21/10/12

La strega



Gli avevano detto che lì c’era una strega e Lindo ci aveva creduto. Gli era stato detto da un vecchio, alla locanda di quel posto sperduto. Soltanto boschi e strade buie e il gorgogliare dei torrenti in crepacci coperti di foglie. Lindo stava mangiando da solo seduto a un tavolo di quercia.
 Lo faceva spesso. Mettersi in macchina sulla Statale e andare. Senza una meta, senza una vera direzione, senza conoscere i luoghi. Fermandosi solo quando trovava quella dolce sensazione in cui cullarsi. La sensazione di insignificante. Di un posto che anche se non fosse esistito al mondo non sarebbe cambiato niente. Qui dominava il nulla. Gli alberi, vegetazione marcia e intricata nel sottobosco. Acquitrini, funghi, legno bagnato, freddo umido e odore di muffa. Rumori e versi sinistri tra l’oscurità delle frasche. Nessuno conosceva questi posti e chi ci viveva avrebbe voluto andarsene via. I pochi che restavano ammuffivano, i lineamenti del viso si indurivano di solitudine. Il tono di voce diventava basso e grezzo, più abituato a parlare coi tronchi e le pietre che con gli uomini. Chi restava diventava amico del vino, di primo mattino, all’alba, le mani screpolate nell’uso di attrezzi arrugginiti, e al pomeriggio ed alla sera. Finché era più vino che sangue nel corpo, la notte. Quelle notti senza luci, senza stelle, solo il profilo scuro delle rocce coperte di arbusti. Neanche le stelle. Per chi restava, la dimensione della normalità consisteva in un continuo vacillare tra indolenza e follia. Una zappa nel collo, una sega elettrica che scappava di mano…l’impulso omicida non era poi così raro in quei posti. Il vecchio beveva un rosso senza etichetta e lo fissava. La faccia sfatta, la barba di una settimana e un tic che lo costringeva a chiudere l’occhio sinistro ogni tre secondi. Si versò un altro bicchiere e continuò a fissarlo. Astio e sospetto nel suo sguardo. Lindo lo ignorava. Sapeva che il vecchio aveva delle cose da dire. Ma sapeva anche che in quei posti nessuno amava i forestieri. Tutto stava nel vedere se avrebbe vinto l’odio per lo straniero o l’impellente bisogno di raccontare. Narrare quelle poche cose interessanti che aveva appreso nella vita. Lo ignorava aspettando. Si concentrava sul piatto, rapito dalla zuppa di cinghiale. Quando posò il cucchiaio e si accese una sigaretta finalmente il vecchio si decise e parlò. I suoi denti erano giallo-zolfo e zolfo era anche l’alito che usciva dalla bocca impastata da un vino acido. “Questo posto non esiste” disse in tono aggressivo. “Come scusi? “ chiese Lindo simulando di non aver sentito bene. “Questo posto non esiste!” Ripeté duro il vecchio. “ Perché sei venuto?” ma poi non aspettò risposta e continuò. Era una caratteristica degli uomini di quei luoghi, non ascoltavano. Se parlavano era per essere ascoltati. Non gli importava nulla della città da cui provenivi, delle esperienze che avevi fatto, di quello che avresti potuto raccontargli. Se parlavano era perché dovevi stare a sentire. Tu nuovo paio di orecchie a cui raccontare storie già dette, opinioni convinte che non sarebbero cambiate mai. A volte erano storie banali. Tristi e buie, di anni di carestia, di malattie, di tumori, di morti improvvise. Di beghe di confine tra campi e pascoli, di giovani rimaste improvvisamente gravide e sole… altre volte erano più strane, affascinanti. Frutto dell’emarginazione o della follia. Storie pescate dai recessi remoti delle valli. Da buie cantine, da stalle interrate, da giorni di nebbia e foschia. Grida, lamenti sotto un cielo di piombo. Queste ultime erano le storie che Lindo voleva sentire e lo vedeva dallo sguardo perso del vecchio. Stava per raccontarne una. Una di queste storie. “ Questo posto non esiste.” Ripeté per la terza volta. “Prima! Prima esisteva. Prima c’era un sacco di gente, quando c’era la cava e si trasportavano pietre. Qui era sempre pieno e si giocava a carte e si beveva! E giravano soldi e gente di Roma e Milano… ingegnieri ed esperti di roccia giù al fiume. C’erano giovani e si lavorava. Poi la cava ha chiuso e tutti erano più tristi. Ma tanti…- scolò il bicchiere e se lo riempì in un lampo -…tanti erano rimasti, tante buone famiglie, donne, ragazzi, lavoratori.” Il vecchio si fermò. Per un momento Lindo pensò che non avesse più nulla da dire. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Ricordi di bei tempi, di quando forse lì c’era stato un motivo per cui tirare avanti. Taceva, immobile. Lindo stava già per alzarsi ed andare a pagare quando il vecchio riprese e quasi gridò  “Prima! Ora non esiste! Tutti morti, tutti matti! da quando… -fece una pausa e il suo tono si abbassò - da quando è arrivata Lei ” D’istinto il suo sguardo vagò intorno intimorito cercando qualcuno che fortunatamente non c’era e non poteva sentire . Lindo percepì qualcosa. Si agitò interessato sulla sedia ed una strana sensazione gli pervase la nuca, alla base del collo. Si protese e  guardò dentro agli occhi del vecchio. Occhi grigi e spaventati. “Lei chi?” chiese.
“Lei” rispose il vecchio con un filo di voce. “La strega”.

