. Quando poteva ogni tanto racimolava degli scarti di cibo qua e là. Ma il pane durò pochissimo. La giornata di lavoro era stata dura e il corpo era ancora indolenzito dalle bastonate. Jackob si passo la mano tozza con quattro dita accarezzandosi il taglio sulla nuca. Appoggiò la sporgenza del suo cranio contro una fredda pietra della parete .La sensazione era bella. Jackob era l’unico uomo a riuscire a sentire l’odore della roccia. Era necessario stare fermi, immobili e lasciarsi penetrare dalla pietra. Era un odore fievole ma intenso. Si insinuava piano nelle narici. Era un odore diverso da ogni altro. Salmastro ma profondo. Refrattario, fatto di mille crepe e insenature, levigature, spacchi, screpolature. In questo odore duro e strano il sonno nonostante i crampi allo stomaco piano perveniva. Quando, tra un muggito lento, Jackob sentì girare lentamente la serratura. Il cigolio stridente. Una, due , tre volte. Si coprì impaurito il viso. Basta bastonate. La porta si aprì lasciando apparire le forme rotonde di una figura senza candela. Mormorava tra sé e sé e teneva in mano qualcosa. “O madre santissima perdona tutti i nostri peccati perchè siamo tutti dei grandissimi peccatori...” Diceva sommessamente la figura. Nella penombra la serva negra si diresse a passi lenti e sicuri verso Jackob. Il piccolo uomo deforme si era rannicchiato nel suo angolo. La serva portava un piatto con degli avanzi di cibo. Alla luce giallastra della lampada le sue grosse forme apparivano accoglienti, rassicuranti sotto un viso sorridente e cordiale. “..o signora dei cieli le nostre anime danneranno tra i fuochi infernali se tu non perdoni le nostre colpe..ce le perdoni ?” diceva sommessamente come rivolta alla parete. Appoggiò il piatto vicino ai piedi di Jackob. Questo smise di schermirsi la faccia con il braccio. Con un’espressione di disgusto la serva negra raccolse il piatto di sterco. Guardò Jackob senza ostilità e disse “Mangia, uomo…Che siamo pure tutte creature di Dio no?” Lo disse a bassa voce. Jackob non sapeva se erano tutti creature di Dio ma immerse le mani nel piatto ed iniziò a mangiare con foga. La serva negra si avviò verso l’uscio tra gli animali addormentati. Fuori soffiava il freddo vento della notte. “O stimabile concubina di Dio lava le nostre anime dalle macchie del male perché tutti noi peccatori ne siamo pieni e sono le più ostinate da mandare via..” Sussurrava chiudendo la porta di legno. Un giro di chiave, due giri, tre giri. Come si fosse procurata quella chiave nessuno può saperlo. Il padrone era convinto di avere l’unica copia. Jackob posò il piatto vuoto sul terreno. Spense la lampada con un respiro rauco e si adagiò sulla paglia. Nessuno lo aveva mai chiamato così. Chiuse l’occhio buono nel rumore del vento. Uomo.

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