09/08/13

Guarda e non dimenticare


Pioggia. Finalmente. Batte sui vetri, odora di umido. Scorre sulla pelle, per le strade in un dolce silenzio. Quello che trovi ad Auschwitz è un deserto che ti porti dentro per giorni. L’aridità del male che ha preso forma concreta, spropositata nella lucidità e nella quantità degli omicidi. Il male trasuda da quella terra. In quei boschi, in quel prato oltre i fili spinati e i resti delle baracche. Oltre le rovine delle camere a gas e dei forni crematori, nelle ceneri di centinaia di migliaia di esseri umani sparse dentro uno stagno, trasuda. Chiudi gli occhi un istante e provi ad immaginare i passi che hanno solcato quei terreni, mucchi di persone dirette alla morte, ma non ce la fai, non ci riesci è davvero troppo grande. Apri gli occhi e non ne vedi la fine. Filo spinato, fango oltre il limite del tuo sguardo. Non riesci a immaginare il rumore, non riesci a immaginare l’odore, le voci, gli sguardi, le grida. Vittime, carnefici, assassinii. Ciò che risulta davvero inconcepibile è l’idea di un posto predisposto per uccidere milioni di persone in poco tempo. La strutturazione industriale delle parole “ti uccido”. Donna, uomo, bambino. Uno, due, cento, mille. Un milione. Una metropoli sterminata ad Auschwitz. 

A questa storia orrenda manca un tassello. Come se nella ricostruzione lo si fosse dimenticato. Forse perché è complesso dare ruoli completi nel pezzo di storia peggiore dell’umanità. O forse anche perché come soggetto vario e diviso il popolo rom ha avuto difficoltà a rivendicare con forza il riconoscimento della propria tragedia ad un livello storico globale. Il tassello mancante è quello del genocidio nazista dei Rom e dei Sinti in Europa. Il Genocidio Dimenticato. 

Quanto la popolazione ebrea, il popolo Rom e Sinti ha vissuto la discriminazione razziale, ha vissuto l’odio, ha vissuto i ghetti, la segregazione, i pogrom. Poi, lo sterminio. Treni carichi di uomini, donne e bambini Rom e Sinti ammassati in carri bestiame, esecuzioni sommarie nelle strade e nei boschi, fosse comuni, Auschwitz, e decine di altri campi, le camere a gas e i forni crematori. Un triangolo nero e la Zeta di zingaro sul petto delle divise nei campi della morte. La Zeta di zingaro ed un numero tatuato sul braccio. Ad Auschwitz,  Mengele volle capire come mai le donne zingare avevano un numero di parti gemellari superiore alla media. Sezionare bambini. Molti dei suoi esperimenti furono sulle donne del “campo degli zingari” e sui loro figli. 

