La Bambina si girò a guardarlo
andare via. Gli occhi si incrociarono, iride contro iride la luce penetrò
sottile negli abissi della loro
percezione e quell’istante, quel suo
sguardo gli rimasero impressi per sempre nella mente. Un’immagine, una fotografia
in bianco e nero. Indelebile. Ricordava
la strada scura e bagnata. Pioggia salmastra dell’alba di Genova rivoli invisibili tra i lastroni di pietra.
Pioggia nelle intercapedini del suolo tra le crepe della città, a corrodere a
lavare lo sporco inquinato di anni passati. A farsi melma, densa, patina secca e nera su cui appoggiare
le scarpe e camminare. Bianco e nero. L’odore di umido penetrante dai muri. La
voce di quei bambini che correvano. La luce abbagliante bianca in fondo alla
strada. Come un altro mondo fuori dall’oscurità di quei vicoli dove palazzi
alti come titani proiettano ombre eterne sui visi, nei negozi, dalle finestre aperte nelle case
nei portoni, tra gli sguardi. Il suo sguardo. Luce bianca in fondo. La
splendida miseria del vivere. Sotto l’arco, in fondo, là dove c’è il mare. Il
mare. Ricordava tutto. La fredda griglia di ferro su cui fece scorrere la mano
mentre non riusciva più a voltarsi da quell’ultimo infinito istantaneo sguardo.
Metallo ardesia gelido scivolava lento sotto le dita. Ricordava tutto. Il velo
sui capelli della donna, gli occhiali della signora in bianco, sagome
indistinte immobili si muovevano lungo la via. Sfuocate sempre più ai margini,
verso il centro nitido. Nitido perché il centro era Lei. Girata a non lasciarlo
andare. La spirale del suo corpo creava
una rotazione opposta nell’aria. Lei. Più piccola di tutto ciò che le stava intorno.
Infinitamente più grande in quell’immagine fissa nella mente. Un viso stupito
pieno ancora di cose da conoscere e scoprire. Uno sguardo profondo di chi
accoglie tutto ciò che vede dentro di sé. Un istante, un attimo, un frammento
in bianco e nero prima di lasciarla per sempre. “Tornerò” e laggiù, in fondo,
candido e invisibile il mare. Il mare blu profondo e assassino. Su quella barca
non si vedeva altro che mare. Piatto, calmo, placido e assassino. Lo sciabordio
lievissimo contro i bordi marci di legno della chiglia. Si ondeggiava
impercettibilmente e infinitamente. In piedi, senza potersi sedere. E il
silenzio. Dopo ore nessuno più parlava sotto quel sole. I corpi luridi e
segnati accalcati uno accanto all’altro senza la possibilità di liberarsi del
calore umano. Qualcuno aveva vomitato. Una chiazza rosacea presto disciolta
nella deriva più assoluta. Qualcuno doveva defecare ma non voleva rischiare il
mare. Nessuno voleva toccare il mare. Il sole. Il mare. Tutti ora guardavano
fisso nel blu persi dentro sé stessi. Scene di isteria c’erano già state, grida
pugni lacrime odio e affetto erano già passati. Così come la speranza dell’orizzonte. Sempre vuoto, abbagliante. Gli
occhi si erano bruciati dei riflessi dell’acqua per scrutarlo. Navi
allucinogene lontanissime avevano lasciato la disillusione di masse nuvolose,
come una coltellata dentro al cuore. Gioia e sollievo troncate da una lunga
attesa non ripagata. Ormai tutto questo si era ripetuto per ore e ore per
giorni e giorni. Ed ora non restava più nulla. Il primo corpo morto o forse
svenuto era stato regalato alle acque maledette. Immobili, mosse soltanto dal
vento in un lieve sciabordio. Acque che non si potevano bere nonostante la
sete. Tutti erano rimasti a guardarlo sparire lentissimamente quel corpo. Il
primo tributo al dio del mare e all’ingiustizia degli uomini. Più nulla dopo.
Solo il suono placido del mare. Solo il colore avvolgente del mare. Iride contro iride. La deriva. I suoi occhi
silenziosi fissi nel blu. Ricordava tutto. Bianco e nero. Un’immagine, una
fotografia indelebile.. La bambina si
girò a guardarlo andare via. “Tornerò” disse al mare candido di luce. Tornerò.

L'ho letto due volte per assaporarlo meglio...davvero bello.
RispondiEliminaErika