03/08/12

Tarek

http://​www.flickr.com/​photos/_thehyla_
Foto di I. Franzese
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 La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Nulla. In realtà non faceva nulla. Se non esporre sé stessa, sdraiata su un divano di velluto nero. Nuda agli occhi di tutti. L’annuncio… e nella sala un vociare acceso si diffondeva a macchia d’olio. Poi il sipario rosso si alzava e i grassi signori in doppio petto e cilindro andavano in visibilio. Eccitati agitavano i sigari esclamando a gran voce apprezzamenti, insulti, stupore. Cenere e fumo salivano sparsi nell’aria. La donna serpente rimaneva immobile in silenzio sorridendo appena. Le linee blu sul suo corpo. Quegli occhi gialli che sprofondavano in nero. Li guardava provocante, esposta ai loro sguardi, alle loro voglie più morbose e nascoste. Quei ricchi ciccioni andavano su di giri e si trasformavano in animali senza ritegno. Poi partiva l’asta. Il presentatore, Frank il rosso ghignava. Danzava sul palco, parlava con voce suadente e provocatoria. Li stuzzicava, li sfidava, li scherniva infido e servile. La vendeva per una notte. Nobili e ricchi signori di questa bellissima città! Questa notte sarà una notte unica per qualcuno di voi! ma solo per uno di voi! Il più bravo, il più forte, il più abile! Parliamoci chiaro amici miei, avete mai visto qualcosa di così tremendo e attraente? Qualcosa di così orribile e sensuale al tempo stesso? Una mostruosità provocante, irresistibile vi sta chiamando. Guardate questa creatura metà donna metà animale..o forse tutti e due insieme! Guardate quella pelle liscia e squamosa! Quelle labbra rosa, carnose e gelide! Osservate le linee blu del suo corpo invitante, i seni grossi, strani sodi..…vi state accendendo vero? Fate bene perché quest’essere è un concentrato di erotismo e carnalità! Una donna-bestia che non cerca né desidera altro che sesso tra gemiti e grugniti! Non è mai soddisfatta, vi chiederà sempre vi chiederà ancora! Lasciatevi toccare dal suo sguardo bramoso…non vi viene voglia di tirarla per quei capelli scuri e farla vostra? Non ne esiste un altro esemplare in natura e non passerà mai più per queste strade! Un errore Signori! Un errore bellissimo dell’evoluzione. Un prodotto infernale confezionato per voi da Satana in persona! Una diavoleria stupenda per il piacere di corrompere e viziare la carne dei veri uomini….Siete veri uomini voi? C’è qualche vero uomo tra il fumo dei sigari di questa sala!? Immagino di sì nobili padroni! Vedo tante facce mascoline e scolpite tra questi tavoli, tanti corpi virili e temprati! E allora signori miei chiudete quella bocca aperta per lo stupore! Smettetela di gridare fesserie e fatemi la vostra offerta! Forse preferite che l’amico accanto a voi si porti via l’occasione della vostra vita? Non sarà per caso più ricco di voi? Signori e signori affrettatevi perché quando questo martelletto toccherà il tavolo avrete soltanto dieci minuti per aggiudicarvi l’emozione più forte e strana che abbiate mai provato. Vi farà gridare signori! Non lasciatevela soffiare da sotto il naso! Solo dieci minuti per comprarla! Solo dieci minuti per comprare una notte con la Donna Serpente!” Battè il martello sul tavolo...l’asta è aperta! gridò. E come sempre scoppiò il pandemonio. Bocche da cani rognosi gridavano cifre spropositate. I vecchi si insultavano tra di loro, sgomitavano per avvicinarsi e farsi sentire. Le sedie si rovesciavano. Sputi, risse, risate sguaiate. Visi lardosi si arrossavano. Corpi flaccidi sudavano e puzzavano nella foga. Sigari venivano accesi o lanciati per terra. Animali o uomini. Bestie. Porci. Ma ogni volta, alla fine, come sempre, c’era un vincitore. Sorrideva sprezzante. Tirava vigorose boccate di fumo. Riceveva pacche sulle spalle e flosce strette di mano. La guardava. Il sipario rosso si abbassò. Piano si spegnevano le luci ed in sala rimase solo il porco. Ad aspettarla.

La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Si guardò nuda nello specchio della roulotte. Lo sguardo provato, triste. Non perdeva mai una scintilla di vita. Viso duro, inespressivo. Splendido e orribile. Silenzio in quel camerino improvvisato. Le mancava qualcosa ed una sensazione di rabbia e solitudine le graffiava dolorosamente il petto. Presto avrebbe dovuto cominciare. Un’altra notte di disgusto e finzione. Contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Sempre di più, ogni volta avrebbe voluto affondare le unghie affilate dentro le loro gole. Le sarebbe bastato un attimo. Quei grassoni avrebbero rantolato e sputato sangue sotto la durezza dei suoi occhi gialli. Ma non poteva. Tempo prima, dopo averla picchiata, uno di quei pervertiti le aveva chiesto di graffiarlo. Presa dall’odio gli aveva aperto cinque squarci nella schiena e il materasso si era inzuppato di rosso. Era rimasta a guardarlo strillare come un maiale. Ma attirati dalle grida loro erano entrati. L’avevano spaventata e aveva provato paura.  Non per la sua vita, no. Tarek, l’unica cosa che per lei contava davvero. L’avevano preso e stretto e il cuore le si era fatto piccolo piccolo. L’avevano messo sul pavimento e avevano minacciato di prendergli a calci la testa. Si era buttata per terra piangendo ed urlando ed era stata nuovamente nelle loro mani. Il vecchio, incosciente ma vivo, era stato fatto rotolare fuori dalla roulotte ed erano scappati. Verso un’altra città. Verso un altro locale. Verso un’altra notte d’inferno. Ma non sarebbe stato sempre così. Non per sempre. La porta alle sue spalle si aprì e Frank il rosso entrò con il suo solito ghigno. La guardò come sempre faceva. Affascinato e intimorito. Crudele. “Preparati!” le disse “ Sta per arrivare e sembra uno molto esigente. Ti ha pagata a peso d’oro. Accontentalo.” Un lampo minaccioso passò negli occhi da faina. “Voglio sentirlo gridare di piacere non di dolore. Non deludermi.”Sorrise. Si girò per andarsene ma la donna serpente emise un sibilo aggressivo, quasi un ringhio. Frank il rosso trasalì e si voltò sicuro,  cattivo nello sguardo. Il sogghigno si allargò ulteriormente. Finse una faccia di stupore e poi scoppiò in una rumorosa risata. Il verso di una iena. “La signora vuole vederlo vero?” Disse sostenuto. “Patetica. Sei patetica lo sai?” La donna serpente non rispose. Non parlava. Non parlava mai. Dal giorno dell’incidente alla fabbrica. Non aveva più pronunciato una parola. “E sia. Te lo faccio vedere. Come ogni notte.” Disse con finta benevolenza. Ma subito il tono si fece duro e feroce. “Lui è mio! Se io decido lui muore. Tu sei mia! La mia unica puttana. Con te le altre non servono più.  Lavora bene e sarai ripagata. Lavora male e lui soffrirà atrocemente. Non scordartelo mai! Sei mia!” La donna serpente lo fissò con odio. “Joseph!” gridò forte il rosso. La porta si spalancò e un arabo grosso quanto un toro entrò tenendo tra le braccia un fagotto di stoffa grigia. Il cuore iniziò a martellarle e il sangue si fece caldo.  Anche il blu sulla pelle parve attenuarsi un poco. Il fagotto si muoveva.
Dita. Incredibilmente piccole si spostavano lentamente. La mano fu la prima cosa che spuntò dall’involto di stracci. L’emozione di un silenzio. I polpastrelli saggiavano la consistenza dell’aria come a poterla accarezzare. Vita che imparava a vivere, a riconoscere. Poi Tarek si svegliò ed iniziò a piangere. La madre si avvicinò. Pose il calore del seno sul suo viso. Con un suono tenero cercò di tranquillizzarlo. Dal profondo della gola presto il suono si fece melodia. Dolce,lenta, lontana. Armonie che da sempre le mamme cantano ai bambini. Quando il sole scende su quel deserto che chiamiamo terra. Quando il mondo fa più paura e si ha più bisogno l’uno dell’altro. Di una voce materna. Di un contatto tiepido, amniotico. La mano accarezzò le dita. Nulla esisteva più. Madre e figlio. Tepore cutaneo e l’amore in un gesto. Il minuscolo polso nella mano. Una carezza appena accennata. Tarek non piangeva più. Occhi scuri, neri come la pece. Socchiusi, appena vivi. La vicinanza di quel ventre che l’aveva formato. Un cuoricino che batte e la placenta rilassata. Una vibrazione dolce che sale su per la spina dorsale. Fino alla base del collo. Due esseri in uno. Concepimento e attesa. Vissuti corporei simbiotici per nove lunghissimi mesi. Poi il travaglio. Come un compagno di cella con cui si condivide tutto. Poi l’evasione. Solo per uno. Distacco e deprivazione. Generato precoce, sempre troppo precoce nell’ansia del mondo. Mai pronto ad affrontarlo. Espulso dal giaciglio caldo e sicuro, tra mille contrazioni si rompe il legame più intimo della vita. Gracile, raccolto, il primo fiato è sempre un grido d’orrore. Orrore come segnale di vita. Il contatto è la prima risposta. Un odore familiare, un istinto che guida verso il battito riconosciuto, lo stesso udito nella pancia. Il contatto è la prima risposta. All’angoscia del mondo. Poi viene la voce, la fronte, le labbra. Fasciato, accudito dalla dispensatrice di vita. Il sentimento di un dito avvolto da minuscole manine. Stringere l’indice materno, la prima vera interazione esterna tra due esseri che si amano. La percezione riflessa in uno sguardo e il primo sorriso. Tarek seguiva il viso della madre. Tarek vedeva.
”Ora basta!” gridò forte Frank il rosso interrompendo con una manata il contatto tra i due. La melodia della madre s’interruppe e si affievolì persa lontana nel vento. Sentì nocche viscide tra la pelle e il figlio. Tarek iniziò a piangere. Joseph il grosso arabo si mise a ridere grugnendo. In quel momento qualche cosa cambiò. Nulla. In realtà non fece nulla. Se non sbattere le palpebre. La donna serpente strinse appena il braccio di Frank il rosso. I suoi occhi non erano mai stati così gialli. L’istinto animale dell’arabo fu l’unica cosa che provò a farlo agire. Smise di grugnire e tentò di muoversi. Ma ormai era troppo tardi. La donna serpente contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Le bastò un gesto. Ci fu un suono secco e poi silenzio. “ Hai proprio ragione Frank.”  Disse con un sibilo al suo sguardo di terrore.”Ora basta.”
“Signore! Signore!” Gridava l’appuntato uscendo di corsa dalla roulotte. “ oh Cristo ! “ mormorò rischiando di scivolare su una pozza rossastra. “Signore…” gridò raggiungendolo, ma prima che potesse continuare il conato di vomito che aveva trattenuto gli schizzò dalla bocca e si trovò a vomitare ai piedi del capo. Il maresciallo fumava impassibile guardando nel buio del bosco. Il fumo del sigaro si perdeva nella notte. L’appuntato si riprese gorgogliando e si alzò in piedi pieno di vergogna. “Signore..” disse cercando di ridarsi un tono. “E’ un macello!” Trattenne a stento un altro conato. “Qui è un macello!” Continuò pulendosi la bocca con un fazzoletto.” Carne ovunque! Non riusciamo a capire quanti siano i corpi.. c’è quell’arabo, quel toro con la gola tranciata di netto. Per lui dev’essere stata veloce ma per gli altri…” Il maresciallo buttò fuori una boccata di fumo. “Due.” disse sempre guardando nel buio. “E poi signore sembra che non sia stata usata nessuna arma da taglio…solo unghie e dita  ma non può essere…” esitò un attimo. “come dice?” Il maresciallo tirò forte dal sigaro. Aspirò profondamente ed espirò alzando la testa alle stelle. Poi tornò a guardare l’oscurità. “Due. I corpi sono due. “ disse senza emozioni. “Fate ripulire il posto. Provate a vedere se quel vecchio ciccione riesce a dire qualcosa di sensato e poi andiamocene via.” Due agenti trascinavano un vecchio verso una gazzella. Il frac impiastrato di rosso e fango girdava sconclusionato. “Serpente! Striscia! Bambino!”  e scuoteva nevroticamente la testa mormorando “Aiuto! Aiuto! No! Aiuto! “Gli occhi vitrei fissi davanti “No!” gridò forte mente lo facevano sedere nella macchina ”No!”  L’appuntato guardava parlando la scena “Signore..pare che il vecchio abbia solo sentito le grida dalla roulotte. Non ha visto niente. L’abbiamo trovato tremante nascosto in un cespuglio. Ma signore i corpi non possono essere solo due….” Per la prima volta il maresciallo distolse lo sguardo per puntarlo sul suo sottoposto Un attimo di silenzio. Nella mente le immagini di un teatro fumoso, vecchi sgomitanti, bicchieri di whiskey ed una donna bellissima sdraiata sul palco. Blu. Gli occhi gialli. Quanto faceva paura. Non si era azzardato a fare mezza offerta. Lui beveva e guardava. Qualcuno disse che quel mostro  aveva un figlio. ”Due”. Ripetè.” Joseph il toro, guardia del corpo e assassino da osteria e Frank il rosso. Truffatore e magnaccia da quattro soldi. I corpi sono due”. Girò il viso verso il bosco. Ora fai sgomberare prima che ti faccia rapporto.