La pioggia era fine e costante. Penetrava a fondo nei vestiti lasciando lento filtrare il freddo nella carne fino alle ossa.Fin dentro il midollo denso e spugnoso. Forse non era stata una buona idea addentrarsi nel bosco seguendo le indicazioni del vecchio. Quanto tempo prima? Un’ora, due non ricordava più. In quella notte totale Lindo aveva perso la cognizione dello spazio e del tempo. Nel buio riusciva solo a percepire la consistenza del terreno fangoso sotto i piedi. Le foglie umide dei rami sulla faccia. Avanti, riusciva solo ad andare avanti. Senza sapere bene verso dove. Avanzava. Non aveva altra scelta. Il pendio saliva ripido sempre più scivoloso e impraticabile. Non c’era sentiero. Scivolava. Le mani in una poltiglia di terra e foglie. “Merda!” pensò. In che situazione si era messo. Si arrampicava con l’obiettivo di scollinare. Cercare oltre il bosco  una luce anche lontana in quella notte di pece. Forse dall’altra parte avrebbe intravisto qualcosa. Un paese magari. Le case sarebbero sembrate sospese nel vuoto, puntine di gesso su una lavagna scura d’ardesia. Versi indistinti arrivavano dal fitto della foresta tutt’intorno. Lindo non riusciva a capire a che razza di animale potessero appartenere. Non erano cinghiali. Sembravano grida. Aveva rinunciato, il casolare non l’avrebbe trovato. Eppure il vecchio aveva detto che ci sarebbe arrivato per forza. Nonostante gli avesse intimato di non andarci. “Nel bosco, qualunque strada tu prenda ci arriverai.  Anche se non vuoi. Anche se pensavi di andare da tutt’altra parte. Albero dopo albero te lo ritroverai davanti, d’improvviso. E a quel punto non potrai più farci nulla.”  Lindo aveva sorriso. Era colpito infine dal vecchio. Non tanto per quello che aveva raccontato, quanto perché ascoltandolo aveva percepito nei suoi tremori di voce, nei suoi sguardi persi o sfuggenti un’inquietudine autentica. Il vecchio aveva paura. Aveva realmente paura. Un'altra di quelle grida. Merda ma che cos’erano! Più vicina delle altre. Un misto tra l’urlo di una cornacchia e la risata di una iena. Un fruscio. L’improvviso suono secco di rami che si spezzano e qualcosa di grosso scappò incespicando verso valle. Nulla. Non vedeva nulla. Ora davvero non era più tranquillo. Non per i racconti del vecchio. Sentiva che quel bosco avrebbe potuto inglobarlo per giorni e nessuno lo avrebbe mai ritrovato. Ansimando appoggiato a un tronco ruttò vino e zuppa di cinghiale. Il vecchio aveva pronunciato la parola strega. Lindo si era seduto al tavolo con lui e aveva ordinato un’altra bottiglia di rosso. Aveva lasciato passare un po’ di tempo per dargli modo di perdersi nei suoi ricordi. Quando ci si è totalmente dentro con la testa, con lo sguardo, col sudore, le storie si raccontano meglio. Le immagini sono più vivide, ricche di particolari, di informazioni. Aveva sorseggiato anche lui l’aspro del vino forte, senza nome. “Le streghe non esistono.“ aveva poi detto platealmente. La provocazione era studiata per ottenere una reazione. Il vecchio era subito scattato.  Assalito da una collera accesa, si era girato guardandolo torvo. Lindo quasi sorrideva. Ora avrebbe provato a convincerlo e  avrebbe potuto capire se mentiva o meno. Se era un folle soltanto o se c’era del vero nelle sue parole. Avrebbe capito cosa c’era in quel bosco. “E’ una strega!” aveva gridato il vecchio. “Matti, tutti matti i giovani di questo paese! Si vedevano.. si vedono in quel casolare in mezzo al bosco! -parlava veloce, senza pause, preso dall’ansia-  Fanno riti strani usano droghe e uno di loro si lascia prendere dalla strega! Lo prende gli entra dentro nella mente nel cuore e il giovane grida si muove si agita prende oggetti a caso li sbatte li scuote. Suoni orribili suoni infernali escono da quel bosco! Suoni così forti così duri che il solo udirli rende folli rende cattivi! Tutti uno ad uno nei paesi dei dintorni. Tornano con qualcosa di diverso nello sguardo, con un sorriso maligno sul volto. Parlano sempre di meno non lavorano non mangiano fino a sera. Ballano e gridano soli sui prati e nei boschi. Fotografano pietre, pozze d’acqua dipingono il diavolo. Perdono l’anima!E poi il fuoco! Un fuoco grande, enorme. Tutte quelle sere Tutte! E loro lo agitano lo prendono lo usano!” Si era interrotto. Aveva ripreso fiato e ricominciato con una voce tremula ma più calma “Tutti ad uno ad uno, in gruppi di dieci, di venti. Vanno come se un suono udito solo da loro li richiamasse verso quella cascina. Vanno sempre più spesso. Fino a che in un paio d’anni non tornano più. Spariti  Ed ora che qui non ce ne sono arrivano anche da fuori, dalle città.. per lei. I suoi adepti. Per la strega. Per quella bag..”era caduto  in un improvviso accesso di tosse rauca e violenta. Lindo aveva sorriso. Ora aveva le informazioni che cercava. Qualcosa evidentemente in quel bosco succedeva e lui voleva scoprire cosa. Il vecchio si riprese e lo fissò da vicino, da troppo vicino. L’occhio cisposo si chiudeva convulsamente nel tic. Lindo aveva percepito l’odore di muffa provenire dalla bocca sdentata. “ Non andare!” aveva poi detto solennemente il vecchio e, investito dall’alito, per poco Lindo non aveva vomitato. “ Non andare!” ma si era alzato, aveva pagato il conto ed era uscito nella notte.
“Merda!” pensò di nuovo. Non gliene fregava più niente della strega, niente del casolare. Voleva solo uscire da quel bosco maledetto. Ritrovare una strada asfaltata e incamminarsi verso la macchina. Avrebbe dormito tre giorni una volta arrivato a casa. “Fanculo al vecchio pazzo” pensò. Poi la sentì. Lontana ma chiara. Lo stomaco gli si attorcigliò come un panno strizzato. Sopra gli scricchiolii dei rami, attraverso la pioggia che scuoteva le foglie, tra i versi degli animali.  Il suono potente di una fisarmonica.
Profondo. Solo due note, ma l’intensità di quel suono sembrava provenire dalle profondità della terra. Il buio si fece magnetico e i suoi piedi si mossero da soli. Lindo si trascinò sul fango verso la fisarmonica lontana. Una nota bassa ed una fonda. Entrambe lunghe da riempire il corpo fino alla gola. Non c’era melodia, c’era solo il suono. Come quando si entra in un capannone dove sono in funzione dei macchinari. Non c’è rumore, ma un frastuono che ti investe e ti prende con sé. Tutto è dentro quel suono, ogni movimento ogni parola, ogni pensiero, ogni altro tono. Diventa parte integrante dell’udito, avvolge l’aria e i colori e quando improvvisamente cessa, per una frazione di secondo si percepisce il passaggio ad un altro mondo, ad un'altra materia. Riemergere dall’acqua dopo un tuffo. Profondo. I suoi piedi si muovevano e Lindo quasi non se ne accorgeva. Non riusciva a vedere nulla oltre l’albero che di volta in volta gli si parava davanti. Scendeva. Rapito dal fragore della fisarmonica che si faceva sempre più vicino, sempre più grande. Non riusciva a formulare pensieri. Ad ogni passo il suono aumentava spaventosamente di volume finché il suo stomaco iniziò a vibrare dei bassi ed anche se avesse parlato Lindo non si sarebbe sentito. Doveva quasi essere arrivato. Poi lo stacco improvviso, la fisarmonica cessò in mezzo alla prima nota e un grido lacerante percosse l’aria scioccando il bosco e le rocce. Il timpano gli premette sul cervello e gli parve che gli alberi si spezzassero e si  protendessero verso di lui. Un urlo lunghissimo e prima che l’eco potesse spegnerne lo schianto, un altro identico si replicò nella valle. Lindo chiuse gli occhi, porto le mani alle orecchie e si lasciò cadere in ginocchio nel fango. Quella voce lo attraversò dall’aorta all’osso sacro dentro alla spina dorsale. Era una donna. Ma senza tempo. Una voce dolce. La Terra. Veniva da lontano, da molto lontano e da sotto le scarpe. Risuonarono le rupi violentate dalle ruspe, i massacri dei popoli delle selve e delle pianure, mille voci dai cimiteri di guerra, ghiacciai che si sciolgono, densi fumi neri nel cielo e il fuoco nelle foreste. Risuonarono valli innevate, placidi torrenti gelidi, lo sciabordio di onde sugli scogli e il verso di mille cicale. Sofferenza vita ed un grido di guerra vero e profondo. Il sangue gli scorreva veloce nelle vene, le tempie pulsavano prossime a scoppiare. Lance alzate al sole, frecce incoccate pronte a scagliarsi, fionde caricate dietro alle barricate, fucili tra la boscaglia,  sassi nelle vie stretti forte con le dita. Rabbia e sopravvivenza. Lotta e angoscia. Sangue. La Terra gridava il suo dolore. Profondo.
Piano. Sempre più piano e poi l’urlo si spense. Lindo si sentì esausto come dopo uno sforzo improponibile. La pioggia cadeva ancora. Radi aghi d’acqua sugli alberi. La fronte cedette in avanti ed incontrò il duro tronco di un albero. Gli occhi ancora chiusi, strizzati, le mani a premere sui timpani. La pelle si sbucciò di corteccia e un rivolo rosso cadde immediato sulle ciglia. Lindo schiuse le palpebre. Era arrivato. Lo sentiva.
Si alzò, oltrepassò un albero e si trovò davanti al muro. Pietre antiche, nere, umide. “…ci arriverai. Anche se non vuoi. Anche se pensavi di andare da tutt’altra parte. Albero dopo albero te lo ritroverai davanti, d’improvviso.” Un brivido lo scosse. Il vecchio aveva ragione. “..a quel punto non potrai più farci nulla.” Era vero. Era tutto vero. A tastoni seguì il muro nel buio. Terra e sangue incrostati sul viso. Non riusciva controllare un tremito convulso alla mascella. Silenzio.  Solo un ronzio magnetico e costante. Sembrava provenire da dentro le mura. Basso, quasi sussurrato gli parve di udire un vocio e poi il crepitìo di un fuoco. Luce oltre l’angolo in fondo. I piedi lo guidarono veloci come se non fossero membra del suo corpo, dolorante fin dentro il midollo. Svoltò. La fiamma sarà stata alta almeno due metri. Il bagliore giallo lo accecò. Dentro ad un ampio cerchio di pietre sul prato, ciocchi e tronchi d’albero bruciavano come fiammiferi. Intorno nessuno. Il calore sprigionato era ustionante. D’istinto le mani andarono a proteggere  il volto. Poi, piano le pupille si adattarono al bagliore. Avvicinandosi alla fiamma individuò un apertura nel muro del casolare. Un ingresso senza vetri né porte. Ne usciva una luce rossastra. Agì d’impulso. Tra lo scoppiettare dell’immensa brace si avvicinò silenzioso e gettò uno sguardo dentro. Quindici ragazzi erano seduti sul pavimento di legno. Uomini e donne. Bisbigliavano, qualcuno fumava . La stanza era ampia. Davanti a loro erano accatastati degli oggetti senza un senso, senza una logica. Uno specchio, un asse di legno, l’asta di un microfono , una specie di tubo che non riusciva a capire che cosa fosse, decine di scatoline e pedali, un intrico di cavi elettrici, un altro specchio, due enormi casse stereo da cui proveniva il ronzio, la fisarmonica ed un violino appoggiato alla parete. La ragazza seduta al centro del gruppo si alzò dicendo qualcosa. Tutti  guardarono verso l’ingresso e a Lindo gelò il sangue. Rumore di passi dietro alle sue spalle. Si girò ed una figura in camicia bianca gli passò accanto. Era emersa da dietro il falò, prima nascosta dal bagliore. Bloccato dal panico non riusciva a muoversi ad emettere un grido. La figura, quasi lo sfiorò ma parve non vederlo. Era un uomo sulla trentina dai movimenti lenti e meccanici con gli occhi spiritati e fissi davanti a sé. L’uomo lo oltrepassò e varcò la soglia. Silenzio. Lindo non riuscì a trattenersi e spiò di nuovo. Il giovane era fermo in mezzo alla stanza. Tutti guardavano lui, lui guardava il violino. Nessuno si muoveva. Lo sguardo di Lindo cadde sulla donna in piedi e il cuore gli balzò in gola. Sembrava che lo stesse guardando. Era alta, il capo quasi toccava il basso soffitto dello stanzone. I capelli sciolti, neri, lunghissimi le sfioravano i piedi. Nudi tra le schegge del legno. Al centro del viso, al di sopra del naso un orecchino d’acciaio le attraversava la carne. Sotto quelle sopracciglia marcate, in quegli occhi vitrei, Lindo vide la follia e sentì il male. Era lei… La strega lo stava fissando. Ebbe paura ma la donna spostò lo sguardo e d’improvviso il giovane in camicia si mosse. Afferrò con foga il violino appoggiato al muro, lo fissò, lo avvicinò alle labbra finchè il suo fiato non fu condensa sul legno e poi tirò un grido agghiacciante. Lo strumento vibrò e un suono distorto fu amplificato mille volte. Un fragore devastante, una frana in montagna. L’uomo iniziò a battere con le mani sul violino e a tirarne le corde con le dita. Ogni suono prodotto non spariva, si allungava nell’aria, tornava e ritornava ciclico sommandosi ai successivi e più picchiava gridava e tirava, più suoni si aggiungevano ad un frastuono insopportabile. Di nuovo Lindo fu investito da quell’impatto sonoro, si sentì attraversare e strinse le mani contro la pietra dello stipite. I giovani seduti in terra avevano iniziato a scuotere piano la testa. Annuivano compiaciuti come sentissero un ritmo. Lindo gridava, sentiva l’aria premere forte sulle ossa dei timpani ma le sue grida non potevano essere udite, si confondevano nel delirio generale che pervadeva ogni cosa. Gridava e non riusciva a fermarsi,  guardò la strega che lo fissava di nuovo. Le dita della donna si muovevano violente e ad ogni suo  movimento corrispondeva un movimento convulso del giovane, tutti scuotevano la testa, il calore era insopportabile, Lindo gridava, Lindo chiuse gli occhi. Fu allora che lo sentì. Il ritmo. Gli arrivò nella testa come una coltellata al cervello. Non era un ammasso di rumori casuali. Ogni produzione sonora contribuiva a formare un’onda complessiva, potente, densa..la percepì all’improvviso. La sentì sulla pelle la sentì scivolare vischiosa sul collo. Un alito denso rauco e profondo. Il respiro titanico di una creatura orrenda, roccia fusa, fuoco e sangue. Qualcosa lo ingoiava nelle oscurità di un cavo orale abissale. Lo trascinava nel buio profondo. Nella terra. Nella morte. Lindo era stato sepolto  vivo. Il male. Udiva il male,  gridava e si agitava. Senza riuscire a smettere. Ormai perso. Ormai folle.

D’improvviso la musica tacque  e rimase solo il suo grido d’orrore. Sentì una mano calda sfiorargli le dita gelide. Aprì gli occhi. “Hei ma sei fuori?”  La strega era lì. Lo guardava e lo toccava, gli prese il polso. Il suo sguardo era panico. Non disse nulla, con uno strattone si staccò dalla presa e fuggì tra gli alberi. Superato il muro di piante il suo grido si affievolì nell’oscurità. Si allontanò. Sempre di più. Fino a scomparire nel buio. Inglobato dal bosco.
La strega si girò stupita verso i suoi adepti.
“ Raga ma cos’è uno scherzo o un’altra performance?” “ Comunque è stato figo!” “Io non m’ero accorto che ci fosse fino a che non abbiamo chiuso la musica” “boh dai sarà qualche matto del paese” “ Ma l’hai visto? Era coperto di sangue!” “Dovremmo chiamare la forestale.” “Ma no dai che non si può perdere, la strada è vicina.” “Magari era uno tipo, come si dice… epilettico!” “Ma che epilettico! Chissà cosa s’era calato quello!” “Si sveglierà domani sotto un albero chiedendosi come c’è arrivato e poi se ne andrà a casa.” “Ma nessuno lo conosceva?” “Mai visto prima” ”il posto lo conoscono molti ormai” “può essere che abbia visto l’evento su facebook..” “Che scoppiato!” “Comunque figa la performance col violino!” “M’ha colpito di brutto!” “ Si bella! Davvero bravo!” “ Anche la tipa con la fisarmonica ha davvero spaccato!” “Bom , io mi sa che vado, si sta facendo tardi” “Anch’io che domani lavoro” “ Quand’è che ci si vede?” “Forse sabato prossimo, ci son questi due artisti che vorrebbero suonare qui. Vi mando i link da youtube”. “ Dai ci si becca” “ io ti do una mano a pulire” “Ciao raga!” “Ciao!”

