14/11/11

INNSE, il tempo della lotta

Marzo 2009
C’era un tempo in cui gli operai occupavano le fabbriche. In cui la lotta era dei lavoratori, tutti, contro uno solo. Il padrone. C’era un tempo in cui del lavoro che facevano, per quanto pesante e faticoso, del sudore che gli colava ogni giorno sulla fronte, in qualche modo gli operai andavano fieri. C’era un tempo in cui la condizione da operaio la si sentiva dentro, nelle ossa e nel sangue che affluiva al cervello. In cui la fabbrica la vivevi e la respiravi e la lotta era questione di ogni giorno. Le macchine e il lavoro non erano del padrone. Erano degli operai. Quel tempo, per gli operai della INNSE, è ora. La INNSE è una fabbrica di Milano. 50 dipendenti. Produce e lavora ingranaggi e parti metalliche di grandi dimensioni. Alla INNSE, ad esempio, è stato prodotto e lavorato il nucleo dell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra ( quello che una volta messo in funzione avrebbe dovuto causare l’apertura di un buco nero). I capannoni della INNSE sorgono a Lambrate, unici superstiti produttivi di una vecchia zona industriale. Ma le zone industriali, si sa, di ‘sti tempi vengono smantellate. Laddove per decenni l’uomo ha lavorato, prodotto, guadagnato, laddove l’uomo si è creato un’esistenza, una comunità e spesso una coscienza, ora sorgono centri commerciali, Ikea, Castorama, Decathlon, palazzi di uffici o abitazioni formicaio. E così agli operai della INNSE, senza il minimo preavviso, in un giorno di giugno arriva una lettera del padrone. A partire dal 3 giugno la società ha deciso di cessare ogni attività. Saranno messi in cassa integrazione, poi in mobilità e poi liquidati. Ieri lavoravi, domani non lavori più. Ed è qui che inizia la lotta dei lavoratori della INNSE . Loro il lavoro continuano a farlo lo stesso. Si radunano davanti ai cancelli, si raggruppano in corteo ed entrano ad occupare la fabbrica. All’arrivo degli operai le guardie del padrone che presidiano l’edificio scappano. Non è solo una questione di sopravvivenza . Non è solo per lo stipendio con cui mantenere moglie e figli che lo fanno. Dalla luce dei loro occhi, dalla forza delle loro parole lo si capisce. Continuano a lavorare perché il lavoro c’è, le macchine funzionano, la fabbrica vive e produce e il padrone non è nessuno per poter decidere “adesso basta”.
“La nostra forza è quel macchinario e la gente in grado di utilizzarlo. Bene o male quest’officina è bella” (enzo, operaio INNSE) Genta è il nome del padrone che due anni prima ha acquistato la INNSE ad un prezzo stracciato: 700.000 euro con incentivi statali. Genta nonostante gli impegni presi con le istituzioni, a sviluppare l’azienda, sin dall’inizio aveva intenzione di rivendere i macchinari e far cessare la produzione ( guadagnando 7 milioni di euro, dieci volte tanto il prezzo d’acquisto). E’ con questo padrone, privo di scrupolo sociale, che guarda solo al proprio interesse che gli operai si scontrano. E in questa lotta sono soli. Il sindacato fatalista si dimostra e dichiara impotente. Le istituzioni, solidali a parole, in realtà non hanno volere e potere di agire contro Genta. Il sostegno reale agli operai in lotta arriva da chi i soldi ed il potere non li ha. Dagli operai di altre fabbriche, da cittadini comuni, da altri lavoratori, da ex operai della INNSE, dai centri sociali e dagli studenti dell’Onda. Per tre mesi i lavoratori della INNSE autogestiscono la produzione. Lavorano, mangiano, dormono, presidiano la fabbrica. L’accordo con i clienti è semplice: un pezzo lavorato esce se un’altro da lavorare viene commissionato. Respingono più di un tentativo di sabotaggio alle macchine. La produzione diretta, una produzione che funziona, a Genta non va giù e dopo tre mesi di occupazione gli operai