“…e questa è la storia di come Tarek, liberatore dei popoli dell’Africa del Nord, colui la cui scimitarra ci ha guidato e redento… questa è la storia di come Tarek nacque. Battezzato nel sangue dei suoi nemici. Ora basta, si va a dormire.” Disse il nonno e svuotò la pipa nel fuoco del camino.”

26/06/12

Le stelle di Sampi

In fondo anche a Sampi bastava poco per vedere le stelle.  Bastava un lampione di meno. Una luce che si spegneva in alto sulla strada. Controllata da uno stupido meccanismo per il risparmio energetico. Spenta, le stelle. Accesa, il solito squallore.  Pietra asfalto e cemento in cui proliferavano i topi. Luca guardava le stelle. Appoggiato ad un camioncino bianco, la sigaretta dimenticata accesa tra le dita. Proiettava lo sguardo oltre la luce arancione di quel lampione. Sui puntini bianchi del piccolo carro. Il piccolo e il grande carro. Non conosceva altro del cielo. Ma quelle due forme sin da bambino le distingueva bene. Come tutti. Alzando la testa alla notte le sapeva vedere. Semplici, dirette, presenti nel buio. A volte immaginava di vivere in un mondo dove ogni sera calato il sole non ci fosse luce. Avvolto nelle tenebre ci sarebbe stata solo una coperta di stelle. La fiamma di un fuoco o di qualche candela non sarebbe bastata a coprirle, le stelle. Sul mare. Nel bosco. L’essere si sarebbe lasciato divorare da quella sensazione di immensità e Luca si sarebbe sentito piccolo piccolo. Invisibile. Una cacchettina di formica nel cielo infinito. Un tempo così doveva essere già esistito. Indietro lontano, ma neanche poi troppo. Ehi ma che cazzo di pensieri faceva? Il lampione si riaccese accecandolo. “Cristo!” mormorò  stringendo gli occhi ed abbassando la testa. Il viso tornò ad un mondo più finito.  Sul camioncino appoggiato affianco a lui Ale stringeva un bicchiere di birra ormai calda e bavosa.  Ubriaco ciondolava da un piede all’altro fissando l’asfalto. Ognuno perso nei propri tristi alcolici pensieri. Luca guardò l’ora. Le tre di notte. Com’era che erano finiti a bere l’ultima birra in via Sampierdarena? In un kebabbaro tra papponi puttane e porci clienti. Non lo ricordava,  ma quella birra in fondo ci stava.
 Tette. Erano state l’argomento di conversazione principale fino a poco prima. Prima di perdersi in apatici sogni solitari. Tette. Quanto sono belle. “Le tette sono il sale della vita” avevano convenuto. Forme, consistenza al tatto,dimensione dei capezzoli. Avevano parlato di tutto e formulato diverse teorie fisiche sul movimento appendaun (o ballonzolare), fluidità della materia, distanza tra i seni e i coseni e ovviamente stilato una classifica. Di quelle viste, di quelle mai viste, di quelle sognate. Tette che al massimo avevano scrutato come montagnole sotto  strati di maglie e cappotti. Tette che mai avrebbero neanche potuto sfiorare. Ma nella notte, nell’alcool certe immagini ritornano e se ne parla a lungo ubriachi.
D’improvviso Totò fece trambusto. Ci fu una convulsione di squittii e una decina di grossi ratti  fuggì da dietro i cassonetti. “Totò lascia stare i topi!” gridò Ale. Il cane zoppicante spuntò tra i bidoni con lo sguardo di chi l’aveva fatta grossa. Era un fascio nero di muscoli. Muso aggressivo ma due occhioni dall’espressività quasi umana. Totò era un buon cane. Giocoso e ubbidiente. Mai cattivo con gli uomini e sempre pronto a inseguire un gatto o un fascista. Da qualche tempo una grossa cisti sulla zampa anteriore lo faceva zoppicare vivacemente. Riscossi dal torpore alcolico i due ubriachi si fissarono. Totò placido scodinzolava in attesa. “Che cazzo facciamo?” disse Luca.  “Boh!” rispose Ale e si scolò d’un sorso il resto di quello che ormai proprio sembrava piscio. Avrebbero potuto  trattare l’argomento culi ma ormai sapevano già tutto e poi non dava tanta soddisfazione quanto l’argomento tette. Si guardarono intorno nella piazzetta del mercato.  Macchine posteggiate dappertutto, lerciume, asfalto crepato, palazzi alti sette-otto piani. VALENTINA CICCIOBOMBA scritto su un muro, cicche di siga ovunque e qualche falce e martello qua e là. Il lampione si spense e quasi in contemporanea i loro sguardi si posarono dritti davanti a loro. Una porta in legno dipinta di verde scuro sembrava scrutarli con aria di sfida. Sopra quella porta la Fortezza. Una villa ottocentesca piazzata così in mezzo al quartiere. In realtà Sampierdarena era piena di quelle ville, piena anche di torrette medievali e un tempo di aiuole e di verde. Chissà che bella che era. Indietro lontano, ma neanche poi troppo. La spiaggia, il mare. La vita che proliferava, i mercati, la pesca, le osterie, il verde, l’aria pulita. Poi venne il Fascismo. Decise che tra Sampierdarena e Genova c’era una collina di troppo e la terra venne sventrata. La collina tagliata come con una grossa spada e da quel giorno, da quel vuoto a Sampi arrivò il vento. Fredda, dura, cattiva. La tramontana ti martella sul collo in autunno e in inverno. Fa cadere i vasi, sbattere porte e persiane, rabbrividire sotto i baveri dei cappotti. Poi, più avanti, si costruì il porto. Non più ciottoli e barche da pesca ma lastre in cemento e petroliere. Lunghe lingue grigie sull’acqua sempre più nera. Luci a giorno anche di notte, grossi camion rombanti. Migliaia di formiche a caricare e scaricare container a volte cadendo, a volte rimanendo schiacciati, non bagnandosi mai più in quelle acque. Arti lasciati a muoversi tra le grida, strappati dal corpo. Acque ormai nere per l’eternità.  Ratti di terra sulle banchine, pesci di fogna al di qua della diga, Cefali orrendi brulicanti intorno agli scarti umani, topi di cielo nell’aria inquinata. Gabbiani assassini in cerca di prede da uccidere, insulsi piccioni e fiumi di guano.  Lucido e bianco. Quel porto è una merda. In quel porto visse e proliferò la lotta proletaria. Ma quel porto è comunque una merda. Poi venne l’acciaieria di Cornigliano e i venti tenebrosi trasportati oltre il ponte. Fuliggine nera sui vecchi palazzi, strato dopo strato… e dalle facciate i volti di pietra iniziarono a lacrimare catrame. Fecero grandi strade e sempre più macchine iniziarono a passare. A fermarsi, ad essere lasciate ai bordi delle vie. Parcheggio, lo chiamano.  Sempre di più. Accatastate quasi una sull’altra. E quando le macchine furono così tante che tutte insieme non riuscivano a muoversi costruirono una strada sopraelevata per farle volare. Strada Aldo Moro. Pilastri d’acciaio a sfondare il cemento. Sopra si vola sotto si soffre. Metropolis. Camionisti,  vecchi e puttane tra quei piloni bluastri. Poi si decise che l’antico quartiere di osterie sul mare non andava più bene. Che cazzo, erano case vecchie, umide, stantie! Non consone ad un quartiere moderno. E poi il mare non c’era più. Ora c’era il porto. La Coscia, così si chiamava, venne rasa al suolo. Al suo posto furono eretti enormi palazzi da una ventina di piani. Monumenti alla modernità. Che belli i grattacieli! Spiccano verso l’alto creandosi il vuoto intorno. Desolazioni senza marciapiedi, ombre lunghe sulle strade stracolme di motori. Formiche intellettuali a chiudersi ogni giorno negli uffici di vetro. Vetro azzurro, lucido splendente. Pareti a strapiombo che si colorano di cielo. Grigio o blu. Le rondini migrano ogni autunno, ogni primavera. Rumori sordi di schianto. Chiazze rosse di sangue su quelle finestre. Com’è bello il cristallo che sembra cielo. Sampierdarena. Migliaia di edifici costruiti ovunque ci fosse uno spazio libero, sempre più alti sempre più vicini. Fin quasi a lassù sulla cresta dei monti. In mezzo le case, le fabbriche,  le ville di un tempo. Oggi a volte ospedali. A volte uffici. A volte scuole. W la fica sull’affresco di un putto. A volte in rovina. Tra queste, la Fortezza. Prima villa, poi scuola, poi niente. A morire di nulla nella piazza del mercato. Ci ospitiamo dei profughi? Dalla Tunisia dalla Libia, scappano dalla guerra. Non si può. Qualche pivello mentecatto si sente invaso. Fa esplodere una bomboletta di gas da campeggio con un petardo lì dentro. LA BOMBA!!! Riportano i giornali. E allora no. Ancora niente, ancora vuoto nella Fortezza in mezzo al mercato.
La porta verde. Fu Luca il primo a dirlo. “Entriamo lì dentro…”  ”Dove…alla Fortezza?”  chiese Ale, ma sapeva di cosa stava parlando. Lo sguardo dei due era fisso sul legno. “E’ chiusa.” “Sì, ma secondo me la sfondiamo. E’ marcia come la merda” Detto questo Luca si stacco dal camioncino bianco e si avviò verso l’ingresso. Era un’entrata secondaria. La struttura sembrava solida anche se la vernice era screpolata e il legno ammuffito. Luca sferrò un calcio potente all’altezza della serratura. Frastuono nella notte. Dai palazzi nessuno si affacciò. Nessuno si sarebbe mai affacciato. La porta non si mosse. Luca sferrò un altro calcio. Poi Ale si avvicinò e barcollante ci si buttò con il peso e la spalla. Niente. Totò si agitava saltellando qua e là. La Fortezza li scherniva immobile e buia. “Merda!” Provarono altre volte.  Anche in due, con sempre più foga. Niente. Non si muoveva. Si guardarono sudati. “Casa?” disse Ale. “Cazzo no!” Luca era ormai preso da rabbia alcolica incontrollata. Doveva sfondarla. Tornò dal camioncino, si girò e prese la rincorsa. Uno, due, tre, quattro, cinque passi correndo e poi con un grido saltò. Fu un lancio perfetto. Un’esibizione atletica come se ne vedevano poche a Sampi.  A un metro e mezzo dal suolo. Perfettamente parallelo al terreno. Le gambe unite protese verso la porta. Il viso piegato in un ghigno di odio e di sforzo, ogni muscolo teso e le braccia scoordinate roteanti in aria. I piedi impattarono contro la solidità del portone che non vibrò neanche.. Luca fu rimbalzato indietro. L’odio mutò in stupore e Luca cadde di schiena. Con un rumore sordo battè forte la nuca contro l’asfalto. Buio. Il lampione si accese.
Sole. Il suono placido delle onde. Piccoli sassi scuri sotto la schiena riscaldati dal sole. La corrente li muoveva dolcemente dalla spiaggia. Li faceva toccare a vicenda, a migliaia, tutti insieme. Il suono placido delle onde. Sole. Luca aprì gli occhi e fu pervaso dall’odore del mare. Il suo sguardo incontrò quello di lei e uno strano senso di confusione prese il sopravvento. Senza un colore esistente forse azzurro, forse verde. Come un abbraccio, il colore del mare, i suoi occhi. Lei chi era? “Luca…” diceva sorridendo. “Luca amore mio!” I capelli mossi, forse castani, forse biondi. E quel ciuffo che le cadeva sul viso. ”Vieni andiamo… andiamo a fare il bagno!” disse allegra. Lo tirò dolcemente per la mano e insieme corsero sui ciottoli ardenti. Lei chi era? Lui dov’era? Com’era bella. L’acqua limpida e fresca, si sprofondava subito. Un gozzo di pescatori tornava lento verso la riva. I remi battevano calmi contro la superficie. E laggiù, oltre la spiaggia, da vecchie case arrivava l’odore di fritto delle osterie. Immerso, Luca sentì il tocco tiepido delle sue mani sul torace. Nuotarono verso il largo e si girò a guardare. Colline verdi in lontananza oltre mille tetti d’ardesia. La Lanterna li guardava. Lei lo baciò e il cuore gli fu subito in gola. Chiari vedeva gli scogli del fondo sotto di loro. La quiete della gente sulla spiaggia. Giovani e vecchi. Famiglie e bambini. Gridolini e risate. “Luca..” lo chiamò lei. Lui si girò e lei gli sembrò un pezzo di mare. “Ma tu chi sei?” Non rispose. Lo guardava come con uno sguardo da cacciatrice. Diana, la dea, forse. “E dove siamo?” le chiese ancora. “Vieni…” disse lei “torniamo a riva. Ho voglia di fare l’amore.” Quasi correndo uscirono in mille schizzi dall’acqua. Le persone sorridevano guardandoli. Lei lo travolgeva come un uragano caldo, ed insieme si accasciarono sui sassi. Sentì i suoi baci, prima sulla bocca poi sulla guancia, sempre più intensi. Sole. Che bello quel posto. Lingua sulla pelle. Luca rideva. Luce, l’odore del mare. Il sole brillava alto. Chiuse gli occhi. Il lampione si spense.
Li riaprì e la prima cosa che distinse fu il piccolo carro. Tutti lo sapevano riconoscere. Sin da bambini. Poi la visione si allargò e vide la barba incrostata di Ale fissarlo da poco meno di venti centimetri. “Luca!” Voce roca e una fiatazza di aglio e birra rancida che lo investì nei polmoni. “Stai bene?”. Ma il vero moto ribrezzo  venne quando si rese conto che Totò gli stava vigorosamente slinguazzando la guancia e le labbra. Scattò seduto allontanando con un braccio l’animale “ Echeccristo Totò che schifo!” gridò togliendosi la bava dal viso. Poi raggomitolato sull’asfalto si girò a cercarla, a cercare il mare. Niente.  Una zaffata di pisco da dietro i cassonetti. Per un attimo ebbe un conato di vomito.”Stai bene, andiamo a casa?” disse Ale. Luca fissò la porta verde della Fortezza. Chiusa e immobile. Spavalda. “Fanculo!” disse tirandosi su. Un ultimo sguardo alla piazza poi entrambe si avviarono verso casa. Un cenno di saluto e Luca girò per la sua via. La testa gli pulsava. Aveva voglia di pesce fritto. Aveva voglia di mare. Dal porto la sirena di una petroliera suonò lungamente. Da lontano giunse un’eco. “Vieni qui! Totò lascia stare quei cazzo di topi!” L’odore del mare.  Forse azzurro, forse verde. Il lampione si accese. Poi si spense.