Il buio regnava sui monti e sulle valli. Di Lindo non si seppe più nulla. Ma certe leggende dei monti raccontano di un uomo che lasciò la città per cercar delle storie. Si fermò nel nulla, si avventurò tra gli alberi la notte e non ne tornò mai più.

 Inglobato dal bosco.


03/08/12

Tarek

http://​www.flickr.com/​photos/_thehyla_
Foto di I. Franzese
http://www.flickr.com/photos/_thehyla_
 La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Nulla. In realtà non faceva nulla. Se non esporre sé stessa, sdraiata su un divano di velluto nero. Nuda agli occhi di tutti. L’annuncio… e nella sala un vociare acceso si diffondeva a macchia d’olio. Poi il sipario rosso si alzava e i grassi signori in doppio petto e cilindro andavano in visibilio. Eccitati agitavano i sigari esclamando a gran voce apprezzamenti, insulti, stupore. Cenere e fumo salivano sparsi nell’aria. La donna serpente rimaneva immobile in silenzio sorridendo appena. Le linee blu sul suo corpo. Quegli occhi gialli che sprofondavano in nero. Li guardava provocante, esposta ai loro sguardi, alle loro voglie più morbose e nascoste. Quei ricchi ciccioni andavano su di giri e si trasformavano in animali senza ritegno. Poi partiva l’asta. Il presentatore, Frank il rosso ghignava. Danzava sul palco, parlava con voce suadente e provocatoria. Li stuzzicava, li sfidava, li scherniva infido e servile. La vendeva per una notte. Nobili e ricchi signori di questa bellissima città! Questa notte sarà una notte unica per qualcuno di voi! ma solo per uno di voi! Il più bravo, il più forte, il più abile! Parliamoci chiaro amici miei, avete mai visto qualcosa di così tremendo e attraente? Qualcosa di così orribile e sensuale al tempo stesso? Una mostruosità provocante, irresistibile vi sta chiamando. Guardate questa creatura metà donna metà animale..o forse tutti e due insieme! Guardate quella pelle liscia e squamosa! Quelle labbra rosa, carnose e gelide! Osservate le linee blu del suo corpo invitante, i seni grossi, strani sodi..…vi state accendendo vero? Fate bene perché quest’essere è un concentrato di erotismo e carnalità! Una donna-bestia che non cerca né desidera altro che sesso tra gemiti e grugniti! Non è mai soddisfatta, vi chiederà sempre vi chiederà ancora! Lasciatevi toccare dal suo sguardo bramoso…non vi viene voglia di tirarla per quei capelli scuri e farla vostra? Non ne esiste un altro esemplare in natura e non passerà mai più per queste strade! Un errore Signori! Un errore bellissimo dell’evoluzione. Un prodotto infernale confezionato per voi da Satana in persona! Una diavoleria stupenda per il piacere di corrompere e viziare la carne dei veri uomini….Siete veri uomini voi? C’è qualche vero uomo tra il fumo dei sigari di questa sala!? Immagino di sì nobili padroni! Vedo tante facce mascoline e scolpite tra questi tavoli, tanti corpi virili e temprati! E allora signori miei chiudete quella bocca aperta per lo stupore! Smettetela di gridare fesserie e fatemi la vostra offerta! Forse preferite che l’amico accanto a voi si porti via l’occasione della vostra vita? Non sarà per caso più ricco di voi? Signori e signori affrettatevi perché quando questo martelletto toccherà il tavolo avrete soltanto dieci minuti per aggiudicarvi l’emozione più forte e strana che abbiate mai provato. Vi farà gridare signori! Non lasciatevela soffiare da sotto il naso! Solo dieci minuti per comprarla! Solo dieci minuti per comprare una notte con la Donna Serpente!” Battè il martello sul tavolo...l’asta è aperta! gridò. E come sempre scoppiò il pandemonio. Bocche da cani rognosi gridavano cifre spropositate. I vecchi si insultavano tra di loro, sgomitavano per avvicinarsi e farsi sentire. Le sedie si rovesciavano. Sputi, risse, risate sguaiate. Visi lardosi si arrossavano. Corpi flaccidi sudavano e puzzavano nella foga. Sigari venivano accesi o lanciati per terra. Animali o uomini. Bestie. Porci. Ma ogni volta, alla fine, come sempre, c’era un vincitore. Sorrideva sprezzante. Tirava vigorose boccate di fumo. Riceveva pacche sulle spalle e flosce strette di mano. La guardava. Il sipario rosso si abbassò. Piano si spegnevano le luci ed in sala rimase solo il porco. Ad aspettarla.

La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Si guardò nuda nello specchio della roulotte. Lo sguardo provato, triste. Non perdeva mai una scintilla di vita. Viso duro, inespressivo. Splendido e orribile. Silenzio in quel camerino improvvisato. Le mancava qualcosa ed una sensazione di rabbia e solitudine le graffiava dolorosamente il petto. Presto avrebbe dovuto cominciare. Un’altra notte di disgusto e finzione. Contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Sempre di più, ogni volta avrebbe voluto affondare le unghie affilate dentro le loro gole. Le sarebbe bastato un attimo. Quei grassoni avrebbero rantolato e sputato sangue sotto la durezza dei suoi occhi gialli. Ma non poteva. Tempo prima, dopo averla picchiata, uno di quei pervertiti le aveva chiesto di graffiarlo. Presa dall’odio gli aveva aperto cinque squarci nella schiena e il materasso si era inzuppato di rosso. Era rimasta a guardarlo strillare come un maiale. Ma attirati dalle grida loro erano entrati. L’avevano spaventata e aveva provato paura.  Non per la sua vita, no. Tarek, l’unica cosa che per lei contava davvero. L’avevano preso e stretto e il cuore le si era fatto piccolo piccolo. L’avevano messo sul pavimento e avevano minacciato di prendergli a calci la testa. Si era buttata per terra piangendo ed urlando ed era stata nuovamente nelle loro mani. Il vecchio, incosciente ma vivo, era stato fatto rotolare fuori dalla roulotte ed erano scappati. Verso un’altra città. Verso un altro locale. Verso un’altra notte d’inferno. Ma non sarebbe stato sempre così. Non per sempre. La porta alle sue spalle si aprì e Frank il rosso entrò con il suo solito ghigno. La guardò come sempre faceva. Affascinato e intimorito. Crudele. “Preparati!” le disse “ Sta per arrivare e sembra uno molto esigente. Ti ha pagata a peso d’oro. Accontentalo.” Un lampo minaccioso passò negli occhi da faina. “Voglio sentirlo gridare di piacere non di dolore. Non deludermi.”Sorrise. Si girò per andarsene ma la donna serpente emise un sibilo aggressivo, quasi un ringhio. Frank il rosso trasalì e si voltò sicuro,  cattivo nello sguardo. Il sogghigno si allargò ulteriormente. Finse una faccia di stupore e poi scoppiò in una rumorosa risata. Il verso di una iena. “La signora vuole vederlo vero?” Disse sostenuto. “Patetica. Sei patetica lo sai?” La donna serpente non rispose. Non parlava. Non parlava mai. Dal giorno dell’incidente alla fabbrica. Non aveva più pronunciato una parola. “E sia. Te lo faccio vedere. Come ogni notte.” Disse con finta benevolenza. Ma subito il tono si fece duro e feroce. “Lui è mio! Se io decido lui muore. Tu sei mia! La mia unica puttana. Con te le altre non servono più.  Lavora bene e sarai ripagata. Lavora male e lui soffrirà atrocemente. Non scordartelo mai! Sei mia!” La donna serpente lo fissò con odio. “Joseph!” gridò forte il rosso. La porta si spalancò e un arabo grosso quanto un toro entrò tenendo tra le braccia un fagotto di stoffa grigia. Il cuore iniziò a martellarle e il sangue si fece caldo.  Anche il blu sulla pelle parve attenuarsi un poco. Il fagotto si muoveva.
Dita. Incredibilmente piccole si spostavano lentamente. La mano fu la prima cosa che spuntò dall’involto di stracci. L’emozione di un silenzio. I polpastrelli saggiavano la consistenza dell’aria come a poterla accarezzare. Vita che imparava a vivere, a riconoscere. Poi Tarek si svegliò ed iniziò a piangere. La madre si avvicinò. Pose il calore del seno sul suo viso. Con un suono tenero cercò di tranquillizzarlo. Dal profondo della gola presto il suono si fece melodia. Dolce,lenta, lontana. Armonie che da sempre le mamme cantano ai bambini. Quando il sole scende su quel deserto che chiamiamo terra. Quando il mondo fa più paura e si ha più bisogno l’uno dell’altro. Di una voce materna. Di un contatto tiepido, amniotico. La mano accarezzò le dita. Nulla esisteva più. Madre e figlio. Tepore cutaneo e l’amore in un gesto. Il minuscolo polso nella mano. Una carezza appena accennata. Tarek non piangeva più. Occhi scuri, neri come la pece. Socchiusi, appena vivi. La vicinanza di quel ventre che l’aveva formato. Un cuoricino che batte e la placenta rilassata. Una vibrazione dolce che sale su per la spina dorsale. Fino alla base del collo. Due esseri in uno. Concepimento e attesa. Vissuti corporei simbiotici per nove lunghissimi mesi. Poi il travaglio. Come un compagno di cella con cui si condivide tutto. Poi l’evasione. Solo per uno. Distacco e deprivazione. Generato precoce, sempre troppo precoce nell’ansia del mondo. Mai pronto ad affrontarlo. Espulso dal giaciglio caldo e sicuro, tra mille contrazioni si rompe il legame più intimo della vita. Gracile, raccolto, il primo fiato è sempre un grido d’orrore. Orrore come segnale di vita. Il contatto è la prima risposta. Un odore familiare, un istinto che guida verso il battito riconosciuto, lo stesso udito nella pancia. Il contatto è la prima risposta. All’angoscia del mondo. Poi viene la voce, la fronte, le labbra. Fasciato, accudito dalla dispensatrice di vita. Il sentimento di un dito avvolto da minuscole manine. Stringere l’indice materno, la prima vera interazione esterna tra due esseri che si amano. La percezione riflessa in uno sguardo e il primo sorriso. Tarek seguiva il viso della madre. Tarek vedeva.
”Ora basta!” gridò forte Frank il rosso interrompendo con una manata il contatto tra i due. La melodia della madre s’interruppe e si affievolì persa lontana nel vento. Sentì nocche viscide tra la pelle e il figlio. Tarek iniziò a piangere. Joseph il grosso arabo si mise a ridere grugnendo. In quel momento qualche cosa cambiò. Nulla. In realtà non fece nulla. Se non sbattere le palpebre. La donna serpente strinse appena il braccio di Frank il rosso. I suoi occhi non erano mai stati così gialli. L’istinto animale dell’arabo fu l’unica cosa che provò a farlo agire. Smise di grugnire e tentò di muoversi. Ma ormai era troppo tardi. La donna serpente contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Le bastò un gesto. Ci fu un suono secco e poi silenzio. “ Hai proprio ragione Frank.”  Disse con un sibilo al suo sguardo di terrore.”Ora basta.”
“Signore! Signore!” Gridava l’appuntato uscendo di corsa dalla roulotte. “ oh Cristo ! “ mormorò rischiando di scivolare su una pozza rossastra. “Signore…” gridò raggiungendolo, ma prima che potesse continuare il conato di vomito che aveva trattenuto gli schizzò dalla bocca e si trovò a vomitare ai piedi del capo. Il maresciallo fumava impassibile guardando nel buio del bosco. Il fumo del sigaro si perdeva nella notte. L’appuntato si riprese gorgogliando e si alzò in piedi pieno di vergogna. “Signore..” disse cercando di ridarsi un tono. “E’ un macello!” Trattenne a stento un altro conato. “Qui è un macello!” Continuò pulendosi la bocca con un fazzoletto.” Carne ovunque! Non riusciamo a capire quanti siano i corpi.. c’è quell’arabo, quel toro con la gola tranciata di netto. Per lui dev’essere stata veloce ma per gli altri…” Il maresciallo buttò fuori una boccata di fumo. “Due.” disse sempre guardando nel buio. “E poi signore sembra che non sia stata usata nessuna arma da taglio…solo unghie e dita  ma non può essere…” esitò un attimo. “come dice?” Il maresciallo tirò forte dal sigaro. Aspirò profondamente ed espirò alzando la testa alle stelle. Poi tornò a guardare l’oscurità. “Due. I corpi sono due. “ disse senza emozioni. “Fate ripulire il posto. Provate a vedere se quel vecchio ciccione riesce a dire qualcosa di sensato e poi andiamocene via.” Due agenti trascinavano un vecchio verso una gazzella. Il frac impiastrato di rosso e fango girdava sconclusionato. “Serpente! Striscia! Bambino!”  e scuoteva nevroticamente la testa mormorando “Aiuto! Aiuto! No! Aiuto! “Gli occhi vitrei fissi davanti “No!” gridò forte mente lo facevano sedere nella macchina ”No!”  L’appuntato guardava parlando la scena “Signore..pare che il vecchio abbia solo sentito le grida dalla roulotte. Non ha visto niente. L’abbiamo trovato tremante nascosto in un cespuglio. Ma signore i corpi non possono essere solo due….” Per la prima volta il maresciallo distolse lo sguardo per puntarlo sul suo sottoposto Un attimo di silenzio. Nella mente le immagini di un teatro fumoso, vecchi sgomitanti, bicchieri di whiskey ed una donna bellissima sdraiata sul palco. Blu. Gli occhi gialli. Quanto faceva paura. Non si era azzardato a fare mezza offerta. Lui beveva e guardava. Qualcuno disse che quel mostro  aveva un figlio. ”Due”. Ripetè.” Joseph il toro, guardia del corpo e assassino da osteria e Frank il rosso. Truffatore e magnaccia da quattro soldi. I corpi sono due”. Girò il viso verso il bosco. Ora fai sgomberare prima che ti faccia rapporto.