vengono sgomberati dalle forze dell’ordine. Colti ancora mentre lavoravano nelle officine. Gli edifici sono messi sotto sequestro. Ma i lavoratori della INNSE non ci stanno ed occupano una portineria abbandonata davanti ai cancelli della fabbrica. Da questo momento per gli operai inizia il periodo più duro. Senza stipendio, con poche prospettive al gelo dell’inverno, resistono nella loro lotta. A dicembre la fabbrica viene dissequestrata e consegnata a Genta. Più volte il padrone cerca di entrare coi camion e i manovali per smontare le macchine. Più volte gli operai e chi li sostiene impediscono che questo avvenga. Alle quattro del mattino di un giorno di febbraio i camion di Genta arrivano scortati da più di 200 poliziotti. Nel buio della notte si forma subito un presidio un presidio davanti ai cancelli. Arriva una notizia, due camion sono riusciti ad entrare da un’entrata secondaria. Operai e sostenitori corrono. Bisogna impedirgli di iniziare a smontare le macchine. La polizia è schierata. Gli operai vogliono entrare, si spinge sui cordoni. Lo scontro è duro . I manganelli feriscono teste, spalle e braccia. I poliziotti picchiano e sono troppi. Gli operai non riescono a passare. Si arriva ad un accordo: Genta porterà via solo dei rottami sotto il controllo di 2 operai.
“ E le legnate che abbiamo preso?” chiede qualcuno. “ Le legnate che abbiamo preso, per questa volta, ce le teniamo” Risponde Enzo, testa alta, operaio della INNSE. Il presidio resiste per mesi. Finché in agosto, nonostante le istituzioni avessero garantito una “tregua estiva”, gli edifici della INNSE vengono militarizzati. Centinaia sono i poliziotti. I camion entrano e i manovali iniziano a smontare le macchine. Il presidio viene sgomberato, gli operai vengono respinti più volte. Dopo due giorni di scontri e di appelli inascoltati alle istituzioni, quattro operai ed un funzionario sindacale riescono ad aggirare i controlli e ad entrare in fabbrica. Una volta dentro scelgono la posizione più difendibile e salgono su un carro ponte ( una piattaforma mobile sopraelevata). Per ragioni di sicurezza la polizia è costretta a far sospendere lo smontaggio e a far sgomberare l’edificio. Otto giorni passano gli operai su quel carroponte. Nell’afa di agosto, tra il caldo insopportabile e le zanzare. Otto giorni nei quali, fuori, gli altri operai e i sostenitori organizzano cortei, continuano il presidio, occupano l’atrio della prefettura per farsi ricevere. Otto giorni nei quali un imprenditore si dirà disposto ad acquistare la INNSE. Otto giorni di trattative e alla fine, lo speculatore Genta venderà la fabbrica al nuovo padrone.
Il posto di lavoro dei lavoratori della INNSE è salvo.
I cinque resistenti scendono dal carroponte accolti da una grande folla festosa.
Gli operai della INNSE hanno vinto. C’era un tempo in cui gli operai occupavano le fabbriche. C’è un tempo in cui i lavoratori comprendono di essere una cosa sola, prendono coscienza di essere una comunità, di avere diritti ed interessi comuni. C’è un tempo di crisi in cui il sistema si compatta contro i lavoratori, gli studenti, i cittadini, li schiaccia e tende ad instaurare il potere del padronato e del privilegio. C’è un tempo in cui i lavoratori si devono unire nella lotta contro chi specula sul loro lavoro e sulle loro esistenze, contro chi vuole decidere della loro vita e dei loro diritti. C’è un tempo in cui la lotta deve essere dei lavoratori, tutti, contro uno solo. Il padrone e il sistema. Quel tempo è il tempo dei lavoratori della INNSE, di quelli di ALCOA e di EUTELIA, di tutti quelli che in questo momento stanno lottando per il posto di lavoro e per la propria dignità di persone.
Quel tempo è qui. Quel tempo è ora.

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