 In fondo anche a Sampi bastava poco per vedere le stelle.



02/06/12

L'assassino


Philip guardava la zingara sul palco. Il boccale di birra coperto di gelida brina stretto nella mano. La zingara suonava il  violino e l’uomo dai pochi denti gialli e storti cantava con una voce calda e suadente. Il suono di quella musica lo portava via lontano e la zingara era bellissima. Sotto un ciuffo di capelli biondo oro Philip la fissava incantato. Passare l’archetto dolcemente sulle corde, persa tra le note riflesse sulla  chioma folta e scura. Il violino costante faceva da musica, come se solo potesse essere orchestra. Philip accarezzò la lama fredda e dura nella tasca dei pantaloni. Buttò giù in un solo sorso il mezzo boccale e fece tintinnare con violenza il bicchiere sul tavolo. “Bravi! Brava!” Gridò mentre in tutta la taverna l’entusiasmo per il piccolo concerto saliva sempre di più. Alcuni vecchi avevano iniziato a battere il tempo col piede sulle assi di legno e lo sdentato cantando si esibiva in pose grottesche dando libero sfogo alla sua voce avvolgente. “ a quest’ora in questura, a quest’ora in questura” cantava seguito incalzante dal violino. Philip tirò con prepotenza una cameriera per la lunga gonna. “Portami un'altra birra donna!” sbraitò. I suoi occhi non si staccavano  da quelli della zingara. Avvolta nella sinuosità delle melodie lei forse ricambiava..forse con malizia. Forse con indifferenza. Philip continuava a tastare la lama nascosta tra le dita nei pantaloni. La sentiva fredda e micidiale. Ghiaccio elettrico, l’idea di poterla usare, di penetrare nella carne viva e pulsante lo esaltava come lo esaltavano la musica e l’alcool. Quanto sei bella zingara. Pensò mentre strappava il nuovo boccale dalle mani della cameriera bionda. “Hei , hei hei!” Cantava ora la folla fumosa della taverna. Al duo si era ora aggiunto un giovane dai capelli scuri. Con una chitarra acustica le melodie volavano sempre più allegre e veloci. Il giovane suonava in un botta e risposta col violino sotto gli occhi divertiti dello sdentato. Il vecchio perso in un’estasi emetteva strani versi a ritmo di musica. Chitarra e violino danzavano armonici di sguardi e Philip strinse forte il filo del coltello. Percepì il sangue colargli lento sul palmo. Appena un graffio tra le linee scavate nella pelle. Chissà se la zingara avrebbe saputo leggerle quelle linee. La vita. La salute. L’amore. Guardò fisso il giovane che danzava ammiccante tra gli accordi e in una frazione di secondo balenò nella mente l’immagine nitida di come li avrebbe ammazzati. Quella capacità istantanea di progettazione della morte era in lui qualità innata ed inspiegabile. Assieme ad una cattiveria profonda ed abissale. Philip il biondo, Philip il bello. La sua anima affondava le radici in un substrato oscuro e marcio. Freddo, preciso, calcolatore oltre l’umano. La bellezza fisica e i capelli biondissimi li aveva ereditati dalla madre morta in una lunga agonia dopo il parto. La prepotenza e l’arroganza dei modi venivano invece dal padre. Henry, il padrone. Signore di quasi tutti i terreni della zona. Philip estrasse la mano tagliata dalla tasca ed unendosi al calore generale applaudì gridando ” Ancora ragazzi! ballate cantate! Ancora, ancora!” Sul suo viso si apriva uno splendido sorriso gioviale. Le mani battevano, le guance erano arrossate di birra e allegria. Ma gli occhi erano grigi e gelidi. Gli occhi vitrei di un assassino che si prepara a colpire. La porta del locale si aprì ed un uomo fece il suo ingresso in mezzo alla festa. Nessuno si voltò, nessuno parve accorgersi del nuovo arrivato ma qualcosa sfrigolò nel cervello di Philip. Un qualche istinto animale di conservazione che lo costrinse a girare la testa. Philip aveva sentito come la carezza di uno sguardo denso sulla nuca. L’ospite era fermo in piedi. Poteva sembrare un mendicante o forse un qualche tipo di frate. Si appoggiava ad uno spesso e contorto bastone scuro che sembrava, anzi era un ramo d’abete raccolto nel bosco. Indossava una tonaca di grezzo tessuto marrone sbiadito fino a sembrare grigio. Dal fondo spuntavano i piedi nudi calzati in sandali di cuoio sgualciti e la testa era coperta da un ampio cappuccio che lasciava costantemente il viso in ombra. Solo la parvenza di una barba argentea si intravedeva nell’oscurità  imperscrutabile. Philip ebbe una sussulto e senti stringersi forte la bocca dello stomaco. Paura? Non era possibile, lui non provava mai paura. L’idea che gli occhi del monaco fossero fissi su di lui era una certezza negata dalle tenebre del cappuccio. Uno sguardo forte. Come se la mano grinzosa del vecchio piano gli stesse stringendo il collo…sempre di più.  Il rumore degli schiamazzi e della musica arrivava ovattato. Il sorriso si spense sul suo viso. Philip non riusciva a muoversi, bloccato inerme dal magnetismo di quella figura. Il respiro ormai fioco, quasi fermo. Panico? Non era possibile. Lui non provava mai panico. Poi d’improvviso un vigoroso strattone lo scaraventò fuori da quell’impasse irreale, riscuotendolo. Il chiasso della taverna lo investì nitido in un’esplosione di voci, musica e odori. La cicciona rossa del tavolo affianco lo stava tirando per la spalla invitandolo a ballare. Un cerchio di uomini e donne  si era creato davanti ai suonatori. Voce chitarra e violino spingevano ora più che mai e il sentore di birra e fumo stagnava caldo nell’aria. La cicciona puzzava di sudore e gli sorrideva languida. Philip le posò una mano sulle chiappe flaccide e strinse. La cicciona ubriaca sorrise con un gridolino. Lo tirò ancor più verso di sé e  gli piantò in faccia due enormi tette molli e sproporzionate. I due si persero nel ballo. Nel trambusto Philip cercò la figura del monaco all’ingresso ma era sparita. Forse non era mai esistita.   Mentre ballava con la balena ubriaca Philip guardò nuovamente la zingara e il chitarrista. La cicciona cercava di strusciarsi in ogni modo. Contro la sua coscia flaccida sentì la consistenza del coltello che aderiva alla gamba. Philip guardò la zingara e il chitarrista e i suoi occhi di ghiaccio brillarono di nuovo.

Appostato nel buio dentro al recinto dei cavalli Philip aspettava. Il coltello lampeggiava alla fioca luce della lanterna . Faceva scorrere delicatamente il filo contro uno dei grossi legni dello steccato. L’acciaio di quella lama era di una qualità superiore. Leggera ed allo stesso tempo spessa e inflessibile. Era un coltello non più lungo di un palmo ma era affilato come un rasoio. Una lunga e profonda incisione rimaneva solcata nel legno ad ogni passaggio del metallo. Philip guardava la porta della taverna. Era ormai notte tarda e anche gli ultimi ubriachi erano stati cacciati dal locale. Loro sarebbero usciti per ultimi. Insieme al padrone, pensò. Zing! Zing! Ad ogni vibrazione d’acciaio i cavalli nitrivano scalpitando nervosi alle sue spalle. Inquietati da quel suono e dalla sua malvagia presenza. Il cielo nero rombava distante. Immense nuvole plumbee ristagnavano da qualche giorno ormai. Ogni tanto scatenavano un inferno di acqua e fulmini per poi tornare cupe a scrutare dall’alto la terra. Sembrava che non sarebbero più andate via. Ma a Philip questo andava bene perché quella notte non il più piccolo bagliore di luce filtrava attraverso la coltre. Il buio era totale. Immerso nella pece era solo sfiorato dall’idea di fiamma che illuminava l’ingresso della taverna bruciando appesa in una vecchia lampada ad olio . Anche se avessero scrutato con insistenza il punto esatto in cui si trovava, non sarebbero riusciti a scorgerlo. Uscendo dal locale illuminato i loro occhi sarebbero stati come ciechi e lui avrebbe agito. Libero, rapido e protetto dalla densità oscura ormai parte di lui. Filtrata lenta nel suo corpo attraverso i pori. Attraveso l’iride. Quella notte Philip il biondo impersonava le tenebre. Un tuono e un lampo squarciarono l’aria e la terra tremò. I cavalli si agitarono convulsamente nitrendo e scalciando. Philip si girò di scatto e sferrò uno schiaffo potente sul muso dell’animale più vicino. Maledette bestie! Forse avrebbe potuto iniziare la serata con un lavoretto di lama su di uno di quei corpi pelosi. Così, giusto per ingannare l’attesa. Biglie d’acqua rade e pesanti iniziarono colpire le colline. Presto la polvere sarebbe diventata fango. Philip udì il cigolio della porta che si apriva. Ci siamo pensò. Un brivido di adrenalina percorse il suo corpo. Si acquattò fino quasi a sdraiarsi sotto l’ultima asse del recinto e strinse forte l’impugnatura consunta del suo strumento di morte.

Dal locale uscirono il padrone e la moglie, il cantante dai denti gialli e poi lei, la zingara. La provocazione della sua bellezza era uno schiaffo di sfida. I lunghi capelli neri, quel corpo magro e sensuale sotto i vestiti malconci. Uno sguardo profondo, più scuro del buio che opprimeva ogni cosa. Philip trattenne il respiro. Dalla porta uscì anche lui, il ragazzo, stringendo la chitarra e il violino di lei. La grassa risata dell’oste scoppiò più fragorosa dei tuoni che arrivavano da lontano.

“Chiquita! Chiquita, chiudi sta vacca di taverna che io e il mio amico zingaro ci andiamo a sbronzare!” gridò alla moglie. Mentre questa girava il chiavistello, l’oste tirò una vigorosa manata sulla schiena del cantante. “Vecchio mio!... ora ti fassio assaggiare una bottiglia di whiscky che non hai mai provato in vita tua” sbiascicò tra i fumi dell’alcol. “ Settantacinque anni nel legno di rofere…il più aromatico che ci sià! Il più aromatico!”  Lo sdentato sorrideva e annuiva mostrando i suoi moncherini ocra. “Chiquita sbrigati prima che sta sporca…prima che sta porca di pioggia ci porti via tutti quanti…gente venite con noi!” disse rivolto alla zingara e al ragazzo. Bastò uno sguardo d’intesa tra i due. “Grazie oste” disse la voce suadente della zingara “ma ho bisogno di riposare…credo che andrò a sdraiarmi nel mio carro. Questo nobiluomo mi accompagnerà per la via… e poi, credo, si ritirerà..” Strinse appena la palpebra sinistra in un segnale inconfondibile. L’oste scoppiò in un’altra assordante risata. “Coome vuole lei signorina!” gridò ammiccando. “vieni vecchio mio…Chiquità muoviti che spio…muoviti che piove!” “Non fare tardi papà!” gridò la zingara allo sdentato mentre i tre già si avviavano verso la strada. Rimasti soli, sotto la fioca luce della lampada,  senza dire una parola i due ragazzi si baciarono.  Tenerezza e passione. Labbra perse nelle labbra. Dita contro le pelli di due corpi che si scoprono. In un abbraccio stretto, il profumo dei suoi capelli. La forza delle sue mani. Groviglio di carne calda pulsante di sangue, saliva, liquidi umani. Cercandosi, toccandosi, fondendosi in una sola essenza, tra reazioni chimiche e catalizzatori. Esseri legati in un unico assurdo nodo antropomorfo. Gli amanti. Nonostante la pioggia. Nonostante il buio. Il ragazzo lasciò cadere gli strumenti sul patio di legno e strinse forte la zingara.