“…e questa è la storia di come Tarek, liberatore dei popoli dell’Africa del Nord, colui la cui scimitarra ci ha guidato e redento… questa è la storia di come Tarek nacque. Battezzato nel sangue dei suoi nemici. Ora basta, si va a dormire.” Disse il nonno e svuotò la pipa nel fuoco del camino.”

26/06/12

Le stelle di Sampi

In fondo anche a Sampi bastava poco per vedere le stelle.  Bastava un lampione di meno. Una luce che si spegneva in alto sulla strada. Controllata da uno stupido meccanismo per il risparmio energetico. Spenta, le stelle. Accesa, il solito squallore.  Pietra asfalto e cemento in cui proliferavano i topi. Luca guardava le stelle. Appoggiato ad un camioncino bianco, la sigaretta dimenticata accesa tra le dita. Proiettava lo sguardo oltre la luce arancione di quel lampione. Sui puntini bianchi del piccolo carro. Il piccolo e il grande carro. Non conosceva altro del cielo. Ma quelle due forme sin da bambino le distingueva bene. Come tutti. Alzando la testa alla notte le sapeva vedere. Semplici, dirette, presenti nel buio. A volte immaginava di vivere in un mondo dove ogni sera calato il sole non ci fosse luce. Avvolto nelle tenebre ci sarebbe stata solo una coperta di stelle. La fiamma di un fuoco o di qualche candela non sarebbe bastata a coprirle, le stelle. Sul mare. Nel bosco. L’essere si sarebbe lasciato divorare da quella sensazione di immensità e Luca si sarebbe sentito piccolo piccolo. Invisibile. Una cacchettina di formica nel cielo infinito. Un tempo così doveva essere già esistito. Indietro lontano, ma neanche poi troppo. Ehi ma che cazzo di pensieri faceva? Il lampione si riaccese accecandolo. “Cristo!” mormorò  stringendo gli occhi ed abbassando la testa. Il viso tornò ad un mondo più finito.  Sul camioncino appoggiato affianco a lui Ale stringeva un bicchiere di birra ormai calda e bavosa.  Ubriaco ciondolava da un piede all’altro fissando l’asfalto. Ognuno perso nei propri tristi alcolici pensieri. Luca guardò l’ora. Le tre di notte. Com’era che erano finiti a bere l’ultima birra in via Sampierdarena? In un kebabbaro tra papponi puttane e porci clienti. Non lo ricordava,  ma quella birra in fondo ci stava.
 Tette. Erano state l’argomento di conversazione principale fino a poco prima. Prima di perdersi in apatici sogni solitari. Tette. Quanto sono belle. “Le tette sono il sale della vita” avevano convenuto. Forme, consistenza al tatto,dimensione dei capezzoli. Avevano parlato di tutto e formulato diverse teorie fisiche sul movimento appendaun (o ballonzolare), fluidità della materia, distanza tra i seni e i coseni e ovviamente stilato una classifica. Di quelle viste, di quelle mai viste, di quelle sognate. Tette che al massimo avevano scrutato come montagnole sotto  strati di maglie e cappotti. Tette che mai avrebbero neanche potuto sfiorare. Ma nella notte, nell’alcool certe immagini ritornano e se ne parla a lungo ubriachi.
D’improvviso Totò fece trambusto. Ci fu una convulsione di squittii e una decina di grossi ratti  fuggì da dietro i cassonetti. “Totò lascia stare i topi!” gridò Ale. Il cane zoppicante spuntò tra i bidoni con lo sguardo di chi l’aveva fatta grossa. Era un fascio nero di muscoli. Muso aggressivo ma due occhioni dall’espressività quasi umana. Totò era un buon cane. Giocoso e ubbidiente. Mai cattivo con gli uomini e sempre pronto a inseguire un gatto o un fascista. Da qualche tempo una grossa cisti sulla zampa anteriore lo faceva zoppicare vivacemente. Riscossi dal torpore alcolico i due ubriachi si fissarono. Totò placido scodinzolava in attesa. “Che cazzo facciamo?” disse Luca.  “Boh!” rispose Ale e si scolò d’un sorso il resto di quello che ormai proprio sembrava piscio. Avrebbero potuto  trattare l’argomento culi ma ormai sapevano già tutto e poi non dava tanta soddisfazione quanto l’argomento tette. Si guardarono intorno nella piazzetta del mercato.  Macchine posteggiate dappertutto, lerciume, asfalto crepato, palazzi alti sette-otto piani. VALENTINA CICCIOBOMBA scritto su un muro, cicche di siga ovunque e qualche falce e martello qua e là. Il lampione si spense e quasi in contemporanea i loro sguardi si posarono dritti davanti a loro. Una porta in legno dipinta di verde scuro sembrava scrutarli con aria di sfida. Sopra quella porta la Fortezza. Una villa ottocentesca piazzata così in mezzo al quartiere. In realtà Sampierdarena era piena di quelle ville, piena anche di torrette medievali e un tempo di aiuole e di verde. Chissà che bella che era. Indietro lontano, ma neanche poi troppo. La spiaggia, il mare. La vita che proliferava, i mercati, la pesca, le osterie, il verde, l’aria pulita. Poi venne il Fascismo. Decise che tra Sampierdarena e Genova c’era una collina di troppo e la terra venne sventrata. La collina tagliata come con una grossa spada e da quel giorno, da quel vuoto a Sampi arrivò il vento. Fredda, dura, cattiva. La tramontana ti martella sul collo in autunno e in inverno. Fa cadere i vasi, sbattere porte e persiane, rabbrividire sotto i baveri dei cappotti. Poi, più avanti, si costruì il porto. Non più ciottoli e barche da pesca ma lastre in cemento e petroliere. Lunghe lingue grigie sull’acqua sempre più nera. Luci a giorno anche di notte, grossi camion rombanti. Migliaia di formiche a caricare e scaricare container a volte cadendo, a volte rimanendo schiacciati, non bagnandosi mai più in quelle acque. Arti lasciati a muoversi tra le grida, strappati dal corpo. Acque ormai nere per l’eternità.  Ratti di terra sulle banchine, pesci di fogna al di qua della diga, Cefali orrendi brulicanti intorno agli scarti umani, topi di cielo nell’aria inquinata. Gabbiani assassini in cerca di prede da uccidere, insulsi piccioni e fiumi di guano.  Lucido e bianco. Quel porto è una merda. In quel porto visse e proliferò la lotta proletaria. Ma quel porto è comunque una merda. Poi venne l’acciaieria di Cornigliano e i venti tenebrosi trasportati oltre il ponte. Fuliggine nera sui vecchi palazzi, strato dopo strato… e dalle facciate i volti di pietra iniziarono a lacrimare catrame. Fecero grandi strade e sempre più macchine iniziarono a passare. A fermarsi, ad essere lasciate ai bordi delle vie. Parcheggio, lo chiamano.  Sempre di più. Accatastate quasi una sull’altra. E quando le macchine furono così tante che tutte insieme non riuscivano a muoversi costruirono una strada sopraelevata per farle volare. Strada Aldo Moro. Pilastri d’acciaio a sfondare il cemento. Sopra si vola sotto si soffre. Metropolis. Camionisti,  vecchi e puttane tra quei piloni bluastri. Poi si decise che l’antico quartiere di osterie sul mare non andava più bene. Che cazzo, erano case vecchie, umide, stantie! Non consone ad un quartiere moderno. E poi il mare non c’era più. Ora c’era il porto. La Coscia, così si chiamava, venne rasa al suolo. Al suo posto furono eretti enormi palazzi da una ventina di piani. Monumenti alla modernità. Che belli i grattacieli! Spiccano verso l’alto creandosi il vuoto intorno. Desolazioni senza marciapiedi, ombre lunghe sulle strade stracolme di motori. Formiche intellettuali a chiudersi ogni giorno negli uffici di vetro. Vetro azzurro, lucido splendente. Pareti a strapiombo che si colorano di cielo. Grigio o blu. Le rondini migrano ogni autunno, ogni primavera. Rumori sordi di schianto. Chiazze rosse di sangue su quelle finestre. Com’è bello il cristallo che sembra cielo. Sampierdarena. Migliaia di edifici costruiti ovunque ci fosse uno spazio libero, sempre più alti sempre più vicini. Fin quasi a lassù sulla cresta dei monti. In mezzo le case, le fabbriche,  le ville di un tempo. Oggi a volte ospedali. A volte uffici. A volte scuole. W la fica sull’affresco di un putto. A volte in rovina. Tra queste, la Fortezza. Prima villa, poi scuola, poi niente. A morire di nulla nella piazza del mercato. Ci ospitiamo dei profughi? Dalla Tunisia dalla Libia, scappano dalla guerra. Non si può. Qualche pivello mentecatto si sente invaso. Fa esplodere una bomboletta di gas da campeggio con un petardo lì dentro. LA BOMBA!!! Riportano i giornali. E allora no. Ancora niente, ancora vuoto nella Fortezza in mezzo al mercato.
La porta verde. Fu Luca il primo a dirlo. “Entriamo lì dentro…”  ”Dove…alla Fortezza?”  chiese Ale, ma sapeva di cosa stava parlando. Lo sguardo dei due era fisso sul legno. “E’ chiusa.” “Sì, ma secondo me la sfondiamo. E’ marcia come la merda” Detto questo Luca si stacco dal camioncino bianco e si avviò verso l’ingresso. Era un’entrata secondaria. La struttura sembrava solida anche se la vernice era screpolata e il legno ammuffito. Luca sferrò un calcio potente all’altezza della serratura. Frastuono nella notte. Dai palazzi nessuno si affacciò. Nessuno si sarebbe mai affacciato. La porta non si mosse. Luca sferrò un altro calcio. Poi Ale si avvicinò e barcollante ci si buttò con il peso e la spalla. Niente. Totò si agitava saltellando qua e là. La Fortezza li scherniva immobile e buia. “Merda!” Provarono altre volte.  Anche in due, con sempre più foga. Niente. Non si muoveva. Si guardarono sudati. “Casa?” disse Ale. “Cazzo no!” Luca era ormai preso da rabbia alcolica incontrollata. Doveva sfondarla. Tornò dal camioncino, si girò e prese la rincorsa. Uno, due, tre, quattro, cinque passi correndo e poi con un grido saltò. Fu un lancio perfetto. Un’esibizione atletica come se ne vedevano poche a Sampi.  A un metro e mezzo dal suolo. Perfettamente parallelo al terreno. Le gambe unite protese verso la porta. Il viso piegato in un ghigno di odio e di sforzo, ogni muscolo teso e le braccia scoordinate roteanti in aria. I piedi impattarono contro la solidità del portone che non vibrò neanche.. Luca fu rimbalzato indietro. L’odio mutò in stupore e Luca cadde di schiena. Con un rumore sordo battè forte la nuca contro l’asfalto. Buio. Il lampione si accese.
Sole. Il suono placido delle onde. Piccoli sassi scuri sotto la schiena riscaldati dal sole. La corrente li muoveva dolcemente dalla spiaggia. Li faceva toccare a vicenda, a migliaia, tutti insieme. Il suono placido delle onde. Sole. Luca aprì gli occhi e fu pervaso dall’odore del mare. Il suo sguardo incontrò quello di lei e uno strano senso di confusione prese il sopravvento. Senza un colore esistente forse azzurro, forse verde. Come un abbraccio, il colore del mare, i suoi occhi. Lei chi era? “Luca…” diceva sorridendo. “Luca amore mio!” I capelli mossi, forse castani, forse biondi. E quel ciuffo che le cadeva sul viso. ”Vieni andiamo… andiamo a fare il bagno!” disse allegra. Lo tirò dolcemente per la mano e insieme corsero sui ciottoli ardenti. Lei chi era? Lui dov’era? Com’era bella. L’acqua limpida e fresca, si sprofondava subito. Un gozzo di pescatori tornava lento verso la riva. I remi battevano calmi contro la superficie. E laggiù, oltre la spiaggia, da vecchie case arrivava l’odore di fritto delle osterie. Immerso, Luca sentì il tocco tiepido delle sue mani sul torace. Nuotarono verso il largo e si girò a guardare. Colline verdi in lontananza oltre mille tetti d’ardesia. La Lanterna li guardava. Lei lo baciò e il cuore gli fu subito in gola. Chiari vedeva gli scogli del fondo sotto di loro. La quiete della gente sulla spiaggia. Giovani e vecchi. Famiglie e bambini. Gridolini e risate. “Luca..” lo chiamò lei. Lui si girò e lei gli sembrò un pezzo di mare. “Ma tu chi sei?” Non rispose. Lo guardava come con uno sguardo da cacciatrice. Diana, la dea, forse. “E dove siamo?” le chiese ancora. “Vieni…” disse lei “torniamo a riva. Ho voglia di fare l’amore.” Quasi correndo uscirono in mille schizzi dall’acqua. Le persone sorridevano guardandoli. Lei lo travolgeva come un uragano caldo, ed insieme si accasciarono sui sassi. Sentì i suoi baci, prima sulla bocca poi sulla guancia, sempre più intensi. Sole. Che bello quel posto. Lingua sulla pelle. Luca rideva. Luce, l’odore del mare. Il sole brillava alto. Chiuse gli occhi. Il lampione si spense.
Li riaprì e la prima cosa che distinse fu il piccolo carro. Tutti lo sapevano riconoscere. Sin da bambini. Poi la visione si allargò e vide la barba incrostata di Ale fissarlo da poco meno di venti centimetri. “Luca!” Voce roca e una fiatazza di aglio e birra rancida che lo investì nei polmoni. “Stai bene?”. Ma il vero moto ribrezzo  venne quando si rese conto che Totò gli stava vigorosamente slinguazzando la guancia e le labbra. Scattò seduto allontanando con un braccio l’animale “ Echeccristo Totò che schifo!” gridò togliendosi la bava dal viso. Poi raggomitolato sull’asfalto si girò a cercarla, a cercare il mare. Niente.  Una zaffata di pisco da dietro i cassonetti. Per un attimo ebbe un conato di vomito.”Stai bene, andiamo a casa?” disse Ale. Luca fissò la porta verde della Fortezza. Chiusa e immobile. Spavalda. “Fanculo!” disse tirandosi su. Un ultimo sguardo alla piazza poi entrambe si avviarono verso casa. Un cenno di saluto e Luca girò per la sua via. La testa gli pulsava. Aveva voglia di pesce fritto. Aveva voglia di mare. Dal porto la sirena di una petroliera suonò lungamente. Da lontano giunse un’eco. “Vieni qui! Totò lascia stare quei cazzo di topi!” L’odore del mare.  Forse azzurro, forse verde. Il lampione si accese. Poi si spense.