Il genocidio dimenticato conta 500.000 vittime. Il 2 Agosto del 1944 la sezione del campo di sterminio di Auschwitz dedicata agli “zingari” fu circondata dalle SS. Nelle settimane precedenti gli occupanti del campo avevano dato vita ad una ribellione di resistenza, armati di pietre e bastoni. Privi di forze, già quasi privi di vita i circa 4000 Rom e Sinti furono assassinati nelle camere a gas e cremati la notte stessa. Il 2 agosto il popolo Rom festeggia l’arrivo della metà dell’estate.
Un genocidio da cui nulla l’Europa ha imparato. 
Il riconoscimento ufficiale che un piano di sterminio studiato e programmato fu attuato dai nazisti contro la popolazione Rom e Sinti europea avvenne da parte della Germania soltanto nel 1982. Ciò che preoccupa è la constatazione di come sono trattati tutt’oggi i Rom e i Sinti in Europa; le condizioni di segregazione e discriminazione in cui si trovano a dover vivere. Se si può dire che (salvo estremismi) l’antisemitismo ai giorni nostri è sostanzialmente sconfitto, non è per nulla così per quanto riguarda la permanenza di un sentore “antizingaro” diffuso in maniera generica e stratificata nella popolazione dei vari paesi europei , spesso alimentato dalle politiche dei governi. In Europa Rom e Sinti sono di fatto trattati come persone di seconda categoria. Spesso vivono in condizioni di segregazione esclusi dall’accesso ai diritti di base dei cittadini ed in alcuni paesi addirittura esclusi dall’accesso alle cure sanitarie. Migliaia sono gli episodi di razzismo e violenza che si verificano nei confronti delle comunità Rom e Sinti: aggressioni, incendi delle abitazioni, marce e manifestazioni razziste che assumono i caratteri di veri e propri pogrom. E’ una lunga storia di pregiudizio e discriminazione, una linea che già in passato ha visto il passaggio dalla logica dell’esclusione a quella dello sterminio. Per questo è importante rompere il silenzio che domina sulla storia del genocidio Rom e Sinti e creare una memoria pubblica che faccia riconoscere quelli che sono i tratti fondanti che ne hanno permesso il verificarsi e che purtroppo ad oggi per alcuni aspetti sembrano in procinto di ripetersi.
Dik Ina Bistar
Cammino ai bordi dello stagno e il mio piede affonda di pochi centimetri nel fango. Una rana verde, grossa quanto una moneta mi saltella gracidando sulla scarpa. Un brivido scorre gelido su per la spina dorsale. C’è una quiete surreale. Quel piccolo lago è davvero splendido, colmo di vita, l’erba verde rigogliosa attorno, i rami degli alberi mossi appena dal vento. In quelle acque torbide e serene giacciono le ceneri umane di centinaia di migliaia di esseri. “Probabilmente mia madre e mio padre sono qui in questo lago” dice nel suo discorso alla folla Zoni Weisz.  E’ un Sinto, a sette anni è riuscito a fuggire da un carro bestiame che lo stava deportando ad Auschwitz. Cinquecento persone, Rom e Sinti e non. In piedi attorno a questo assurdo lago. Le facce sono per lo più giovani, e vengono da tutta Europa. Ognuna con una storia alle spalle. La bandiera verde e blu con la ruota rossa del carro sventola mentre Zoni parla e racconta. La quiete di questo lago. L’infuriare del genocidio sessantenni fa. “Voi non potete neanche immaginare”
 

  Una frase è stampata sulle magliette di tutti.

Dik Ina Bistar.
Guarda e Non dimenticare.