A quel punto Philip scattò. Decise che aveva visto troppo. Insensibile, gelido, sorrise e scattò. Ora vi ammazzo come cani. Si mosse rapido nell’oscurità. Fulmineo e silenzioso in un solo movimento si alzo e balzò in avanti col braccio e il coltello protesi verso i due amanti. L’attimo nella sua mente visionò la punta d’acciaio che penetrava nella nuca di lei e nel collo di lui inchiodandoli assieme alla porta senza che avessero il tempo di emettere un grido. Dopo, lordandosi del loro sangue li avrebbe guardati morire. Ma non andò così. Una frazione di secondo dopo che il suo corpo era scattato un lampo illuminò il cielo e un cavallo nitrì. Il garzone perso nel bacio aprì gli occhi e percepì che qualcosa li stava per colpire. D’istinto si buttò di lato sul patio trascinando con sé la ragazza senza che neanche le due bocche si staccassero. Il garzone vide distintamente la lama sfiorargli la guancia brillando alla luce del lampo, sentì lo squarcio che si apriva nella carne tenera  in un graffio doloroso. Mancato il colpo Philip incespicò sui due corpi buttati di lato. Con la testa scontrò la lampada ad olio che cadde spegnendosi sul terreno ormai fangoso sferzato dalla pioggia. Cazzo! Pensò. Il coltello si piantò secco nel legno della porta e con stupore Philip sentì la vibrazione del fendente risalirgli fino alla spalla. Non ci poteva credere. Aveva mancato il colpo! La Zingara gridò forte. Nella caduta i due crani avevano cozzato forte, denti e lingue si erano morsicati come se i due stessero cercando di divorarsi a vicenda e piacere del sesso aveva lasciato il posto ad un orrifico sapore di sangue e saliva.  Canini spezzati tra le gengive nel contraccolpo. Orrore. Istinto. Quello del garzone funzionò. Spinse via la zingara gridando “Corrì!” Si rialzò e sferro un calcio alla cieca verso l’aggressore.  Philip confuso stava ancora scivolando con i piedi infangati e il viso schiacciato attaccato alla porta. Non era ancora riuscito a lasciare l’impugnatura dell’arma bloccata nel legno. Il calcio lo colse completamente impreparato. Sentì la bocca dello stomaco accartocciarsi negandogli il respiro. Emettendo un rantolo si piegò in ginocchio per il dolore. Il giovane dai capelli scuri  si era buttato in strada dietro alla zingara.  Ma il dolore atroce di Philip durò solo un secondo. In un lampo fu di nuovo in piedi e con uno strattone vigoroso estrasse il coltello dall’asse di quercia della porta della locanda. Ogni muscolo gli vibrava d’odio e i suoi occhi malvagi dardeggiavano nel buio.  Grugnì vigorosamente di rabbia. Non poteva far riconoscere la propria voce. Aveva mancato il colpo! Bastardi! Vi ammazzo!Non mi scapperete. Siete morti! Siete morti tutti e due!  Philip era più forte. Philip era più veloce, era  più atletico. I suoi occhi vedevano perfettamente anche nel buio più assoluto. Ma soprattutto Philip era capace di uccidere. Non ci sarebbe stata lotta. Non avevano scampo.

Philip si girò per lanciarsi all’inseguimento ma di colpo il panico lo attanagliò. Restò fermo come un blocco di pietra nello slancio. Il cuore palpitò di un battito sfasato e quasi dal torace non gli sfuggì lo stridulio di un grido. Iniziò ad arretrare con le gambe tremanti finchè le spalle non toccarono  la parete esterna della locanda. Non è possibile. Pensò. Non era possibile ma lui lo vedeva. Fermo nel buio appoggiato al suo bastone. Esattamente nel punto dove lui poco prima si era acquattato per tendere l’agguato. Lo scrutava nero e immobile dalle tenebre del recinto. Sferzato dalla pioggia, immobile come il moncone di una grossa quercia bruciata dal fulmine. Volto imperscrutabile sotto l’oscurità del cappuccio. Il monaco avanzò deciso verso Philip. Questi non riusciva a distogliere lo sguardo, non riusciva più a muoversi. Ad ogni passo del vecchio l’orrore cresceva sempre più incontrollato. Avrebbe voluto fuggire, avrebbe voluto gridare ma non riusciva e non capiva neanche quella sensazione. Lui non provava mai paura, mai! Specie per un inutile vecchio frate o mendicante che fosse. Eppure si era fatto statua di sale e non era più in grado di muoversi. Presto il monaco lo avrebbe ucciso.
Un lampo imbiancò il cielo e il biondo ne fu accecato. Philip chiuse gli occhi e li riaprì.

Li riaprì. Cercò il vecchio ma non lo vide. Solo tenebre e pioggia incessante. Quanto tempo era passato? Un secondo. Dieci minuti. Tre ore.  Non riusciva a capire. Più di quello che gli era parso.  Il vecchio non c’era più. Soffocato dallo scrosciare dell’acqua in lontananza gli parve di percepire delle grida. I giovani erano arrivati alla casa dell’oste. Presto sarebbero tornati con le torce e i forconi. Sarebbero arrivati in molti. Anche con i fucili. Si guardò intorno per vedere se l’uomo non si fosse nascosto da qualche parte ma non c’era nessuno. Altre grida lontane ma non così tanto. Era il momento di andare. Vagliò le possibilità che aveva e in un attimo prese una decisione. Entrò nel recinto, salì su un cavallo a caso e si lanciò al galoppo nel buio sui prati. Verso la tenuta. Lì di sicuro non sarebbero venuti a cercare. La pioggia avrebbe cancellato le impronte. Cavalcando a pelo si lasciava sferzare il viso dall’acqua. Ma l’immagine del vecchio restava fissa e inquietante nei suoi occhi. Subito prima di quella della zingara e degli amanti. Tastò la lama gelida nella tasca dei pantaloni. Non sarebbe finita così. Quella pioggia splendida sulle colline. Sembrava davvero non dover smettere mai.

30/05/12

Newsmaking decimo e nono


Dedicato a due amici e compagni
Picci batté l’ultimo tasto della parola conclusiva dell’articolo e si girò per guardarsi intorno. Il giornalista seduto alla scrivania dietro di lui abbassò subito lo sguardo fingendo di essere impegnato nello studio di qualche dato importante sui suoi fogli. Picci ne dedusse che il giornalista lo stava osservando sospettoso.  Non era normale che uno dei fonici di radio 119 (la radio legata al quotidiano) si mettesse seduto a battere un testo ad uno dei computer della redazione del giornale cartaceo ed effettivamente Picci non l’aveva mai fatto prima. Questa volta però aveva deciso di mettere in gioco il tutto per tutto.  Era stufo di leggere minchiate e falsità diffuse da quel giornale del cazzo in tutta la città e la regione.  In particolare non poteva tollerare che si scrivessero stronzate sulla pelle di quella persona in quel particolare momento. Dopo aver dato una rilettura veloce al testo tirò fuori dalla tasca una chiavetta e la infilò nel computer. Il giornalista continuava a sbirciarlo con un occhio solo cercando di non far notare la sua sorveglianza. Quel posto era pieno di spie e Picci era da tempo virtualmente schedato come un sovversivo che prima o poi avrebbe potuto creare problemi. Non ne era certo ma sospettava che spesso i giornalisti e i suoi colleghi andassero in segreto a riferire su di lui al direttore. Estrasse la chiavetta su cui aveva caricato l’articolo e piano, come se i suoi gesti fossero spensierati e casuali si alzò per dirigersi verso il terminale di stampa.  Una fredda goccia di sudore gli imperlava la fronte. Era tardi e la redazione era quasi vuota. I computer erano in stand-by e le luci erano spente sulla maggior parte delle scrivanie del vasto salone. A breve il giornale sarebbe andato in stampa e qualunque cosa fosse stata spedita dal terminale in quel momento sarebbe stata impaginata automaticamente e passata direttamente alle rotative. Non ci sarebbe stato il tempo di bloccarne la diffusione. Mentre si avvicinava al terminale  vide con la coda dell’occhio che il giornalista ormai lo  fissava apertamente  e che ora aveva alzato la cornetta del telefono e stava componendo un numero. Il giornalista aveva capito e Picci doveva sbrigarsi. In quei giorni aveva cercato di protestare contro la serie di puttanate diffuse dal giornale ma non era stato neanche lontanamente preso in considerazione ed anzi il direttore l’aveva velatamente minacciato di licenziamento se non fosse rimasto al suo posto. Ma ora basta, era ora di finirla e di dire la verità.  Infilò la chiavetta e caricò l’articolo sul terminale. In basso sulla sinistra dello schermo un count-down a cifre rosse segnava il tempo ultimo entro il quale era possibile spedire qualcosa prima che le rotative iniziassero a stampare. Segnava un minuto e zero due alla stampa. Il giornalista chiuse il telefono ed iniziò ad alzarsi. Nel corridoio adiacente al salone Picci udì  aprirsi cigolando la porta vetri del direttore. L’articolo finì di caricarsi e apparve una finestra. Vuoi sostituire l’articolo esistente? . Dal corridoio proveniva il suono di passi affrettati, le scarpe di pelle dura del direttore battevano sinistre contro il marmo del pavimento. Una serie di finestre si aprirono in successione sullo schermo. Il giornalista intanto si stava avviando verso di lui chiamandolo per nome “Ehi Cristiano! Ti devo parlare..”. Lo ignorò. Vuoi sostituire la firma all’articolo in stampa?” No.  Vuoi sostituire la foto?Sì.  Picci caricò la foto che aveva sulla pennetta. “Vuoi impaginare  allo stesso modo? Sì.  Caricamento.  Le cifre rosse segnavano ora 50 secondi. Il direttore con la sua figura tozza spuntò dal corridoio e quasi si mise a correre.  “Cristiano fermati ti devo parlare…”  diceva il giornalista anche lui ora quasi correndo. Vuoi inviare l’articolo.  . “Sei sicuro?  Si, cazzo!  40 secondi rossi.  Articolo pronto ad essere inviato. Per dare ultima conferma premere” Invio”.  Picci alzò il braccio e il suo dito indice stava quasi per premere il tasto quando si sentì afferrare vigorosamente il polso. Il suo polpastrello rimase bloccato sfiorando appena la scritta nera “Invio”. Picci alzò lo sguardo e gli occhi glaciali del direttore lo stavano fissando con odio. A meno di cinque centimetri  dal suo viso le labbra fetide del direttore dissero minacciose: “Ulivi cosa pensa di fare?”. Da sotto quei baffi grigi il suo alito puzzava di uova marce. Nel frattempo il giornalista li aveva raggiunti e stava ritto a braccia conserte in piedi dietro la sua sedia.  30 secondi. Picci si alzò allargando un finto sorriso. La stretta dell’omino tozzo era d’acciaio. “Ma no direttore -disse sempre sorridendo- cosa pensa! La Farlero mi ha chiesto di correggere il suo articolo sulla puzza-di-piedi-degli-adolescenti-in-città e lo stavo mandando adesso…”  Un lampo di esitazione passò nelle iridi scure del direttore. La puzza di piedi degli adolescenti in città era il pezzo forte dell’edizione del giorno dopo. La Farlero si era guadagnata la prima pagina con tanto di fotografie a colori. Tutto doveva essere perfetto in quel servizio perché, come il direttore stesso era  solito ripetere:  “Il nostro è un grande giornale!”  25 secondi. Quell’esitazione era l’effetto che Picci aveva cercato. Sentì la stretta  al polso allentarsi lievemente. Il giornalista dietro di lui stava per ribattere che era assurdo che Ulivi non si occupava mai di quelle cose ma Picci non gli lasciò il tempo di aprir bocca. Con il braccio libero sferrò un pugno alla tempia del direttore. La forza dell’impatto fu tale che questi rotolò su una scrivania e portandosi dietro lo schermo di un computer cadde dall’altra parte in una nuvola di fogli. 15 secondi. Picci si girò verso il giornalista che era rimasto sbigottito, immobile con la bocca aperta ed un dito alzato come se stesse ancora per parlare. Come un toro, Cristiano lo caricò con una testata allo stomaco.  Nello slancio i due percorsero un paio di metri e poi sfondarono la parete di vetro che, nel salone, separava l’ufficio dedicato alla cronaca nera. La lastra esplose in milioni di fragorosi frammenti.  Insanguinato Picci si alzò dal corpo incosciente del giornalista in camicia bianca e corse verso il terminale di stampa. “ Mancano dieci secondi alla stampa del giornale!”  diceva una voce metallica femminile proveniente dall’apparecchio.  9, 8 ,..  Puntò il dito verso la tastiera ma in quel momento sentì una fitta atroce al polpaccio destro. Da terra, semisvenuto, il direttore aveva trovato la forza di piantargli una matita nella gamba.  Picci cadde e gridò in un gemito di sofferenza. 7, 6..  In uno zampillio di sangue estrasse la matita dalla carne del muscolo.  Il direttore cercò di afferrarlo per il risvolto dei pantaloni.  Picci si divincolò e gli sferrò un calcio sul naso sentendolo frantumarsi sotto la suola della scarpa. Che soddisfazione … 5, 4.. Con uno sforzo sovraumano si issò sul bordo della scrivania ma la mano sporca di sangue scivolò sullo spigolo  3,2.. Prima di cadere Picci sferrò una manata casuale sulla tastiera.  1, 0 : “Il giornale è andato in stampa”  disse la voce metallica del terminale.  Sdraiato in terra esausto  Picci non riusciva più ad alzarsi. Il sangue usciva a fiotti dalla sua gamba ed una pozza scura si stava allargando sul pavimento. Sentì le forze svanire e piano i suoi occhi si chiusero nel buio più assoluto.  Sullo schermo sopra di lui una finestra lampeggiava ad intermittenza.