 In fondo anche a Sampi bastava poco per vedere le stelle.



02/06/12

L'assassino


Philip guardava la zingara sul palco. Il boccale di birra coperto di gelida brina stretto nella mano. La zingara suonava il  violino e l’uomo dai pochi denti gialli e storti cantava con una voce calda e suadente. Il suono di quella musica lo portava via lontano e la zingara era bellissima. Sotto un ciuffo di capelli biondo oro Philip la fissava incantato. Passare l’archetto dolcemente sulle corde, persa tra le note riflesse sulla  chioma folta e scura. Il violino costante faceva da musica, come se solo potesse essere orchestra. Philip accarezzò la lama fredda e dura nella tasca dei pantaloni. Buttò giù in un solo sorso il mezzo boccale e fece tintinnare con violenza il bicchiere sul tavolo. “Bravi! Brava!” Gridò mentre in tutta la taverna l’entusiasmo per il piccolo concerto saliva sempre di più. Alcuni vecchi avevano iniziato a battere il tempo col piede sulle assi di legno e lo sdentato cantando si esibiva in pose grottesche dando libero sfogo alla sua voce avvolgente. “ a quest’ora in questura, a quest’ora in questura” cantava seguito incalzante dal violino. Philip tirò con prepotenza una cameriera per la lunga gonna. “Portami un'altra birra donna!” sbraitò. I suoi occhi non si staccavano  da quelli della zingara. Avvolta nella sinuosità delle melodie lei forse ricambiava..forse con malizia. Forse con indifferenza. Philip continuava a tastare la lama nascosta tra le dita nei pantaloni. La sentiva fredda e micidiale. Ghiaccio elettrico, l’idea di poterla usare, di penetrare nella carne viva e pulsante lo esaltava come lo esaltavano la musica e l’alcool. Quanto sei bella zingara. Pensò mentre strappava il nuovo boccale dalle mani della cameriera bionda. “Hei , hei hei!” Cantava ora la folla fumosa della taverna. Al duo si era ora aggiunto un giovane dai capelli scuri. Con una chitarra acustica le melodie volavano sempre più allegre e veloci. Il giovane suonava in un botta e risposta col violino sotto gli occhi divertiti dello sdentato. Il vecchio perso in un’estasi emetteva strani versi a ritmo di musica. Chitarra e violino danzavano armonici di sguardi e Philip strinse forte il filo del coltello. Percepì il sangue colargli lento sul palmo. Appena un graffio tra le linee scavate nella pelle. Chissà se la zingara avrebbe saputo leggerle quelle linee. La vita. La salute. L’amore. Guardò fisso il giovane che danzava ammiccante tra gli accordi e in una frazione di secondo balenò nella mente l’immagine nitida di come li avrebbe ammazzati. Quella capacità istantanea di progettazione della morte era in lui qualità innata ed inspiegabile. Assieme ad una cattiveria profonda ed abissale. Philip il biondo, Philip il bello. La sua anima affondava le radici in un substrato oscuro e marcio. Freddo, preciso, calcolatore oltre l’umano. La bellezza fisica e i capelli biondissimi li aveva ereditati dalla madre morta in una lunga agonia dopo il parto. La prepotenza e l’arroganza dei modi venivano invece dal padre. Henry, il padrone. Signore di quasi tutti i terreni della zona. Philip estrasse la mano tagliata dalla tasca ed unendosi al calore generale applaudì gridando ” Ancora ragazzi! ballate cantate! Ancora, ancora!” Sul suo viso si apriva uno splendido sorriso gioviale. Le mani battevano, le guance erano arrossate di birra e allegria. Ma gli occhi erano grigi e gelidi. Gli occhi vitrei di un assassino che si prepara a colpire. La porta del locale si aprì ed un uomo fece il suo ingresso in mezzo alla festa. Nessuno si voltò, nessuno parve accorgersi del nuovo arrivato ma qualcosa sfrigolò nel cervello di Philip. Un qualche istinto animale di conservazione che lo costrinse a girare la testa. Philip aveva sentito come la carezza di uno sguardo denso sulla nuca. L’ospite era fermo in piedi. Poteva sembrare un mendicante o forse un qualche tipo di frate. Si appoggiava ad uno spesso e contorto bastone scuro che sembrava, anzi era un ramo d’abete raccolto nel bosco. Indossava una tonaca di grezzo tessuto marrone sbiadito fino a sembrare grigio. Dal fondo spuntavano i piedi nudi calzati in sandali di cuoio sgualciti e la testa era coperta da un ampio cappuccio che lasciava costantemente il viso in ombra. Solo la parvenza di una barba argentea si intravedeva nell’oscurità  imperscrutabile. Philip ebbe una sussulto e senti stringersi forte la bocca dello stomaco. Paura? Non era possibile, lui non provava mai paura. L’idea che gli occhi del monaco fossero fissi su di lui era una certezza negata dalle tenebre del cappuccio. Uno sguardo forte. Come se la mano grinzosa del vecchio piano gli stesse stringendo il collo…sempre di più.  Il rumore degli schiamazzi e della musica arrivava ovattato. Il sorriso si spense sul suo viso. Philip non riusciva a muoversi, bloccato inerme dal magnetismo di quella figura. Il respiro ormai fioco, quasi fermo. Panico? Non era possibile. Lui non provava mai panico. Poi d’improvviso un vigoroso strattone lo scaraventò fuori da quell’impasse irreale, riscuotendolo. Il chiasso della taverna lo investì nitido in un’esplosione di voci, musica e odori. La cicciona rossa del tavolo affianco lo stava tirando per la spalla invitandolo a ballare. Un cerchio di uomini e donne  si era creato davanti ai suonatori. Voce chitarra e violino spingevano ora più che mai e il sentore di birra e fumo stagnava caldo nell’aria. La cicciona puzzava di sudore e gli sorrideva languida. Philip le posò una mano sulle chiappe flaccide e strinse. La cicciona ubriaca sorrise con un gridolino. Lo tirò ancor più verso di sé e  gli piantò in faccia due enormi tette molli e sproporzionate. I due si persero nel ballo. Nel trambusto Philip cercò la figura del monaco all’ingresso ma era sparita. Forse non era mai esistita.   Mentre ballava con la balena ubriaca Philip guardò nuovamente la zingara e il chitarrista. La cicciona cercava di strusciarsi in ogni modo. Contro la sua coscia flaccida sentì la consistenza del coltello che aderiva alla gamba. Philip guardò la zingara e il chitarrista e i suoi occhi di ghiaccio brillarono di nuovo.