04/06/13

il folle sulla collina


Il suo principio di base era non lavorare. Quando arrivammo stava facendo esattamente questo. Non lavorava. Era seduto all’ingresso del paese con il cappuccio grigio della giacca tirato su. Guardava fisso un punto davanti a sé.  Di fronte la vista si estendeva. Colline ripide scure e boscose, punteggiate di case e paesi inerpicati nel nulla. Lontano, in fondo, Il mare. Ma i suoi occhi non sembravano così distanti. Erano fissi nel grigio del cielo a non più di cinquanta metri dal suo viso. Di spalle, non ci sentì nemmeno arrivare dal sentiero. Il che fa strano se vivi in un posto dove sostanzialmente non c’è nessuno. Ogni rumore, soprattutto quello di passi dovrebbe attirare la tua attenzione. Di primo impatto intimoriva. Sembrava un presagio di morte. Muto e senza volto all’ingresso del villaggio abbandonato. Rispose solo al terzo saluto, per nulla stupito di vedere due facce nuove in quel posto. Il folle sulla collina viveva così. Senza fare nulla, quasi avvolto nell’edera. L’amico delle capre aveva un senso. Nella sua solitudine triste e profonda. Ma tutto il resto odorava di insano. Nessuna delle case era stata davvero risistemata. Semplicemente quelle il cui pavimento era camminabile erano state occupate. Catene e lucchetti chiudevano alcune porte. “Canate non è per tutti, te la devi conquistare” era la scritta su una di queste porte, subito accanto parole deliranti sull’ira di Dio verso i peccatori. Anche nelle case abitate lo stato di abbandono era palesemente percepibile. Catene e lucchetti ponevano soltanto divieti arbitrari su proprietà fasulle, fatte di nulla nel nulla. Quando ci sedemmo a mangiare il folle si affacciò da una finestra della casa di fronte. Si mise a ridere perché una gatta spelacchiata ci chiedeva del cibo. Rideva davvero di gusto, divertito. Come se fosse la scena migliore che gli capitava di vedere da mesi. Poi venne giù sgambettando di corsa. Teneva una bottiglia e delle tazzine in mano. “Brandy?” ci disse e versò tre bicchieri di brodaglia color rame. Parlava e sembrava felice che fossimo lì, probabilmente ancora per la scena del gatto. Il brandy era pressoché imbevibile e tutta l’attenzione non riusciva a non essere concentrata sull’enorme pustola gialla che pulsava sulla guancia del folle. Sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. Ci raccontò che al massimo erano una decina a vivere in paese. Tutti suoi amici. Lui viveva lì da quasi un anno e mezzo ma non riusciva a stare sette giorni su sette. Ogni tanto doveva scendere in città e lavorare. Accennò sconclusionatamente al farsi il pane da soli e ad avere il grano  per poterlo fare, perché il suo obiettivo era quello di non lavorare più. Guardai le sue mani. Erano luride ma non erano sporche. Mani che non avevano mai dato un colpo di zappa. Ci guardava con curiosità e diffidenza. Cercavo un istante, in cui rovesciare il brandy nell’erba lontano dal suo sguardo ma i suoi occhi non mollavano mai. Forse per via delle preziose tazzine in cui stavamo bevendo. Tazzine che avevano tutta l’aria di essere state taccheggiate in un bar della Val Bisagno. Nel frattempo di bicchieri se n’era scolati tre. Ci ammonì di non fare foto alle cose private, tipo le magliette stese. Poi ci confidò che la casa accanto alla sua era ancora buona e che se avessimo voluto avremmo potuto prenderla e viverci. Bastava chiuderla con una catena. Più si lasciava trasportare dalla foga dei discorsi più la pustola sulla guancia si tendeva tremolando. Sembrava essere lei, la pustola, la mente pensante della situazione. Disgustosa gli suggeriva le parole tra una risata e l’altra.  Mi arresi. Gli dissi che avevo problemi di stomaco e che mi spiaceva ma non riuscivo a bere il suo pur buonissimo brandy. Si rabbuiò immediatamente, mi disse che avrei potuto avvisarlo e riversò la mia tazzina all’interno della bottiglia. Subito dopo se ne versò un quarto bicchiere. Per curiosità e per non contrariarlo entrammo a dare un occhio alla casa. Due piani. Dentro non c’era nulla. I pavimenti di legno reggevano ma lo scricchiolio dava l’idea che potessero sfondarsi da un momento all’altro. Non c’erano vetri alle finestre e il soffitto di legno del secondo piano pendeva pesantemente sulle stanze, marcio e gonfio di umidità. Anche volendo ci sarebbero voluti anni per poter rendere quel posto vivibile. Non ci lasciò entrare nella “sua” casa ma immagino, essendoci stato già anni prima, che non dovesse essere in condizioni molto differenti. Al folle della collina però bastava così. La considerava sua. Non lavorava. Quando uscimmo era di nuovo seduto nella posizione originale a fissare il nulla qualche metro davanti a lui rivolto verso la valle e il mare. Dovetti proprio salutarlo perché si accorgesse di nuovo di noi. Se fossimo andati via così senza dire nulla non avrebbe battuto ciglio. Stringendo la sua mano vidi che la pustola era esplosa. Un senso di viscido si impadronì della pelle delle mie dita. Un senso di malessere profondo mentre si camminava verso Genova sul sentiero. Non avrebbe dovuto essere così. Disagio che si autoalimentava isolandosi in un bosco tra le case diroccate. Mi girai a guardarlo da un po’ più lontano. Immobile fisso nel vuoto. Brandy?
 