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(questo è un racconto di fantasia, ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale)


29/05/12

Sale sulla lingua

Ancora pioggia. Ancora grigio su questo mondo che avanza. Sirene in lontananza tra le luci notturne di Los Angeles, la città dove puoi perdere tutti i tuoi sogni. Sirene lontane tra le mura di Genova, città dove le speranze si perdono nel rombo del mare invernale. Suono di immensi oceani contro immobili frangiflutti. Mentre al porto, incessantemente si lavora. Oltre le sponde finali della terra soltanto il buio, la schiuma, la pioggia. Batte forte sui vetri sporchi. Scava l’asfalto trasformandolo in liquame nero oleastro. Il sapore del sale tra le tue labbra. Quel sapore che viene da dentro, da anfratti sconosciuti del corpo, rimasti chiusi da troppo tempo tra arrugginite serrature cigolanti. Il malessere scuro del mare, l’uomo perso sulla zattera dell’esistenza. In balia. Quella sensazione che monta dentro. Risale lenta e incontenibile. Provando ogni muscolo liscio del corpo. Si fa spazio tra le lamiere contratte del nostro fisico attorcigliandole una ad una come avesse un piede di porco.  Resistere serve solo a sfiancarsi. Essere fragili non è una colpa. E’ un segno dell’essere umani. Veri umani. E quando quella prima lacrima sgorga e cola giù dolce lungo la guancia è il nostro essere che ci parla. Gocce salate determinano il nostro viso, scavano solchi sulla nostra pelle preannunciano le rughe della vecchiaia. Acqua densa sui tratti si assorbe lucida tra i pori. Accarezza la cute sferzata dall’arsura, dal sole, dal freddo, dal caldo, dalle intemperie. La sfiora in un gesto d’affetto, quasi  una carezza, donandole sollievo. Ma quando è il tuo viso che piange è come se il mondo diventasse più buio. Il buio di un mare d’inverno in tempesta. Il buio di mille città formicaio perse nel nulla. Il buio che vive e respira aspettandoci placido alla fine di tutto. Ancora pioggia su questo mondo. E qualche lacrima in più che scivola tra le labbra sensuali di una donna. In quella goccia il sapore intenso di un’esistenza. Passata. Futura. In quel sapore ci si può sentire sperduti. Soli nel mondo a condividere una lacrima in un gesto profondo tra le labbra. La sensazione del mare oscuro si placa restando lontana. Immagine di un tempo che può ancora aspettare. E dopo resta il calore, il sonno, la luce che penetra nella stanza al mattino. Tocca un viso asciutto. Vivo.
           Forte della sua fragilità.

La bambina

La Bambina si girò a guardarlo andare via. Gli occhi si incrociarono, iride contro iride la luce penetrò sottile  negli abissi della loro percezione  e quell’istante, quel suo sguardo gli rimasero impressi per sempre nella mente. Un’immagine, una fotografia in bianco e nero. Indelebile.  Ricordava la strada scura e bagnata. Pioggia salmastra dell’alba di Genova  rivoli invisibili tra i lastroni di pietra. Pioggia nelle intercapedini del suolo tra le crepe della città, a corrodere a lavare lo sporco inquinato di anni passati. A farsi melma,  densa, patina secca e nera su cui appoggiare le scarpe e camminare. Bianco e nero. L’odore di umido penetrante dai muri. La voce di quei bambini che correvano. La luce abbagliante bianca in fondo alla strada. Come un altro mondo fuori dall’oscurità di quei vicoli dove palazzi alti come titani proiettano ombre eterne sui visi,  nei negozi, dalle finestre aperte nelle case nei portoni, tra gli sguardi. Il suo sguardo. Luce bianca in fondo. La splendida miseria del vivere. Sotto l’arco, in fondo, là dove c’è il mare. Il mare. Ricordava tutto. La fredda griglia di ferro su cui fece scorrere la mano mentre non riusciva più a voltarsi da quell’ultimo infinito istantaneo sguardo. Metallo ardesia gelido scivolava lento sotto le dita. Ricordava tutto. Il velo sui capelli della donna, gli occhiali della signora in bianco, sagome indistinte immobili si muovevano lungo la via. Sfuocate sempre più ai margini, verso il centro nitido. Nitido perché il centro era Lei. Girata a non lasciarlo andare. La  spirale del suo corpo creava una rotazione opposta nell’aria.  Lei.  Più piccola di tutto ciò che le stava intorno. Infinitamente più grande in quell’immagine fissa nella mente. Un viso stupito pieno ancora di cose da conoscere e scoprire. Uno sguardo profondo di chi accoglie tutto ciò che vede dentro di sé. Un istante, un attimo, un frammento in bianco e nero prima di lasciarla per sempre. “Tornerò” e laggiù, in fondo, candido e invisibile il mare. Il mare blu profondo e assassino. Su quella barca non si vedeva altro che mare. Piatto, calmo, placido e assassino. Lo sciabordio lievissimo contro i bordi marci di legno della chiglia. Si ondeggiava impercettibilmente e infinitamente. In piedi, senza potersi sedere. E il silenzio. Dopo ore nessuno più parlava sotto quel sole. I corpi luridi e segnati accalcati uno accanto all’altro senza la possibilità di liberarsi del calore umano. Qualcuno aveva vomitato. Una chiazza rosacea presto disciolta nella deriva più assoluta. Qualcuno doveva defecare ma non voleva rischiare il mare. Nessuno voleva toccare il mare. Il sole. Il mare. Tutti ora guardavano fisso nel blu persi dentro sé stessi. Scene di isteria c’erano già state, grida pugni lacrime odio e affetto erano già passati. Così come la speranza  dell’orizzonte. Sempre vuoto, abbagliante. Gli occhi si erano bruciati dei riflessi dell’acqua per scrutarlo. Navi allucinogene lontanissime avevano lasciato la disillusione di masse nuvolose, come una coltellata dentro al cuore. Gioia e sollievo troncate da una lunga attesa non ripagata. Ormai tutto questo si era ripetuto per ore e ore per giorni e giorni. Ed ora non restava più nulla. Il primo corpo morto o forse svenuto era stato regalato alle acque maledette. Immobili, mosse soltanto dal vento in un lieve sciabordio. Acque che non si potevano bere nonostante la sete. Tutti erano rimasti a guardarlo sparire lentissimamente quel corpo. Il primo tributo al dio del mare e all’ingiustizia degli uomini. Più nulla dopo. Solo il suono placido del mare. Solo il colore avvolgente del mare.  Iride contro iride. La deriva. I suoi occhi silenziosi fissi nel blu. Ricordava tutto. Bianco e nero. Un’immagine, una fotografia indelebile.. La  bambina si girò a guardarlo andare via. “Tornerò” disse al mare candido di luce. Tornerò.


La Nuvola


La ragazza attraversò il deserto. La tunica chiara copriva ogni parte del suo corpo magro e sinuoso. Solo gli occhi profondi sotto le sopracciglia scure squarciavano il candore del lino che avvolgeva la sua figura. Il vento risuonava lontano e forte nel silenzio del suo camminare. La sabbia era calda al contatto con la pelle nuda. Sotto quel cielo cosi azzurro da sembrare bianco, sotto quel sole rovente avanzava tranquilla e sicura. Fantasma bellissimo e misterioso nel nulla assoluto. La donna sembrava tagliare come una scarica elettrica l’aria secca e riarsa di quel posto senza vita. Qualcosa intorno a lei vibrava di energia elettrostatica. Quando arrivò al villaggio tutto era immobile. La desolazione era entrata nei cuori e nei muscoli degli abitanti. Da mesi non si vedeva più una goccia d’acqua. Non bastava più spremere i cactus e le rare erbacce della zona per ottenerne un liquido denso, scuro, amaro. In quella ventina di case di terra e legno il sole aveva iniziato a corrodere le pelli e le anime. Piano gli uomini si erano rassegnati ad aspettare la morte inevitabile. Il silenzio più totale era rotto solo dal soffiare incessante del vento, dallo stridulo cigolio di una porta che ogni tanto sbatteva, dal pianto a dirotto di un neonato. Lasciato solo nella culla da una madre senza più forze né udito per sentirlo gemere di sete e di dolore. Nella piazza centrale un vecchio era accasciato sul suo bastone nella polvere. La barba e i capelli ispidi incrostati di sabbia. La faccia sulla terra dura. Il corpo proteso verso la fontana di pietra secca come il sesso di una vecchia morta vergine.
La ragazza si fermò all’ingresso del villaggio e qualcosa in quel momento cambiò. Fu come se ogni molecola iniziasse a vibrare attirata dal magnetismo del suo sguardo. Ogni cosa vivente ne percepiva la presenza. Lasciò cadere il cappuccio che le avvolgeva la testa scoprendo un viso di una bellezza impensabile. I lunghi capelli neri erano perfetti, come se fosse appena emersa da un lago di acqua di rose. Il bambino smise di piangere e il vento sembrò calmarsi lasciando morire anche il cigolio della porta. L’aria si muoveva piano concentrandosi attirata verso di lei. Le assi di legno iniziarono a scricchiolare tese come se dovessero rompersi da un momento all’altro. Poi la ragazza iniziò ad avanzare verso il centro del paese, verso la piazza. Ad ogni suo passo il mondo immobile si protendeva sempre di più a seguirla. Ad ogni suo passo la carica elettrostatica dell’atmosfera si faceva più forte e percepibile e la luce si faceva più scura. Il vecchio sdraiato fu svegliato da un brivido freddo lungo la spina dorsale. Quasi senza che lo volesse, i muscoli del collo gli fecero con sforzo voltare la testa e l’uomo si ritrovò a guardare quei piedi nudi delicati e scolpiti a meno di un metro dai suoi occhi vacui. Un odore potente di acqua di mare lo penetrò dal naso inondandogli la bocca e facendolo sussultare appena. La ragazza poggiò la mano destra sul bordo della fontana di pietra e alzò lo sguardo al cielo. Nuvole tetre turbinavano in alto senza sosta, a perdita d’occhio. Il loro colore passava dal piombo all’ardesia e del sole non vi era più traccia. Tutto era ammantato di una luce bluastra, l’ultimo respiro del crepuscolo estivo, un attimo prima del pervenire del buio. L’aria vibrava forte, le cose e le case tremavano e scricchiolavano, il bambino nella culla piangeva di nuovo forte, ora per la paura. Un ronzio magnetico si udiva d’intorno sempre più forte sempre più intenso. Il vecchio sdraiato era sicuro che sarebbe morto. Il suo cuore prima quasi spento batteva ora all’impazzata. Avrebbe voluto alzarsi e scappare via nel buio, ma come un peso fortissimo lo teneva schiacciato al terreno. Il vecchio sollevò lo sguardo e vide la ninfa dell’acqua alzare  di scatto il braccio sinistro col palmo rivolto verso il cielo. Fu un istante. La veste della donna si strappò via da sé turbinando nell’aria. Nulla si vide del suo corpo da dea perché una tromba d’aria grigia e fumosa iniziò a vorticare immediata attorno alla sua figura lasciando scoperto solo il viso, i neri capelli dai riflessi blu ed il braccio proteso. Fu un istante ed un fulmine avvampò dal palmo della ninfa verso il cielo grigio di piombo. Fu un istante ma il vecchio la vide. Disegnata sul palmo di quella donna dalla bellezza inimmaginabile. Una nuvoletta di pioggia. Dipinta come a mano, a pennello, di un bellissimo azzurro intenso. Il vecchio la vide. Poi fu il silenzio. La ragazza abbasso il braccio sinistro con la sua nuvola. Chiuse gli occhi e chinò la testa. Dopo il rombo del fulmine. Il silenzio.  Il mulinello di vento si placò. La veste bianca ricadde da sola sul corpo avvolgendolo teneramente.  Nulla sembrava successo. Nulla di strano e magnetico si percepiva più. Tutto era come sospeso nel tempo. La ninfa riaprì gli occhi e si incammino verso la via da cui era arrivata. Uno, due, tre passi poi incominciò a piovere. Il vecchio sentì la prima goccia sulla sua guancia. Poi un’altra e un’altra ancora. Sentì il ticchettio dell’acqua sui tetti di legno, sentì l’odore di umido espandersi nell’aria. Il suono della vita, di una vita che poteva ritornare a sgorgare rigogliosa. Pioveva, pioveva sempre più intensamente e i suoi capelli si fecero fradici ed un sorriso si allargò sulla sua bocca sdentata ed una felicità come mai aveva sentito prima gli si insinuò dallo stomaco calda di tepore in tutto il petto. Il vecchio ora rideva. E si inginocchiò toccando con i palmi la terra bagnata. Le porte delle case si aprirono e le persone uscirono a godere della pioggia a godere della vita. La madre col bambino in braccio danzava sotto l’acqua scrosciante e il neonato non piangeva più, neanche per i tuoni rombanti nel cielo. Il vecchio euforico si mise in piedi senza bisogno del bastone e guardò verso l’ingresso del paese, verso quell’infame deserto che ogni giorno quasi li uccideva. La parvenza di un’ombra bianca spariva tra le gocce. La ninfa della pioggia andava via. Sul suo palmo sinistro una nuvola dipinta d’azzurro.

24/11/11

Altra Vita

C’è un posto dove la terra assume il significato di una vita altra. Diversa ma possibile. Una scelta. Forse migliore, forse più dura. In questa vita domina il silenzio. L’odore costante del freddo e della legna che brucia. Il profumo dell’erba e del fieno. La melma fangosa dello sterco di mucca e il grugnire dei maiali. La luce scandisce davvero le ore dalla veglia al sonno profondo e nella notte il buio è solo un abisso di nero. Se le stelle si lasciano guardare ti entrano dentro dagli occhi e dalla gola, a miliardi, così tante. Altrimenti è solo il suono placido del vento o del bosco tra l’oscurità dei rami o la nebbia. In questo posto il lavoro è la vita. Lavoro vero, lavoro umano.
Aprire la terra a colpi di zappa per vederne nascere i frutti. Raccogliere i dono del bosco e degli alberi. Nutrire ed allevare le bestie che ti daranno la carne. Il coraggio di far nascere e veder crescere l’animale che ti nutrirà. Il coraggio di ucciderlo con le tue mani. Senza esaltazione. Senza crudeltà. Con un rispetto antico, il coraggio di un gesto la cui umanità si perde nella notte dei tempi. Nessuno più oggi mangia ciò a cui ha dedicato del tempo, dell’affetto, con cui si è sporcato le mani e i vestiti di terra o di sangue. Oggi le cose ci sono da sé, nei supermercati e la carne non è animale vivo di sguardi, respiri, calore ed abitudini. La carne è solo bistecca già pronta mai vista muoversi da muscolo, mai accarezzata dolcemente sul muso. Dova ti restituisce la dimensione dell’uomo. Il rispetto per una vita che non ha altre ambizioni se non quella di essere vita. Poco al di sotto del cielo. Poco al di sopra della terra. Puoi perdere il tuo sguardo in un mare di nebbia. Un’altra vita. Potresti quasi fermarti, forse ritrovare te stesso. Potresti quasi fermarti qui a Dova dove tutto ti sembra vero e sensato. Intensa percezione dell’essere umano.