Appostato nel buio dentro al recinto dei cavalli Philip aspettava. Il coltello lampeggiava alla fioca luce della lanterna . Faceva scorrere delicatamente il filo contro uno dei grossi legni dello steccato. L’acciaio di quella lama era di una qualità superiore. Leggera ed allo stesso tempo spessa e inflessibile. Era un coltello non più lungo di un palmo ma era affilato come un rasoio. Una lunga e profonda incisione rimaneva solcata nel legno ad ogni passaggio del metallo. Philip guardava la porta della taverna. Era ormai notte tarda e anche gli ultimi ubriachi erano stati cacciati dal locale. Loro sarebbero usciti per ultimi. Insieme al padrone, pensò. Zing! Zing! Ad ogni vibrazione d’acciaio i cavalli nitrivano scalpitando nervosi alle sue spalle. Inquietati da quel suono e dalla sua malvagia presenza. Il cielo nero rombava distante. Immense nuvole plumbee ristagnavano da qualche giorno ormai. Ogni tanto scatenavano un inferno di acqua e fulmini per poi tornare cupe a scrutare dall’alto la terra. Sembrava che non sarebbero più andate via. Ma a Philip questo andava bene perché quella notte non il più piccolo bagliore di luce filtrava attraverso la coltre. Il buio era totale. Immerso nella pece era solo sfiorato dall’idea di fiamma che illuminava l’ingresso della taverna bruciando appesa in una vecchia lampada ad olio . Anche se avessero scrutato con insistenza il punto esatto in cui si trovava, non sarebbero riusciti a scorgerlo. Uscendo dal locale illuminato i loro occhi sarebbero stati come ciechi e lui avrebbe agito. Libero, rapido e protetto dalla densità oscura ormai parte di lui. Filtrata lenta nel suo corpo attraverso i pori. Attraveso l’iride. Quella notte Philip il biondo impersonava le tenebre. Un tuono e un lampo squarciarono l’aria e la terra tremò. I cavalli si agitarono convulsamente nitrendo e scalciando. Philip si girò di scatto e sferrò uno schiaffo potente sul muso dell’animale più vicino. Maledette bestie! Forse avrebbe potuto iniziare la serata con un lavoretto di lama su di uno di quei corpi pelosi. Così, giusto per ingannare l’attesa. Biglie d’acqua rade e pesanti iniziarono colpire le colline. Presto la polvere sarebbe diventata fango. Philip udì il cigolio della porta che si apriva. Ci siamo pensò. Un brivido di adrenalina percorse il suo corpo. Si acquattò fino quasi a sdraiarsi sotto l’ultima asse del recinto e strinse forte l’impugnatura consunta del suo strumento di morte.

Dal locale uscirono il padrone e la moglie, il cantante dai denti gialli e poi lei, la zingara. La provocazione della sua bellezza era uno schiaffo di sfida. I lunghi capelli neri, quel corpo magro e sensuale sotto i vestiti malconci. Uno sguardo profondo, più scuro del buio che opprimeva ogni cosa. Philip trattenne il respiro. Dalla porta uscì anche lui, il ragazzo, stringendo la chitarra e il violino di lei. La grassa risata dell’oste scoppiò più fragorosa dei tuoni che arrivavano da lontano.

“Chiquita! Chiquita, chiudi sta vacca di taverna che io e il mio amico zingaro ci andiamo a sbronzare!” gridò alla moglie. Mentre questa girava il chiavistello, l’oste tirò una vigorosa manata sulla schiena del cantante. “Vecchio mio!... ora ti fassio assaggiare una bottiglia di whiscky che non hai mai provato in vita tua” sbiascicò tra i fumi dell’alcol. “ Settantacinque anni nel legno di rofere…il più aromatico che ci sià! Il più aromatico!”  Lo sdentato sorrideva e annuiva mostrando i suoi moncherini ocra. “Chiquita sbrigati prima che sta sporca…prima che sta porca di pioggia ci porti via tutti quanti…gente venite con noi!” disse rivolto alla zingara e al ragazzo. Bastò uno sguardo d’intesa tra i due. “Grazie oste” disse la voce suadente della zingara “ma ho bisogno di riposare…credo che andrò a sdraiarmi nel mio carro. Questo nobiluomo mi accompagnerà per la via… e poi, credo, si ritirerà..” Strinse appena la palpebra sinistra in un segnale inconfondibile. L’oste scoppiò in un’altra assordante risata. “Coome vuole lei signorina!” gridò ammiccando. “vieni vecchio mio…Chiquità muoviti che spio…muoviti che piove!” “Non fare tardi papà!” gridò la zingara allo sdentato mentre i tre già si avviavano verso la strada. Rimasti soli, sotto la fioca luce della lampada,  senza dire una parola i due ragazzi si baciarono.  Tenerezza e passione. Labbra perse nelle labbra. Dita contro le pelli di due corpi che si scoprono. In un abbraccio stretto, il profumo dei suoi capelli. La forza delle sue mani. Groviglio di carne calda pulsante di sangue, saliva, liquidi umani. Cercandosi, toccandosi, fondendosi in una sola essenza, tra reazioni chimiche e catalizzatori. Esseri legati in un unico assurdo nodo antropomorfo. Gli amanti. Nonostante la pioggia. Nonostante il buio. Il ragazzo lasciò cadere gli strumenti sul patio di legno e strinse forte la zingara.

A quel punto Philip scattò. Decise che aveva visto troppo. Insensibile, gelido, sorrise e scattò. Ora vi ammazzo come cani. Si mosse rapido nell’oscurità. Fulmineo e silenzioso in un solo movimento si alzo e balzò in avanti col braccio e il coltello protesi verso i due amanti. L’attimo nella sua mente visionò la punta d’acciaio che penetrava nella nuca di lei e nel collo di lui inchiodandoli assieme alla porta senza che avessero il tempo di emettere un grido. Dopo, lordandosi del loro sangue li avrebbe guardati morire. Ma non andò così. Una frazione di secondo dopo che il suo corpo era scattato un lampo illuminò il cielo e un cavallo nitrì. Il garzone perso nel bacio aprì gli occhi e percepì che qualcosa li stava per colpire. D’istinto si buttò di lato sul patio trascinando con sé la ragazza senza che neanche le due bocche si staccassero. Il garzone vide distintamente la lama sfiorargli la guancia brillando alla luce del lampo, sentì lo squarcio che si apriva nella carne tenera  in un graffio doloroso. Mancato il colpo Philip incespicò sui due corpi buttati di lato. Con la testa scontrò la lampada ad olio che cadde spegnendosi sul terreno ormai fangoso sferzato dalla pioggia. Cazzo! Pensò. Il coltello si piantò secco nel legno della porta e con stupore Philip sentì la vibrazione del fendente risalirgli fino alla spalla. Non ci poteva credere. Aveva mancato il colpo! La Zingara gridò forte. Nella caduta i due crani avevano cozzato forte, denti e lingue si erano morsicati come se i due stessero cercando di divorarsi a vicenda e piacere del sesso aveva lasciato il posto ad un orrifico sapore di sangue e saliva.  Canini spezzati tra le gengive nel contraccolpo. Orrore. Istinto. Quello del garzone funzionò. Spinse via la zingara gridando “Corrì!” Si rialzò e sferro un calcio alla cieca verso l’aggressore.  Philip confuso stava ancora scivolando con i piedi infangati e il viso schiacciato attaccato alla porta. Non era ancora riuscito a lasciare l’impugnatura dell’arma bloccata nel legno. Il calcio lo colse completamente impreparato. Sentì la bocca dello stomaco accartocciarsi negandogli il respiro. Emettendo un rantolo si piegò in ginocchio per il dolore. Il giovane dai capelli scuri  si era buttato in strada dietro alla zingara.  Ma il dolore atroce di Philip durò solo un secondo. In un lampo fu di nuovo in piedi e con uno strattone vigoroso estrasse il coltello dall’asse di quercia della porta della locanda. Ogni muscolo gli vibrava d’odio e i suoi occhi malvagi dardeggiavano nel buio.  Grugnì vigorosamente di rabbia. Non poteva far riconoscere la propria voce. Aveva mancato il colpo! Bastardi! Vi ammazzo!Non mi scapperete. Siete morti! Siete morti tutti e due!  Philip era più forte. Philip era più veloce, era  più atletico. I suoi occhi vedevano perfettamente anche nel buio più assoluto. Ma soprattutto Philip era capace di uccidere. Non ci sarebbe stata lotta. Non avevano scampo.

Philip si girò per lanciarsi all’inseguimento ma di colpo il panico lo attanagliò. Restò fermo come un blocco di pietra nello slancio. Il cuore palpitò di un battito sfasato e quasi dal torace non gli sfuggì lo stridulio di un grido. Iniziò ad arretrare con le gambe tremanti finchè le spalle non toccarono  la parete esterna della locanda. Non è possibile. Pensò. Non era possibile ma lui lo vedeva. Fermo nel buio appoggiato al suo bastone. Esattamente nel punto dove lui poco prima si era acquattato per tendere l’agguato. Lo scrutava nero e immobile dalle tenebre del recinto. Sferzato dalla pioggia, immobile come il moncone di una grossa quercia bruciata dal fulmine. Volto imperscrutabile sotto l’oscurità del cappuccio. Il monaco avanzò deciso verso Philip. Questi non riusciva a distogliere lo sguardo, non riusciva più a muoversi. Ad ogni passo del vecchio l’orrore cresceva sempre più incontrollato. Avrebbe voluto fuggire, avrebbe voluto gridare ma non riusciva e non capiva neanche quella sensazione. Lui non provava mai paura, mai! Specie per un inutile vecchio frate o mendicante che fosse. Eppure si era fatto statua di sale e non era più in grado di muoversi. Presto il monaco lo avrebbe ucciso.
Un lampo imbiancò il cielo e il biondo ne fu accecato. Philip chiuse gli occhi e li riaprì.

