29/05/12

La bambina

La Bambina si girò a guardarlo andare via. Gli occhi si incrociarono, iride contro iride la luce penetrò sottile  negli abissi della loro percezione  e quell’istante, quel suo sguardo gli rimasero impressi per sempre nella mente. Un’immagine, una fotografia in bianco e nero. Indelebile.  Ricordava la strada scura e bagnata. Pioggia salmastra dell’alba di Genova  rivoli invisibili tra i lastroni di pietra. Pioggia nelle intercapedini del suolo tra le crepe della città, a corrodere a lavare lo sporco inquinato di anni passati. A farsi melma,  densa, patina secca e nera su cui appoggiare le scarpe e camminare. Bianco e nero. L’odore di umido penetrante dai muri. La voce di quei bambini che correvano. La luce abbagliante bianca in fondo alla strada. Come un altro mondo fuori dall’oscurità di quei vicoli dove palazzi alti come titani proiettano ombre eterne sui visi,  nei negozi, dalle finestre aperte nelle case nei portoni, tra gli sguardi. Il suo sguardo. Luce bianca in fondo. La splendida miseria del vivere. Sotto l’arco, in fondo, là dove c’è il mare. Il mare. Ricordava tutto. La fredda griglia di ferro su cui fece scorrere la mano mentre non riusciva più a voltarsi da quell’ultimo infinito istantaneo sguardo. Metallo ardesia gelido scivolava lento sotto le dita. Ricordava tutto. Il velo sui capelli della donna, gli occhiali della signora in bianco, sagome indistinte immobili si muovevano lungo la via. Sfuocate sempre più ai margini, verso il centro nitido. Nitido perché il centro era Lei. Girata a non lasciarlo andare. La  spirale del suo corpo creava una rotazione opposta nell’aria.  Lei.  Più piccola di tutto ciò che le stava intorno. Infinitamente più grande in quell’immagine fissa nella mente. Un viso stupito pieno ancora di cose da conoscere e scoprire. Uno sguardo profondo di chi accoglie tutto ciò che vede dentro di sé. Un istante, un attimo, un frammento in bianco e nero prima di lasciarla per sempre. “Tornerò” e laggiù, in fondo, candido e invisibile il mare. Il mare blu profondo e assassino. Su quella barca non si vedeva altro che mare. Piatto, calmo, placido e assassino. Lo sciabordio lievissimo contro i bordi marci di legno della chiglia. Si ondeggiava impercettibilmente e infinitamente. In piedi, senza potersi sedere. E il silenzio. Dopo ore nessuno più parlava sotto quel sole. I corpi luridi e segnati accalcati uno accanto all’altro senza la possibilità di liberarsi del calore umano. Qualcuno aveva vomitato. Una chiazza rosacea presto disciolta nella deriva più assoluta. Qualcuno doveva defecare ma non voleva rischiare il mare. Nessuno voleva toccare il mare. Il sole. Il mare. Tutti ora guardavano fisso nel blu persi dentro sé stessi. Scene di isteria c’erano già state, grida pugni lacrime odio e affetto erano già passati. Così come la speranza  dell’orizzonte. Sempre vuoto, abbagliante. Gli occhi si erano bruciati dei riflessi dell’acqua per scrutarlo. Navi allucinogene lontanissime avevano lasciato la disillusione di masse nuvolose, come una coltellata dentro al cuore. Gioia e sollievo troncate da una lunga attesa non ripagata. Ormai tutto questo si era ripetuto per ore e ore per giorni e giorni. Ed ora non restava più nulla. Il primo corpo morto o forse svenuto era stato regalato alle acque maledette. Immobili, mosse soltanto dal vento in un lieve sciabordio. Acque che non si potevano bere nonostante la sete. Tutti erano rimasti a guardarlo sparire lentissimamente quel corpo. Il primo tributo al dio del mare e all’ingiustizia degli uomini. Più nulla dopo. Solo il suono placido del mare. Solo il colore avvolgente del mare.  Iride contro iride. La deriva. I suoi occhi silenziosi fissi nel blu. Ricordava tutto. Bianco e nero. Un’immagine, una fotografia indelebile.. La  bambina si girò a guardarlo andare via. “Tornerò” disse al mare candido di luce. Tornerò.


1 commento:

  1. L'ho letto due volte per assaporarlo meglio...davvero bello.
    Erika

    RispondiElimina

Se lasci un commento...firmati!