19/11/11

Il sapore del comunismo

“Il nostro avversario è questo capitalismo totalizzante e incivile! La nostra parola è di nuovo la parola della Liberazione! Grazie compagni!” E mentre il termine compagni gridato con rabbia e con amore restava sospeso nell’aria umida di quella giornata romana, Fausto alzò la testa dal microfono verso la piazza gremita. Quello era il momento più bello. Il segretario aveva concluso il suo discorso. Il silenzio metallico di chi anche sotto la pioggia aveva ascoltato ogni parola immobile e concentrato, si rompeva d’improvviso. Neanche il tempo di battere le mani e con la tromba iniziale “Bandiera Rossa” invadeva la piazza. Irruente sparata al massimo volume dall’impianto stereo del palco. E poi partva l’ovazione, un’ovazione pura sincera forte e di cuore che si mischiava alle parole della canzone
“Avanti o popolo, alla riscossa..” cantava il coro e tutti applaudivano e le bandiere rosse sventolavano tutte. Migliaia. E Fausto stringeva mani ed abbracciava gli altri dirigenti e invitati sul palco. E a quel punto Pedro, il comunista più vecchio di Genova distribuiva bicchieri di plastica e stappava la bottiglia di Rosso-Stalin versando il vino granata nei nostri gotti e invitandoci a brindare a pugno chiuso, al futuro che per lui eravamo noi “…bandiera rossa bandiera rossa…” migliaia sventolavano con energia tagliando l’aria insieme al nostro brindisi. Cremisi vivo sul grigio piombo del cielo e dell’asfalto. E sventolavano forte. E tutti applaudivano e stringevano il pugno e si abbracciavano e sorridevano e si stringevano mani e si scambiavano commenti. Ognuno fratello, ognuno compagno. “E’ dura ma ce la faremo, guarda quanti siamo compagno, guarda quanti siamo!” “…bandiera rossa trionferà!” E ti guardavi in giro e vedevi solo la felicità di chi si univa nella lotta. E c’erano tutti da tutta Italia. Pacche sulle spalle e complimenti per la riuscita del corteo. E poi da sotto il palco in lontananza partiva il coro. “Soli! Soli! Soli! Soli!” e come acqua versata in un piatto vuoto si espandeva orgoglioso nella piazza “ Soli! Soli! Soli!” ed arrivava a noi che ci univamo col pugno stretto al cielo“Soli! Soli! Soli!” fieri ed orgogliosi davvero per una volta, per una volta almeno. La voce usciva dall’anima come una liberazione “Soli!” E a quel punto Pedro ci regalava il vuoto del Rosso-Stalin e riempiva nuovamente i bicchieri con del Rossissimo-Lenin. E si brindava di nuovo mentre Fausto salutava la piazza. E le bandiere sventolavano forti, senza sentire stanchezza, sempre di più. “ …Dai campi al mare, alle miniere..” A queste elezioni ci andremo soli. Senza accordi con i finti comunisti, con quelli che di sinistra si dicono ma non sono. Ci andremo soli, perché noi siamo i comunisti, perché noi siamo i giusti, perché oggi siamo tantissimi e presto arriverà la rivoluzione. E’ qui dietro l’angolo. E in quella piazza c’erano tutti, gli studenti, gli operai, i giovani, i vecchi e tutti applaudivano e sventolavano. Era una giornata di festa. Il Che ci guardava da mille bandiere e le falci e i martelli si incrociavo sulla pelle e sui corpi. E ci si credeva, ci si credeva davvero. Soli. Rossi, sotto un cielo livido di pioggia che non ci bagnava. Moltitudine comunitaria unita sotto il simbolo di quella bandiera, di quelle bandiere. In bocca il gusto del vino negli occhi il sapore del comunismo. Un comunismo nato nel segno della rifondazione. Un brindisi. Eravamo tanti, eravamo forti, eravamo belli. Belli davvero. Ora so che quei momenti non torneranno più. So che non sarà mai più così. Non ci sarà più il segretario di circolo che alle sei del mattino sul treno appena partito per Roma tira fuori una bottiglia di grappa e inizia a distribuirla ai suoi giovani per farli pronti ad affrontare il lungo viaggio e il corteo. La piazza fraterna e inquadrata si è persa nei primi anni del millennio. Il novecento è finito. Ora è più difficile. Forse anche meno bello. Ma non per questo meno necessario. Ma se potessi scegliere... se mi donassero indietro dieci minuti di politica viva da poter rivivere, sceglierei quelli. Quelli senza tempo che partono dall’ultima frase del discorso di Bertinotti a quella manifestazione nazionale del partito. Il patetico mi fa ridere. Bandiera rossa è l’unica cosa che mi commuove nella vita. Grazie compagni!

14/11/11

Gli angeli non esistono

7 novembre 2011

Dopo la furia del fiume soltanto il Fango. Il fango è uno schifo. Melma viscida che filtra tra i vestiti e impregna i tessuti. Si appiccica al viso e indurisce i capelli. Penetra, si insinua negli ingranaggi dei macchinari da lavoro e li rende inutilizzabili, bagna i circuiti elettrici, si espande come se non avesse forma né dimensione allagando tutte le superfici disponibili. Poi rimane lì a seccare, a corrodere, a farsi terra. Massa devastante che sembra infinita, da mandare via a piccoli colpi di pala. Nella tragedia le ingiustizie appaiono per quello che sono, l’usurpazione della dignità dell’uomo, i piedi nel fango di una città devastata. Eppure, nell’acqua gelida, ai piedi degli alluvionati se ne sono aggiunti migliaia. Piedi amici, piedi fratelli, piedi che tra loro si conoscevano o che tra loro non si erano mai visti. Piedi compagni ricoperti di terra bagnata. E insieme ai piedi sono arrivate le braccia, i secchi, le pale le mani. Decine di migliaia. Non angeli ma uomini e donne. La decisone di mettere in gioco i corpi e il sudore, di fronte ad una società e a delle istituzioni che, dopo essere stati la causa di una tragedia, non sono stati in grado di rispondere all’emergenza. E nei visi, nell’animo di chi spala e si sporca, il brivido di una consapevolezza. La consapevolezza dell’autorganizzazione . Lavoratori, operai, studenti, disoccupati, lavoratori appena licenziati affossano la precarietà delle loro esistenze per mettersi insieme e medicare la ferita pulsante dell’alluvione. Nessuna delega, nessun capo, nessuno stipendio, nessun orario di lavoro. Soltanto una necessità condivisa e l’azione pratica del fare. Negozi, case, cantine sono svuotate a braccia. Le pale affondano, i secchi pieni di fango e pietre sono svuotati, in un tempo brevissimo i posti e le strade sono ripulite. I mezzi per lavorare sono comuni, chi ha qualcosa lo porta e tutti lo usano perché quello che conta è lo scopo. Sporcandoti le mani fianco a fianco con un uomo che non hai mai visto ma che in quel momento è tuo compagno. L’autorganizzazione funziona. Funziona meglio di una società che ha costruito sui fiumi, che non ha guardato al bene comune ma al bene di quei pochi che costruendo si sono arricchiti. L’autorganizzazione è l’antitesi dell’interesse speculativo, base del nostro sistema politico e sociale. Si fanno girare miliardi per imporre mostruosità inutili violentando la natura che ci circonda, violentando il bene comune. Mancavano 300.000 euro per completare la messa in sicurezza del Ferreggiano ma i soldi sono stati spesi in un altro modo. Guerre, armamenti militari, l’esercito e la polizia mandati dallo Stato in Val Susa a difendere il cantiere di una TAV che nessuno tra la popolazione vuole. Il progetto di chilometri di cemento per la Gronda Autostradale genovese. Tutto è diventato un affare: le privatizzazioni di beni comuni quali l’acqua, i trasporti pubblici, la sanità, la scuola e l’università. Questa società, questo sistema non funziona. Lo si vede, lo si sente nella precarietà della vita eletta a pane quotidiano dell’esistenza comune. Situazioni di emergenza e di necessità si presentano ogni giorno nella vita di sempre più persone. Licenziamenti di massa, disoccupazione, mancanza di servizi essenziali. Il sistema capitalistico finanziario, lontano ed astratto, si inventa una crisi e specula creando malessere diffuso nella società. L’autorganizzazione di migliaia di persone ha lavato via il fango dell’alluvione. Ha cambiato il drammatico stato di cose presenti lasciato dalla pioggia e dall’esondazione dei fiumi. L’autorganizzazione funziona ed oggi è una necessità estesa perché il sistema è pieno di fango anche quando non piove. E’ venuto il momento lavarlo via. E’ venuto il momento di sporcarsi le mani. E’ venuto il momento di autorganizzarsi e cambiare lo stato di cose presenti.