Li riaprì. Cercò il vecchio ma non lo vide. Solo tenebre e pioggia incessante. Quanto tempo era passato? Un secondo. Dieci minuti. Tre ore.  Non riusciva a capire. Più di quello che gli era parso.  Il vecchio non c’era più. Soffocato dallo scrosciare dell’acqua in lontananza gli parve di percepire delle grida. I giovani erano arrivati alla casa dell’oste. Presto sarebbero tornati con le torce e i forconi. Sarebbero arrivati in molti. Anche con i fucili. Si guardò intorno per vedere se l’uomo non si fosse nascosto da qualche parte ma non c’era nessuno. Altre grida lontane ma non così tanto. Era il momento di andare. Vagliò le possibilità che aveva e in un attimo prese una decisione. Entrò nel recinto, salì su un cavallo a caso e si lanciò al galoppo nel buio sui prati. Verso la tenuta. Lì di sicuro non sarebbero venuti a cercare. La pioggia avrebbe cancellato le impronte. Cavalcando a pelo si lasciava sferzare il viso dall’acqua. Ma l’immagine del vecchio restava fissa e inquietante nei suoi occhi. Subito prima di quella della zingara e degli amanti. Tastò la lama gelida nella tasca dei pantaloni. Non sarebbe finita così. Quella pioggia splendida sulle colline. Sembrava davvero non dover smettere mai.

30/05/12

Newsmaking decimo e nono


Dedicato a due amici e compagni
Picci batté l’ultimo tasto della parola conclusiva dell’articolo e si girò per guardarsi intorno. Il giornalista seduto alla scrivania dietro di lui abbassò subito lo sguardo fingendo di essere impegnato nello studio di qualche dato importante sui suoi fogli. Picci ne dedusse che il giornalista lo stava osservando sospettoso.  Non era normale che uno dei fonici di radio 119 (la radio legata al quotidiano) si mettesse seduto a battere un testo ad uno dei computer della redazione del giornale cartaceo ed effettivamente Picci non l’aveva mai fatto prima. Questa volta però aveva deciso di mettere in gioco il tutto per tutto.  Era stufo di leggere minchiate e falsità diffuse da quel giornale del cazzo in tutta la città e la regione.  In particolare non poteva tollerare che si scrivessero stronzate sulla pelle di quella persona in quel particolare momento. Dopo aver dato una rilettura veloce al testo tirò fuori dalla tasca una chiavetta e la infilò nel computer. Il giornalista continuava a sbirciarlo con un occhio solo cercando di non far notare la sua sorveglianza. Quel posto era pieno di spie e Picci era da tempo virtualmente schedato come un sovversivo che prima o poi avrebbe potuto creare problemi. Non ne era certo ma sospettava che spesso i giornalisti e i suoi colleghi andassero in segreto a riferire su di lui al direttore. Estrasse la chiavetta su cui aveva caricato l’articolo e piano, come se i suoi gesti fossero spensierati e casuali si alzò per dirigersi verso il terminale di stampa.  Una fredda goccia di sudore gli imperlava la fronte. Era tardi e la redazione era quasi vuota. I computer erano in stand-by e le luci erano spente sulla maggior parte delle scrivanie del vasto salone. A breve il giornale sarebbe andato in stampa e qualunque cosa fosse stata spedita dal terminale in quel momento sarebbe stata impaginata automaticamente e passata direttamente alle rotative. Non ci sarebbe stato il tempo di bloccarne la diffusione. Mentre si avvicinava al terminale  vide con la coda dell’occhio che il giornalista ormai lo  fissava apertamente  e che ora aveva alzato la cornetta del telefono e stava componendo un numero. Il giornalista aveva capito e Picci doveva sbrigarsi. In quei giorni aveva cercato di protestare contro la serie di puttanate diffuse dal giornale ma non era stato neanche lontanamente preso in considerazione ed anzi il direttore l’aveva velatamente minacciato di licenziamento se non fosse rimasto al suo posto. Ma ora basta, era ora di finirla e di dire la verità.  Infilò la chiavetta e caricò l’articolo sul terminale. In basso sulla sinistra dello schermo un count-down a cifre rosse segnava il tempo ultimo entro il quale era possibile spedire qualcosa prima che le rotative iniziassero a stampare. Segnava un minuto e zero due alla stampa. Il giornalista chiuse il telefono ed iniziò ad alzarsi. Nel corridoio adiacente al salone Picci udì  aprirsi cigolando la porta vetri del direttore. L’articolo finì di caricarsi e apparve una finestra. Vuoi sostituire l’articolo esistente? . Dal corridoio proveniva il suono di passi affrettati, le scarpe di pelle dura del direttore battevano sinistre contro il marmo del pavimento. Una serie di finestre si aprirono in successione sullo schermo. Il giornalista intanto si stava avviando verso di lui chiamandolo per nome “Ehi Cristiano! Ti devo parlare..”. Lo ignorò. Vuoi sostituire la firma all’articolo in stampa?” No.  Vuoi sostituire la foto?Sì.  Picci caricò la foto che aveva sulla pennetta. “Vuoi impaginare  allo stesso modo? Sì.  Caricamento.  Le cifre rosse segnavano ora 50 secondi. Il direttore con la sua figura tozza spuntò dal corridoio e quasi si mise a correre.  “Cristiano fermati ti devo parlare…”  diceva il giornalista anche lui ora quasi correndo. Vuoi inviare l’articolo.  . “Sei sicuro?  Si, cazzo!  40 secondi rossi.  Articolo pronto ad essere inviato. Per dare ultima conferma premere” Invio”.  Picci alzò il braccio e il suo dito indice stava quasi per premere il tasto quando si sentì afferrare vigorosamente il polso. Il suo polpastrello rimase bloccato sfiorando appena la scritta nera “Invio”. Picci alzò lo sguardo e gli occhi glaciali del direttore lo stavano fissando con odio. A meno di cinque centimetri  dal suo viso le labbra fetide del direttore dissero minacciose: “Ulivi cosa pensa di fare?”. Da sotto quei baffi grigi il suo alito puzzava di uova marce. Nel frattempo il giornalista li aveva raggiunti e stava ritto a braccia conserte in piedi dietro la sua sedia.  30 secondi. Picci si alzò allargando un finto sorriso. La stretta dell’omino tozzo era d’acciaio. “Ma no direttore -disse sempre sorridendo- cosa pensa! La Farlero mi ha chiesto di correggere il suo articolo sulla puzza-di-piedi-degli-adolescenti-in-città e lo stavo mandando adesso…”  Un lampo di esitazione passò nelle iridi scure del direttore. La puzza di piedi degli adolescenti in città era il pezzo forte dell’edizione del giorno dopo. La Farlero si era guadagnata la prima pagina con tanto di fotografie a colori. Tutto doveva essere perfetto in quel servizio perché, come il direttore stesso era  solito ripetere:  “Il nostro è un grande giornale!”  25 secondi. Quell’esitazione era l’effetto che Picci aveva cercato. Sentì la stretta  al polso allentarsi lievemente. Il giornalista dietro di lui stava per ribattere che era assurdo che Ulivi non si occupava mai di quelle cose ma Picci non gli lasciò il tempo di aprir bocca. Con il braccio libero sferrò un pugno alla tempia del direttore. La forza dell’impatto fu tale che questi rotolò su una scrivania e portandosi dietro lo schermo di un computer cadde dall’altra parte in una nuvola di fogli. 15 secondi. Picci si girò verso il giornalista che era rimasto sbigottito, immobile con la bocca aperta ed un dito alzato come se stesse ancora per parlare. Come un toro, Cristiano lo caricò con una testata allo stomaco.  Nello slancio i due percorsero un paio di metri e poi sfondarono la parete di vetro che, nel salone, separava l’ufficio dedicato alla cronaca nera. La lastra esplose in milioni di fragorosi frammenti.  Insanguinato Picci si alzò dal corpo incosciente del giornalista in camicia bianca e corse verso il terminale di stampa. “ Mancano dieci secondi alla stampa del giornale!”  diceva una voce metallica femminile proveniente dall’apparecchio.  9, 8 ,..  Puntò il dito verso la tastiera ma in quel momento sentì una fitta atroce al polpaccio destro. Da terra, semisvenuto, il direttore aveva trovato la forza di piantargli una matita nella gamba.  Picci cadde e gridò in un gemito di sofferenza. 7, 6..  In uno zampillio di sangue estrasse la matita dalla carne del muscolo.  Il direttore cercò di afferrarlo per il risvolto dei pantaloni.  Picci si divincolò e gli sferrò un calcio sul naso sentendolo frantumarsi sotto la suola della scarpa. Che soddisfazione … 5, 4.. Con uno sforzo sovraumano si issò sul bordo della scrivania ma la mano sporca di sangue scivolò sullo spigolo  3,2.. Prima di cadere Picci sferrò una manata casuale sulla tastiera.  1, 0 : “Il giornale è andato in stampa”  disse la voce metallica del terminale.  Sdraiato in terra esausto  Picci non riusciva più ad alzarsi. Il sangue usciva a fiotti dalla sua gamba ed una pozza scura si stava allargando sul pavimento. Sentì le forze svanire e piano i suoi occhi si chiusero nel buio più assoluto.  Sullo schermo sopra di lui una finestra lampeggiava ad intermittenza.

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(questo è un racconto di fantasia, ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale)


29/05/12

Sale sulla lingua

Ancora pioggia. Ancora grigio su questo mondo che avanza. Sirene in lontananza tra le luci notturne di Los Angeles, la città dove puoi perdere tutti i tuoi sogni. Sirene lontane tra le mura di Genova, città dove le speranze si perdono nel rombo del mare invernale. Suono di immensi oceani contro immobili frangiflutti. Mentre al porto, incessantemente si lavora. Oltre le sponde finali della terra soltanto il buio, la schiuma, la pioggia. Batte forte sui vetri sporchi. Scava l’asfalto trasformandolo in liquame nero oleastro. Il sapore del sale tra le tue labbra. Quel sapore che viene da dentro, da anfratti sconosciuti del corpo, rimasti chiusi da troppo tempo tra arrugginite serrature cigolanti. Il malessere scuro del mare, l’uomo perso sulla zattera dell’esistenza. In balia. Quella sensazione che monta dentro. Risale lenta e incontenibile. Provando ogni muscolo liscio del corpo. Si fa spazio tra le lamiere contratte del nostro fisico attorcigliandole una ad una come avesse un piede di porco.  Resistere serve solo a sfiancarsi. Essere fragili non è una colpa. E’ un segno dell’essere umani. Veri umani. E quando quella prima lacrima sgorga e cola giù dolce lungo la guancia è il nostro essere che ci parla. Gocce salate determinano il nostro viso, scavano solchi sulla nostra pelle preannunciano le rughe della vecchiaia. Acqua densa sui tratti si assorbe lucida tra i pori. Accarezza la cute sferzata dall’arsura, dal sole, dal freddo, dal caldo, dalle intemperie. La sfiora in un gesto d’affetto, quasi  una carezza, donandole sollievo. Ma quando è il tuo viso che piange è come se il mondo diventasse più buio. Il buio di un mare d’inverno in tempesta. Il buio di mille città formicaio perse nel nulla. Il buio che vive e respira aspettandoci placido alla fine di tutto. Ancora pioggia su questo mondo. E qualche lacrima in più che scivola tra le labbra sensuali di una donna. In quella goccia il sapore intenso di un’esistenza. Passata. Futura. In quel sapore ci si può sentire sperduti. Soli nel mondo a condividere una lacrima in un gesto profondo tra le labbra. La sensazione del mare oscuro si placa restando lontana. Immagine di un tempo che può ancora aspettare. E dopo resta il calore, il sonno, la luce che penetra nella stanza al mattino. Tocca un viso asciutto. Vivo.
           Forte della sua fragilità.

La bambina

La Bambina si girò a guardarlo andare via. Gli occhi si incrociarono, iride contro iride la luce penetrò sottile  negli abissi della loro percezione  e quell’istante, quel suo sguardo gli rimasero impressi per sempre nella mente. Un’immagine, una fotografia in bianco e nero. Indelebile.  Ricordava la strada scura e bagnata. Pioggia salmastra dell’alba di Genova  rivoli invisibili tra i lastroni di pietra. Pioggia nelle intercapedini del suolo tra le crepe della città, a corrodere a lavare lo sporco inquinato di anni passati. A farsi melma,  densa, patina secca e nera su cui appoggiare le scarpe e camminare. Bianco e nero. L’odore di umido penetrante dai muri. La voce di quei bambini che correvano. La luce abbagliante bianca in fondo alla strada. Come un altro mondo fuori dall’oscurità di quei vicoli dove palazzi alti come titani proiettano ombre eterne sui visi,  nei negozi, dalle finestre aperte nelle case nei portoni, tra gli sguardi. Il suo sguardo. Luce bianca in fondo. La splendida miseria del vivere. Sotto l’arco, in fondo, là dove c’è il mare. Il mare. Ricordava tutto. La fredda griglia di ferro su cui fece scorrere la mano mentre non riusciva più a voltarsi da quell’ultimo infinito istantaneo sguardo. Metallo ardesia gelido scivolava lento sotto le dita. Ricordava tutto. Il velo sui capelli della donna, gli occhiali della signora in bianco, sagome indistinte immobili si muovevano lungo la via. Sfuocate sempre più ai margini, verso il centro nitido. Nitido perché il centro era Lei. Girata a non lasciarlo andare. La  spirale del suo corpo creava una rotazione opposta nell’aria.  Lei.  Più piccola di tutto ciò che le stava intorno. Infinitamente più grande in quell’immagine fissa nella mente. Un viso stupito pieno ancora di cose da conoscere e scoprire. Uno sguardo profondo di chi accoglie tutto ciò che vede dentro di sé. Un istante, un attimo, un frammento in bianco e nero prima di lasciarla per sempre. “Tornerò” e laggiù, in fondo, candido e invisibile il mare. Il mare blu profondo e assassino. Su quella barca non si vedeva altro che mare. Piatto, calmo, placido e assassino. Lo sciabordio lievissimo contro i bordi marci di legno della chiglia. Si ondeggiava impercettibilmente e infinitamente. In piedi, senza potersi sedere. E il silenzio. Dopo ore nessuno più parlava sotto quel sole. I corpi luridi e segnati accalcati uno accanto all’altro senza la possibilità di liberarsi del calore umano. Qualcuno aveva vomitato. Una chiazza rosacea presto disciolta nella deriva più assoluta. Qualcuno doveva defecare ma non voleva rischiare il mare. Nessuno voleva toccare il mare. Il sole. Il mare. Tutti ora guardavano fisso nel blu persi dentro sé stessi. Scene di isteria c’erano già state, grida pugni lacrime odio e affetto erano già passati. Così come la speranza  dell’orizzonte. Sempre vuoto, abbagliante. Gli occhi si erano bruciati dei riflessi dell’acqua per scrutarlo. Navi allucinogene lontanissime avevano lasciato la disillusione di masse nuvolose, come una coltellata dentro al cuore. Gioia e sollievo troncate da una lunga attesa non ripagata. Ormai tutto questo si era ripetuto per ore e ore per giorni e giorni. Ed ora non restava più nulla. Il primo corpo morto o forse svenuto era stato regalato alle acque maledette. Immobili, mosse soltanto dal vento in un lieve sciabordio. Acque che non si potevano bere nonostante la sete. Tutti erano rimasti a guardarlo sparire lentissimamente quel corpo. Il primo tributo al dio del mare e all’ingiustizia degli uomini. Più nulla dopo. Solo il suono placido del mare. Solo il colore avvolgente del mare.  Iride contro iride. La deriva. I suoi occhi silenziosi fissi nel blu. Ricordava tutto. Bianco e nero. Un’immagine, una fotografia indelebile.. La  bambina si girò a guardarlo andare via. “Tornerò” disse al mare candido di luce. Tornerò.


La Nuvola


La ragazza attraversò il deserto. La tunica chiara copriva ogni parte del suo corpo magro e sinuoso. Solo gli occhi profondi sotto le sopracciglia scure squarciavano il candore del lino che avvolgeva la sua figura. Il vento risuonava lontano e forte nel silenzio del suo camminare. La sabbia era calda al contatto con la pelle nuda. Sotto quel cielo cosi azzurro da sembrare bianco, sotto quel sole rovente avanzava tranquilla e sicura. Fantasma bellissimo e misterioso nel nulla assoluto. La donna sembrava tagliare come una scarica elettrica l’aria secca e riarsa di quel posto senza vita. Qualcosa intorno a lei vibrava di energia elettrostatica. Quando arrivò al villaggio tutto era immobile. La desolazione era entrata nei cuori e nei muscoli degli abitanti. Da mesi non si vedeva più una goccia d’acqua. Non bastava più spremere i cactus e le rare erbacce della zona per ottenerne un liquido denso, scuro, amaro. In quella ventina di case di terra e legno il sole aveva iniziato a corrodere le pelli e le anime. Piano gli uomini si erano rassegnati ad aspettare la morte inevitabile. Il silenzio più totale era rotto solo dal soffiare incessante del vento, dallo stridulo cigolio di una porta che ogni tanto sbatteva, dal pianto a dirotto di un neonato. Lasciato solo nella culla da una madre senza più forze né udito per sentirlo gemere di sete e di dolore. Nella piazza centrale un vecchio era accasciato sul suo bastone nella polvere. La barba e i capelli ispidi incrostati di sabbia. La faccia sulla terra dura. Il corpo proteso verso la fontana di pietra secca come il sesso di una vecchia morta vergine.
La ragazza si fermò all’ingresso del villaggio e qualcosa in quel momento cambiò. Fu come se ogni molecola iniziasse a vibrare attirata dal magnetismo del suo sguardo. Ogni cosa vivente ne percepiva la presenza. Lasciò cadere il cappuccio che le avvolgeva la testa scoprendo un viso di una bellezza impensabile. I lunghi capelli neri erano perfetti, come se fosse appena emersa da un lago di acqua di rose. Il bambino smise di piangere e il vento sembrò calmarsi lasciando morire anche il cigolio della porta. L’aria si muoveva piano concentrandosi attirata verso di lei. Le assi di legno iniziarono a scricchiolare tese come se dovessero rompersi da un momento all’altro. Poi la ragazza iniziò ad avanzare verso il centro del paese, verso la piazza. Ad ogni suo passo il mondo immobile si protendeva sempre di più a seguirla. Ad ogni suo passo la carica elettrostatica dell’atmosfera si faceva più forte e percepibile e la luce si faceva più scura. Il vecchio sdraiato fu svegliato da un brivido freddo lungo la spina dorsale. Quasi senza che lo volesse, i muscoli del collo gli fecero con sforzo voltare la testa e l’uomo si ritrovò a guardare quei piedi nudi delicati e scolpiti a meno di un metro dai suoi occhi vacui. Un odore potente di acqua di mare lo penetrò dal naso inondandogli la bocca e facendolo sussultare appena. La ragazza poggiò la mano destra sul bordo della fontana di pietra e alzò lo sguardo al cielo. Nuvole tetre turbinavano in alto senza sosta, a perdita d’occhio. Il loro colore passava dal piombo all’ardesia e del sole non vi era più traccia. Tutto era ammantato di una luce bluastra, l’ultimo respiro del crepuscolo estivo, un attimo prima del pervenire del buio. L’aria vibrava forte, le cose e le case tremavano e scricchiolavano, il bambino nella culla piangeva di nuovo forte, ora per la paura. Un ronzio magnetico si udiva d’intorno sempre più forte sempre più intenso. Il vecchio sdraiato era sicuro che sarebbe morto. Il suo cuore prima quasi spento batteva ora all’impazzata. Avrebbe voluto alzarsi e scappare via nel buio, ma come un peso fortissimo lo teneva schiacciato al terreno. Il vecchio sollevò lo sguardo e vide la ninfa dell’acqua alzare  di scatto il braccio sinistro col palmo rivolto verso il cielo. Fu un istante. La veste della donna si strappò via da sé turbinando nell’aria. Nulla si vide del suo corpo da dea perché una tromba d’aria grigia e fumosa iniziò a vorticare immediata attorno alla sua figura lasciando scoperto solo il viso, i neri capelli dai riflessi blu ed il braccio proteso. Fu un istante ed un fulmine avvampò dal palmo della ninfa verso il cielo grigio di piombo. Fu un istante ma il vecchio la vide. Disegnata sul palmo di quella donna dalla bellezza inimmaginabile. Una nuvoletta di pioggia. Dipinta come a mano, a pennello, di un bellissimo azzurro intenso. Il vecchio la vide. Poi fu il silenzio. La ragazza abbasso il braccio sinistro con la sua nuvola. Chiuse gli occhi e chinò la testa. Dopo il rombo del fulmine. Il silenzio.  Il mulinello di vento si placò. La veste bianca ricadde da sola sul corpo avvolgendolo teneramente.  Nulla sembrava successo. Nulla di strano e magnetico si percepiva più. Tutto era come sospeso nel tempo. La ninfa riaprì gli occhi e si incammino verso la via da cui era arrivata. Uno, due, tre passi poi incominciò a piovere. Il vecchio sentì la prima goccia sulla sua guancia. Poi un’altra e un’altra ancora. Sentì il ticchettio dell’acqua sui tetti di legno, sentì l’odore di umido espandersi nell’aria. Il suono della vita, di una vita che poteva ritornare a sgorgare rigogliosa. Pioveva, pioveva sempre più intensamente e i suoi capelli si fecero fradici ed un sorriso si allargò sulla sua bocca sdentata ed una felicità come mai aveva sentito prima gli si insinuò dallo stomaco calda di tepore in tutto il petto. Il vecchio ora rideva. E si inginocchiò toccando con i palmi la terra bagnata. Le porte delle case si aprirono e le persone uscirono a godere della pioggia a godere della vita. La madre col bambino in braccio danzava sotto l’acqua scrosciante e il neonato non piangeva più, neanche per i tuoni rombanti nel cielo. Il vecchio euforico si mise in piedi senza bisogno del bastone e guardò verso l’ingresso del paese, verso quell’infame deserto che ogni giorno quasi li uccideva. La parvenza di un’ombra bianca spariva tra le gocce. La ninfa della pioggia andava via. Sul suo palmo sinistro una nuvola dipinta d’azzurro.