Assalti frontali

(Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale)
Val Susa 03/07/2011
Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. Il sole era alto e un vento morbido accarezzava l’erba in un dolce fruscio. Da quel prato sul monte si dominava quasi tutto il fondo valle. Dietro di lui una processione ininterrotta di uomini, donne giovani e vecchi si addentrava in fila indiana nel bosco sottostante. Non si potevano contare. Erano migliaia. Qualcuno in piedi, in attesa come lui, scrutava dal bordo del prato. Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. La montagna. La quiete, il silenzio. L’aria pura, il fruscio dell’erba e delle foglie. Lo scorrere impetuoso del torrente. Il canto sereno di cento tipi di uccelli. La montagna. Oggi non era così. Pietro chiuse gli occhi ed inspirò profondamente. E quello che gli arrivò tagliente al naso fu l’odore acre dei lacrimogeni. Pietro chiuse gli occhi ed ascoltò. E il suono che arrivò alle sue orecchie fu quello di mille voci impazzite, esplosioni, grida continue e schianti. Mentre con una calma quasi religiosa, la processione continuava dietro le sue spalle, verso il bosco, verso il fondo valle. Pietro aprì gli occhi e si girò a guardarli sfilare. Camminavano lenti senza fretta. Nonostante il caldo molti erano i guanti, le felpe, i cappucci. Quasi tutti indossavano scarponcini. Alcuni parlavano piano, pochi ridevano. Le mani andavano a cercare oggetti che più che protezione davano sicurezza. I fazzoletti che sarebbero andati a coprire i volti. Le bottigliette piene di acqua e limone o di soluzione basica da versare su visi irritati. I caschi, le maschere che a poco sarebbero servite. Tutti sapevano cosa li attendeva laggiù, tutti lo immaginavano. Nessuno si fermava. Il passo non era affrettato ma era deciso. Negli occhi di ogni colore brillava quella luce intensa che dall’iride contrastava i bagliori del sole. Una luce che diceva questa volta andiamo avanti. Questa volta siamo pronti. Questa volta ad avere paura sarete voi. Dalle pupille cristalline si irradiava nei capillari di tutto il viso. Scendeva penetrante di adrenalina lungo il collo, le spalle, le braccia. Colava lungo la cassa toracica avvolgendo le gambe e insinuandosi decisa nella pianta e nelle dita dei piedi per poi risalire e filtrare elettrica contemporaneamente nel cuore e nelle mani. Le dita si chiusero a pugno e a quel punto una percezione fu chiara nella mente. Siamo pronti. Quella luce, quella sensazione, quella decisione si chiama lotta.
La montagna. Vette, cieli, silenzi dove l’uomo misura il grado della propria esistenza. Bisogna saper rispettare la montagna, capirne l’essenza di purezza vitale. L’uomo deve piegarsi alla maestosità impervia della roccia che affiora dai boschi e dalla terra. La furia della montagna quando si scatena è incontrollabile. Non si può stuprare la montagna. Scavarla, tagliarla, intossicarla con i gas. La montagna non perdona. Ci sono uomini che non lo capiscono. Mai hanno davvero vissuto lo scorrere della vita in alta quota. L’unico oggetto delle loro menti è il lucro. Annebbiati dal loro stesso cervello di lardo mandano servi armati di scavatrici, picconi, scudi e manganelli a conquistare territori da violentare. E’ sempre successo. E’ già successo anche qui. Pietro girò le spalle alla valle. Al fumo bianco dei lacrimogeni che dolcemente innevava l’erba lontana. Pietro calcò il primo passo in direzione del bosco. Un solo pensiero attraversava la sua mente.
Quel giorno non sarebbe successo. .
.
. Mattia scendeva lungo il sentiero nel bosco. La discesa tra gli alberi durava ormai da almeno un’ora. Aveva perso da tempo i suoi compagni nella folla della valle. Camminava solo, insieme a centinaia di manifestanti verso il fondo, verso quegli spari, quelle grida che arrivavano costanti. Sul sentiero franoso non si poteva che camminare uno davanti all’altro. Più si scendeva più l’odore forte dei lacrimogeni si faceva intenso. Presto gli occhi si fecero rossi e si iniziò ad avvertire una sensazione di pizzicore fastidioso sulla pelle. Eppure, lo sapeva, era ancora lontano. Davanti a lui camminavano due ragazzi. La maschera antigas appesa al collo, il casco che pendeva dallo zaino. Affianco a loro un uomo. Sessant’anni, la stazza robusta da boscaiolo, i baffi di una vita, la camicia a quadri da montanaro e sulla spalla l’asta di plastica con la bandiera bianca del No Tav. Tutti seguivano lo stesso passo, tutti avevano la stessa luce negli occhi. Dietro di loro camminando tre ragazze discutevano sulla presenza sempre più avvertibile dei gas. Sopra le ultime foglie del bosco rombava molesto e vicino l’elicottero. Non poteva penetrare con gli occhi in mezzo ai rami ma contribuiva a spargere i fumi tossici per tutta la vallata. Si stavano avvicinando. Ogni tanto incrociavano gruppetti che risalivano. Facce paonazze, occhi iniettati di sangue. Sputavano e tossivano premendosi limoni sugli occhi e sulla bocca. Eppure, lo sapeva, erano ancora lontani. Il sentiero era franoso. Nello scendere bisognava fare attenzione a non far rotolare giù pietre. Scavalcarono un tronco caduto di traverso sulla via durante chissà quale tempesta. Mentre attendeva che chi gli era davanti passasse oltre, Mattia incrociò gli occhi con un ragazzo che tornava in su. Erano di un azzurro intenso e dal suo volto non traspariva la minima emozione. “Com’è giù?” chiese Mattia “ Ci stiamo dando da fare” fu la risposta “Ma sparano centinaia di lacrimogeni ad altezza d’uomo ed è difficile stare. Proprio ti puntano. “ Tirò su una mano con due dita avvolte in un fazzoletto rosso di sangue. “ Mi hanno preso alla mano. Mi son rotto due dita” le dita scorticate erano gonfie ed ustionate ed alla base dell’indice, tra il rosso cremisi, l’osso era esposto. Doveva provare un male atroce ma il volto e la voce del ragazzo erano totalmente impassibili. “Bastardi! Ti serve aiuto? Se vuoi ho del disinfettante” “ No grazie, vado giù a Torino a farmi medicare che qui non si sa mai … state all’occhio giù!”
PUF, PAF, PUF. Da sotto, da un sotto indefinito al di là degli alberi, continuava ad arrivare il rumore del lancio di lacrimogeni assieme ad un vociare concitato.
SBRANG! “E quest’esplosione che cazzo è?” pensò Mattia immaginandosi chissà quale cannone lancia lacrimogeni. “Questi non sono lacrimogeni, questi siamo noi…” disse uno dei ragazzi davanti, come a leggergli nel pensiero. Un sorriso veloce passò sul suo viso. Si stavano avvicinando. Sempre più incontravano persone che tornavano indietro. Le ombre del bosco coprivano ogni cosa. Ogni tanto, guardando bene, nella luce che filtrava in fondo tra le foglie si intravedeva il blu lontano di qualche casco o di qualche camionetta, ma era impossibile capire cosa stesse succedendo. Arrivarono ad uno slargo. Erano quasi alla base del monte. Oltre gli ultimi rami i rumori erano ora più vicini. Capannelli di manifestanti si preparavano più in basso nel bosco, ai lati del sentiero. In piedi in mezzo allo slargo stava una donna bionda, sulla cinquantina con un grosso zaino ed un walkie-talkie tra le mani. Era una donna del luogo e quello era una specie di check-point. “Senza maschera, ragazzi, non riuscite ad andare avanti, sappiatelo” disse. “ Voglio provare comunque, almeno andare a vedere com’è” rispose Mattia. L’adrenalina iniziava a dare forza alle braccia e alle gambe. Ma prima bisognava prepararsi. Il sapore agro dei lacrimogeni stagnava ormai costante nell’aria. Prese dallo zaino la bottiglietta di acqua e limone vi ci inzuppò un fazzoletto rosso che poi legò stretto sul viso appena al di sotto degli occhi. Chiuse la felpa e tirò su il cappuccio. Camminando aveva trovato sul sentiero un guanto da lavoro abbandonato. Lo infilò alla mano destra. “Occhio che arrivano lacrimogeni anche dentro al bosco” diceva qualcuno più avanti. Anche i ragazzi davanti a lui si stavano preparando. Indossato casco e maschera antigas si stavano avviando verso l’ignoto dove gli alberi finivano e iniziava il prato con il cantiere difeso da polizia, finanza e carabinieri. Lì avrebbero affrontato le cariche e i lacrimogeni. Il signore sessantenne vedendoli avviarsi ne fermò uno. “Dove stai andando?” gli chiese. “Andiamo a riprenderci il prato col cantiere”. Qualche secondo in cui i due si fissarono. Il volto sotto la maschera del ragazzo e il viso scoperto con i baffi da montanaro del signore. Lo sguardo severo di una vita di lavoro. ”Ce li hai i guanti?” chiese poi. Il ragazzo stupito scosse la testa. Si aspettava forse di essere ripreso per quello che stava andando a fare. “E allora come pensi di rilanciare indietro i lacrimogeni, testone?” disse l’uomo. Tirò fuori da uno zainetto un paio di guanti da lavoro infilò il sinistro e porse il destro al ragazzo. Si guardarono ancora qualche secondo. “Grazie “ disse il ragazzo sorridendo e tutti e tre si mossero verso la fine del sentiero. Mattia osservò questa scena. Il viso era già coperto. Si chinò e raccolse una pietra. La guardò. Grossa quanto metà della sua mano. Spessa e ruvida sulla pelle, ne misurò il peso tra le dita. Era una bella sensazione. Stringendola guardò verso la fine del bosco. Filtrava la luce ma ancora nulla si riusciva a vedere di cosa c’era al di là. Tra le grida che giungevano di sotto, distinse una voce “Bastardi!”.
Era ora di andare. Calcò i primi passi e stava per raggiungere il piano quando improvvisamente le foglie sopra di lui frusciarono molestate. Alzò la testa per guardare. “Merda!” pensò e vide il lacrimogeno spezzarsi in volo sopra la sua testa. Uno dei pezzi fumanti cadde esattamente in mezzo ai suoi piedi. Rapida una densa nube avvolgeva già tutto il suo corpo. Lo raccolse e lo gettò via ma subito il gas l’aveva penetrato ed attaccava i suoi polmoni. Cercò di respirare ma non ci riuscì, tossì e sputò ma tutto, dal torace in su, bruciava come immerso nell’acido. “Cazzo di gas di merda!” Doveva togliersi di lì. Doveva respirare, stava soffocando. Si girò ma le gambe cedettero. Cadde con la faccia sul terreno. Si rialzò piangendo e sbavando. Cieco, a tastoni riuscì a risalire lontano dal fumo mentre qualcuno lo aiutava a tirarsi su. Si fermò appoggiandosi ad una roccia, spostò il fazzoletto e vomitò tutto quello che aveva nello stomaco.
Il CS non è un lacrimogeno normale. E’ un cazzo di gas stile quelli che usavano nella Prima Guerra Mondiale, le trincee piene di cadaveri ammucchiati. La convenzione internazionale sulle armi chimiche ne vieta l’uso in guerra ma assurdamente le forze dell’ordine possono usarlo nelle manifestazioni per l’ordine pubblico. Un lacrimogeno normale ti irrita gli occhi, la bocca, il viso. E’ più o meno lo stesso effetto di quando si taglia una cipolla ma moltiplicato per cento. In un’altra manifestazione a Torino, anni prima, era stato per decine di minuti in mezzo ad una nebbia di lacrimogeni normali, piangendo come un bambino ma con la forza di resistere e non abbandonare la posizione. Poi era bastato che lanciassero una decina di CS perché il corteo si disperdesse. Il CS è un gas cancerogeno. Un tubetto che, sparato in aria, si spezza in quattro o cinque parti che iniziano ad emettere fumo. Non ti irrita gli occhi e la bocca ma aggredisce direttamente la gola e i polmoni. Ti soffoca. E’ come aver respirato con la faccia dentro una bacinella piena di peperoncino macinato. Ti brucia tutto dentro fino allo stomaco, ti sembra di andare a fuoco e non riesci a prendere il respiro. La salivazione aumenta fino a farti vomitare. La prima sensazione che ti provoca, non facendoti respirare, è quella di panico totale, per qualche attimo ti sembra di morire. Il CS non dovrebbe essere permesso. E’ un arma da guerra. E’ inquinante e pericoloso. Anche per gli stessi poliziotti, nonostante le maschere antigas che usano. Dove si deposita, rimane, anche per anni. L’uso di quel gas in quei boschi era un atto di violenza gratuito verso la montagna.
Appoggiato alla roccia Mattia guardava fisso il terreno. Sopra la radice di un albero un grillo di un verde intenso si contorceva agonizzante. Ucciso dallo stesso gas che lui aveva appena respirato. “Bastardi”. Quante piante, quanti animali sarebbero morti. Quante persone avrebbero avuto in futuro un cancro causato da quella merda. Mattia spostò lo sguardo e vide la pietra che nella foga di prima aveva lasciato cadere a terra. “Bastardi” Si tirò su. Si era ripreso abbastanza. Inondò viso e gola di acqua e limone. Si risistemò il fazzoletto sul viso e raccolse la pietra. Era ora di andare. Da oltre gli alberi, dieci metri più in là, continuavano gli scontri e i lacrimogeni. PIF, PAF, PUF. Ne stavano lanciando a migliaia. Mattia guardò la fine del bosco. “Bastardi”. Strinse forte la pietra. Prese un respiro profondo e si lanciò di corsa oltre agli alberi sparendo nel fumo bianco del prato, nel sole della Val di Susa. Quel giorno non sarebbe successo. .
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Giulia immerse il viso e le braccia sotto il getto della fontana. L’acqua scorreva fredda e piacevole lavando via tutta la merda lasciata dai gas. La percezione di uno sfrigolio sulla pelle. Immerse anche la testa lasciandola refrigerare per qualche secondo. Assieme a lei erano tante le persone che erano tornate su a Ramat dopo essere passate per quel prato infernale. Aveva bisogno di riposarsi qualche minuto, di respirare e prendere aria, pura e pulita anche se quel giorno ormai tutto aveva l’odore e il sapore del lacrimogeno. Lasciò cadere lo zaino e si appoggiò schiena al muro all’ombra della chiesetta. Seduta sull’asfalto sentiva pulsare ogni muscolo del proprio corpo. L’assalto al cantiere continuava ormai da ore. Non si era intravista la più piccola possibilità di riuscire a prenderlo ma non aveva importanza. L’importante era fare sapere che ai loro sgomberi, ai loro atti di violenza, alle loro prepotenze e al loro potere mafioso ci sarebbe sempre stata resistenza. Non sarebbero bastati una rete e duemila poliziotti per distruggere una valle. Vicino a lei ci si nutriva con panini inflacciditi dal caldo, qualcuno rideva, si fumavano le prime sigarette del pomeriggio. Tregua. Almeno per loro, almeno per qualche minuto. Giù in fondo al bosco gli scontri continuavano. Assalti frontali. Giulia si guardò intorno. Pulsante, il cuore di quella resistenza era fatto da una varietà umana stupefacente. Studenti, lavoratori, anziani. Un ragazzo con i dread ed un piercing appena sopra l’occhio accanto ad uno in jeans e maglietta che aveva tutta l’aria di essere un avvocato in borghese. Tanta gente del posto giovani e non. Un padre con due figli, non più di dieci anni ciascuno. Poi tanta solidarietà da Torino, da Genova, da Padova, da Milano, da Roma. Alcuni provenivano anche da oltre confine: Inglesi, Francesi, Tedeschi. Richiamati dal luogo, dal momento di una battaglia contro l’ingiustizia. Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario. Il comandante argentino creava pensiero ed azione dalle foreste sudamericane fino ai boschi lontani della Val di Susa. Le parlate, i dialetti, le lingue si mescolavano nel colore della terra. In un’unica frase pensata ed agita. Questa volta senza compromessi. Questa volta senza finte sfumature. Da una parte loro. Gli speculatori, i mafiosi, il potere e i suoi servi. Dall’altra noi. La gente comune che trova la forza di sopravvivere e lottare. Un’unica frase pensata ed agita.
Oggi non succederà.
La montagna ci osservava. Impassibile. Umiliata e ferita. Nei suoi silenzi spezzati dal vento. Sperava in noi, il colore della terra.
Oggi non succederà.
Lo sguardo profondo di Giulia si scontrò con l’esile figura di una signora. L’accento torinese gli occhi arrossati dai lacrimogeni, sessant’anni già vissuti e passati da un po’. La maglia bianca No Tav e un cappellino a proteggere la testa dal sole. Sembrava spaesata. Più abituata all’uncinetto che alla montagna. Ma era lì. Con la stessa decisione inflessibile di tutti gli altri. Fragile, un moto d’ammirazione passò nel riflesso degli occhi di Giulia. Un gruppo di giovani, di cui uno teneva in mano un walkie-talkie, si avvicinò con passo affrettato alla chiesetta. “Ragazzi, ci dicono che la polizia sta arrivando in forze qui a Ramat. E’ meglio andare via e scendere giù a Chiomonte” disse uno di loro. Una lama di gelo trafisse gli stomaci di tutti quanti. “ E i compagni che sono ancora giù nel prato e nel bosco?” chiese Giulia “Quelli se la caveranno. Ci sono diversi sentieri che aggirano il paese ed è probabile che gli sbirri non se la sentano di entrare fin dentro al bosco.” Rispose il ragazzo. “ Ora però dobbiamo muoverci. Noi prendiamo la strada normale ma per chi vuole lì c’è un sentiero che passa sotto l’autostrada e arriva giù dalla centrale elettrica. Il corteo dei sindaci sta lottando per riconquistarla. Chi vuole può andare a dare una mano”.
La centrale elettrica era quella che forniva energia al cantiere. In mattinata il corteo a cui partecipavano anche i sindaci e le istituzioni della Valle l’aveva occupata a sorpresa, poi era stato quasi subito respinto dalla polizia e ora lottava per riconquistarla. Insieme ad una altro centinaio di persone Giulia iniziò a scendere per il sentiero. Quella giornata non era ancora finita. La decisione era presa. L’elicottero a ronzava basso sopra di loro. Gli alberi non erano abbastanza fitti da coprirli tutti. Ad un bivio incerto un’apparizione. Come un personaggio mistico residuo di un passato secolare, una vecchia contadina. China su se stessa camminava in salita, un’enorme balla di fieno sulla schiena. Li vide, si fermò e con il dito indice indicò la giusta via. Senza dire una parola. Senza che le fosse stata rivolta alcuna domanda. Tra le incisioni di rughe indelebili sul viso li guardò passare tutti ad uno ad uno e poi continuò il suo duro, antico lavoro. Il sentiero si faceva sempre più ripido e pendente e la testa del lungo bruco di manifestanti procedeva a rilento causando ingorghi nelle retrovie. Sotto di loro l’autostrada. Un orrendo viadotto in cemento che squarciava la valle per chilometri e chilometri. Grigio si innalzava dal fondo per almeno cinquanta metri. Il sentiero sembrava puntare dritto su quell’asfalto. Quel giorno l’autostrada era stata chiusa e sul viadotto stazionavano alcune macchine della polizia. Gli sbirri arsi dal sole avevano alzato gli occhi e si erano accorti del gruppo che lentamente scalava in discesa. Gesticolavano tra loro ed iniziavano ad agitarsi. Ci sarà comunque un bel po’ di distanza tra il sentiero e l’autostrada pensò Giulia. Ma più scendevano più il sentiero sembrava proprio puntare su quelle quattro corsie. Non è proprio una bella situazione. Se quelli decidono di bersagliarci noi siamo tra la roccia e una scarpata tutti in fila senza poter nasconderci o scappare. Il ragazzo davanti a lei scivolò su una pietra e si arrabattò pesantemente nella polvere. Giulia lo aiutò a rialzarsi e lo superò. Cercava di raggiungere chi era alla testa del gruppo. I poliziotti si facevano sempre più grandi e vicini. Nel punto dove il sentiero avrebbe incrociato l’autostrada stavano arrivando altre divise. Giulia accelerò. Passò avanti ad una ventina di persone incespicanti e poco prima di raggiungere la testa del bruco la vide. Cazzo. Ecco perché non riusciamo a muoverci. La signora sessantenne torinese. La testa del bruco era lei. Camminava intontita dal sole guardandosi attorno come se si trovasse al parco e cercasse dei piccioni a cui gettare il suo sacchetto di briciole di pane. Giulia le si mise in coda e la pressò da dietro. La signora la vide si girò e le sorrise. “Scusi sa se vado un po’ lenta. Ma inizio ad avere una certa età e questo sentiero…” Ma perché cazzo non hai preso l’altra strada che era più semplice? “Si figuri signora è giusto che ognuno vada col proprio passo e che ci si aspetti a vicenda…” Camminavano. Ora erano esattamente all’altezza del viadotto. Distavano in linea d’aria non più di quindici metri dal parapetto. Due poliziotti erano affacciati e li indicavano schernendoli, uno più indietro stava facendo segno di avvicinarsi in fretta a due camionette poco lontane. Spera che non abbiano i fucili per i lacrimogeni! In fondo sul viadotto non c’erano scontri ed era possibile che non li avessero in dotazione. “Merde!” gridò qualcuno più in alto sul sentiero. Ottimo, visto che siamo in questa posizione di estremo vantaggio strategico provochiamoli pure. Giulia immaginò la vista dei poliziotti dal parapetto. Non vedevano persone ma una serie di paperelle da tiro a segno tipo lunapark. Prega non abbiano il lacrimogeni! La signora avanzava piano, attenta, rallentando tutta la lunga fila indietro. Dai specie di fossile muoviti! Le camionette inchiodarono stridendo e una ventina di sbirri scesero di corsa. La signora vide un grosso fiore viola a lato del sentiero e si fermò ad accarezzarlo. Allargò un immenso sorriso a Giulia “ Questo è un fiore molto raro, ha visto che bello? Cresce solo qui” Ma sei scema? Muoviti o giuro che provoco a morsi l’estinzione della specie! “E’ bellissimo signora… però forse dovremmo affrettarci che lassù iniziano ad agitarsi un tantino” La signora guardò in alto il viadotto su cui ora i poliziotti affacciati erano una decina e un lampo di timore le passò sul viso. La sua andatura cambiò improvvisa e divenne una gazzella incontrollabile. Camminava guardandosi i piedi e scendeva giù ad una velocità a cui tutti facevano fatica a stare dietro. Ma allora facevi finta! Stavano pian piano distanziando la zona più pericolosa. “correte che ora vi prendiamo a sassate!” gridarono dall’autostrada. Bene vuol dire che lacrimogeni non ne avete e pietre li sopra non credo ce ne siano troppe. Capeggiati dall’insospettabile agilità della signora, in pochi minuti tutti raggiunsero la strada di fondo valle. Ora più o meno erano al sicuro. “Complimenti signora è un’ottima camminatrice” disse Giulia per confortare l’anziana che sudava e ansimava. “Sa, quelli lassù proprio non mi piacevano!” rispose.
Da dietro una curva in fondo alla strada decine di persone risalivano di corsa, tossendo e sputando intossicate dai gas. Forte arrivò il clangore di una barricata sfondata da una ruspa. Giù alla centrale la situazione doveva essere tosta. Ora qualcuno si avviava in su verso Chiomonte, verso la stazione. Giulia slacciò il casco appeso allo zaino e lo indossò. Fece un segno di saluto all’anziana torinese. Era giunto il momento di dare una mano ai sindaci della Val di Susa. Tranquilla, senza fretta, si incamminò verso i fumi che piano salivano dal basso. Quella giornata non era ancora finita. Scappare andando via. Quel giorno non sarebbe successo. .
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Lucio scagliò la pietra con tutta la forza che aveva in corpo ma rimase un secondo di troppo a guardarla colpire. Gli bastò una frazione infinitesimale per capirlo. La maschera sovraccarica non funzionava più . Il panico gli spalancò gli occhi in un espressione di terrore mentre i polmoni incandescenti si liquefecero ricompattandosi subito con la densità della gomma. Peccato. Era stato un lancio tecnicamente perfetto. Uno di quei lanci che se il fotografo ha l’abilità di cogliere al culmine, poi la foto diventa un simbolo. Si vedeva già sulla prima pagina di Repubblica e magari stampato anche su qualche maglietta. La pietra era poco più piccola della sua mano. Il braccio si era inarcato caricandosi lento all’indietro e quando la resistenza elastica era stata al limite il corpo era scattato potente come una molla e le dita avevano rilasciato la pietra al momento giusto. Con una parabola perfetta di quarantacinque gradi e una velocità di impatto di 50 chilometri orari. Peccato. Quella era una pietra che faceva male. Lucio vide il minerale roteare maestoso nell’aria, tagliare come una lama la densa cortina di fumo bianco, uscirne al vertice brillando al sole, rientrare abbassandosi nella nebbia e schiantarsi fragorosamente al centro del casco dello sbirro in seconda fila. STOK! Un Lancio perfetto. E il casco sparì dalla seconda fila. Se ci fosse stata una giuria sarebbero stati tre dieci e due nove e Lucio sarebbe stato soprannominato la Nadia Comaneci della categoria rivolta extraurbana sopra gli ottocento metri di quota. Ma a quel punto era passato un secondo di troppo. La polizia stava caricando e gli sbirri erano davvero tanti. Centinaia. Lucio si voltò per scappare ma le gambe non risposero. Il CS gli era penetrato dai polmoni fin dentro i muscoli dei piedi. Il busto si girò di slancio ma le suole rimasero immobili attaccate al prato. Lucio andò giù. Sospeso nella caduta sentì fresco l’odore dell’erba verde su cui stava per accasciarsi. Immaginazione. L’unico gusto vero era quello del lacrimogeno. Con la coda del’occhio vide la massa scura dei poliziotti pericolosamente troppo vicina. Venti metri al massimo. Era passato un secondo di troppo. Poi la sua faccia esplose nella terra umida del prato. Sentì un filo d’erba sfilettargli una guancia e il casco impattare duro contro un masso. Se quello fosse stato un film degli anni cinquanta ora la sua battuta sarebbe stata”oh no, sono perduto!” Ma quello non era un film e Lucio sapeva quello che lo aspettava se l’avessero preso. Calci in faccia e nei testicoli, sprangate sulla testa, sputi, insulti, umiliazione, dolore, ossa rotte e tanta paura. Si vedeva già qualche giorno dopo nel grigio di un ospedale con un filo di voce a raccontare le torture subite. Cercò un respiro per la forza di rialzarsi ma i polmoni non rispondevano. Si erano incollati alla pelle della cassa toracica e l’aria non penetrava. Panico. Li vedeva. Lo stavano puntando. Sembravano non avere corpo sotto quelle maschere e quelle divise. Macchine umanoidi assassine uscite da chissà quale racconto di fantascienza. Immaginava dietro i filtri sul viso i loro ghigni canini, la schiuma rabbiosa sui loro denti gialli. Erano a neanche dieci metri. Non aveva scampo. Si strappò la mascherina dal viso e con gesto inutile la scagliò verso di loro. Con un ultimo sforzo piantò le dita nel prato e provò ad alzarsi cadendo in ginocchio. Muco e saliva ovunque sul viso, gli occhi non vedevano più, strizzati a spremere via l’acido del gas. Unghie e ginocchia lo portarono futili decimetri più avanti. Reazioni anaerobiche avvenivano dentro il suo corpo. In bocca sentiva il sapore della terra. Il gusto acre ed intenso. I granuli e i sassolini, il calore di ciò che aveva partorito tutti gli esseri viventi e che presto se li sarebbe ripresi. Assaporò in un attimo milioni di anni di esistenza, assaporò ciò che presto sarebbero tornati ad essere tutti , lui come gli sbirri che lo stavano per massacrare. Assaporò la terra e in quei succhi percepì la paura. Gli erano quasi addosso. Attutito dalla maschera udì chiaramente l’urlo robotico di uno di loro ”Merda! Ammazziamolo!” Si buttò a terra e si rannicchiò in posizione di difesa, pronto a farsi spaccare le costole. Oggi è un bel giorno per morire avrebbe detto se fosse stato Clint Eastwood. Ma non era Clint Eastwood, era Lucio e l’espressione che passò veloce per la sua mente fu una specie di crasi suina di dio.
Poi il tempo si fermò. Lucio aprì gli occhi. Tutto rimase immobilizzato in un attimo. Lo sbirro a un passo da lui contorto con il manganello alzato, caricato pronto ad essere schiantato sulla sua spalla. Altri dieci poliziotti dietro, obliqui nello slancio di raggiungerlo. Una lacrima ghiacciata sulla sua guancia. Il gas rarefatto bianco e fumoso nell’aria. L’erba immobile piegata dal vento. Poi Lucio lo vide. Sospeso nel cielo un metro sopra la sua testa. Un masso grosso quanto un melone. Nero come la pece. Era successo qualcosa. Per gli sbirri era passato un secondo di troppo.
Il tempo si sbloccò. Il masso colpì in pieno il centro dello scudo del poliziotto col manganello alzato. Colto di sorpresa barcollò e cadde facendo incespicare sul suo corpo i due subito dietro di lui. Gli altri si fermarono accorgendosi che qualcosa non andava. Poi i sassi arrivarono tutti. I compagni erano davvero tanti. Migliaia. Gli sbirri concentrandosi su Lucio caduto avevano lasciato scappare tutti non sapendo che i compagni sono come i Marines. Non lasciano indietro nessuno. La pioggia di pietre arrivava anche dal bosco. Saranno state centinaia, ininterrotte tutte a segno. I caschi blu riformarono la testuggine e sotto i colpi incessanti iniziarono a indietreggiare. Quando furono abbastanza lontani qualcuno aiutò Lucio a rialzarsi e lo accompagnò dentro al bosco. Con l’ossigeno sprigionato dagli alberi amici, i polmoni tornarono a far passare un filo d’aria. Lucio si sedette su una roccia e finalmente poté vomitare. Quando rialzò la testa con la bocca gocciolante di succhi gastrici, un ragazzo gli diede una pacca sulla spalla “Comunque … che lancio, compagno! Da manuale!” Lucio sorrise. Se l’era vista davvero brutta. Stavano per prenderlo. Ma Lucio lo sapeva. Quel giorno no.
Quel giorno non sarebbe successo. .
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Ci sono giorni in cui il potere tenta degli atti di forza. In quei giorni il potere mostra la sua vera essenza inumana e violenta. Scatena i suoi cani armandoli in assetto da guerra e li manda contro la popolazione civile. Opporsi è stancante e pericoloso. Ci si lascia spogliare delle proprie terre, dei propri diritti, del proprio lavoro, della propria cultura, del proprio mondo. Si scappa impauriti. Ma nello sferragliare del treno che tornava verso Genova, nella rossa luce del tramonto riflessa sui visi affumicati, i compagni avevano una consapevolezza dentro i cuori, dentro le menti. Dentro gli occhi che brillavano di mille immagini di lotta. Pietre in mano, in Val Susa, quel giorno non era successo. Ovunque, da quel giorno in poi non sarebbe più successo. Mai.