Le mani sporche


Le mani sporche. Segno di un modo di intendere la vita. L’interazione con il mondo che ci circonda. Mani screpolate nei cui interstizi si accumula polvere, fango, terra. Le mani sporche sono mani che toccano, mani che agiscono, mani che vivono. Seduto di fronte a noi, le mani dell’amico delle capre sono sporche. Così tanto da essere sporco indelebile. Ma la sua voce è tranquilla mentre parla, esce con una serenità diversa anche se si vede che non è tanto abituato a rapportarsi con estranei e con uomini in genere. Le sue parole sono lucide, frutto di lunghe riflessioni nel silenzio delle giornate sui prati. I concetti sembrano espressi con una semplicità sconcertante, anche se profondi ed articolati non lasciano spazio al fatto che quella è una logica giusta e l’altra è una logica sbagliata, o semplicemente non è logica. La stufa in ferro brucia di poca brace dietro. La stanza è minuscola, più facile da riscaldare. Panche e tavolo di legno vecchio. In tre la riempiamo completamente. E’ fatta per uno soltanto. Del pane abbrustolisce in una teglia annerita, sulla ruggine calda della stufa. E’ per le capre ci spiega. Odore affumicato, un po’ di umido, un po’ di freddo, un po’ di bestia. Perfetto per il caffè che ci sta offrendo. Siamo a maggio ma quest’anno il freddo non smette. Entra placido nelle ossa preparate a un po’ di sole e di caldo. Vestiti sporchi. Ci racconta di come sia ormai giunto il tempo della fine dell’era industriale. La necessità per l’uomo di fare un passo indietro. Di ritornare alle terre a vivere in una società rurale. Allevatore, agricoltore. Fare un passo indietro però, ci dice, è più difficile che farne uno avanti.  Il paese, Canate, è vuoto da più di 50 anni. Dopo la guerra i giovani andarono tutti giù a Genova a lavorare in CULMV al porto.  I vecchi, anche quelli che volevano continuare a vivere lì, non ce la potevano fare. Canate si raggiunge solo a piedi attraverso il bosco. Non ci puoi mettere meno di quaranta minuti oggettivi, su di una strada che scende e poi sale e parte da un paese di una ventina di case a nome Marsiglia. Per i partigiani fu una località strategica, serviva per la guerriglia. Base di contatto con la città, rifugio e rifornimento. Tra le case vuote, che sempre più si fanno ruderi, una targa ricorda il coraggio degli abitanti del paese dato alle fiamme dai nazisti per rappresaglia. Fa strano; una storia lontana ormai persa e finita. Omaggio ai fantasmi incrostati in quei muri. Saranno venti le case tre o quattro accessibili le altre in rovina. Pavimenti sfondati, soffitti che crollano, mura aperte tra oggetti di una vita passata, gesti sospesi incompiuti. Le botti in cantina, piatti bottiglie, una scarpa da donna, una giacca appesa ad un muro. L’amico delle capre scuote la teglia del pane e d’improvviso rumore di zoccoli sul legno ed una testa cornuta spunta dalla porta. Le parla. La cosa incredibile è che lei sembra capire. Un pezzo di pane e poi la caccia via con un grido. La parola compromesso per l’amico delle capre non esiste. Si arrabbia quasi a sentirla pronunciare. Commercio è un altro termine che non gli garba.  Gli piace molto però la parola gradualità. Gradualità delle cose, delle scelte con cui si cambia. Gradualmente, così come deve avere fatto lui. Alla domanda d’approccio “come si sta qui?” la sua risposta è stata “ da re!”. La serenità nella voce e nello sguardo, i vestiti, le mani sporche. Non c’è acqua a Canate se non quella della fontana. Non c’è luce, non c’è gas. Cercate di non fare domande standardizzate, ci ha avvertito prima di iniziare a conversare. Chiediamo cose, lui parla. Mai troppo. Quasi mai di sé. Riprende la teglia del pane e usciamo. Sono sette le capre. Bianche e nere. Più un piccolino che sembra un peluche. Gli parla, lo ascoltano e si affollano intorno a prendere il pane. Saltellano ci mordicchiano e ci esplorano. Ne aveva due all’inizio, le altre le ha fatte nascere lui. Si percepisce l’affetto reciproco. D’un tratto saltando la capra più grossa fa cadere una pietra da un muretto a secco ed è subito un ceffone forte sul muso. Gli grida come un marito ubriaco ad una moglie un po’ stupida. La picchia, e poi ancora.  Canate è arroccato sulla collina. Prende il sole e guarda, lontano il mare. C’è silenzio, ci sono i boschi a Canate. Le mani sporche. Le capisco.  Le vorrei. Il mio compagno le ha già, più di me. Solitudine. Totale. Interiore. Neanche una donna ma una capra. Parlare, quando si può. Serenamente ma con fatica, soltanto a sé stessi. Questo non lo capisco.  Le mani sporche, la serenità dello sguardo. Soli, davvero. Il cuore prima o poi va in frantumi. L’amico delle capre, a Canate, c’è da cinque anni.

22/05/13

Le mani del Gallo



Aiutare chi è caduto a rialzarsi. Farlo con le braccia, con la voce senza la presunzione dell’arroganza, nella consapevolezza del gesto che si sta compiendo. Porgere una mano, la mano, per un appoggio. La consapevolezza che quel gesto per quanto grande, per quanto ripetuto ieri, oggi, domani, una, due, centinaia, migliaia di volte da solo non basta. Perché le parole e lo sguardo vanno rivolti laddove stanno le cause del male. Il lucro, l’odio, l’avidità eretti a sistema colpiscono e disperano. Piegano le persone fino a farle cadere nella polvere senza più speranza. Ed è allora che il gesto, quel gesto, cambia le cose.  Una mano aperta verso il terreno, salda  per essere presa e rialzare. Un gesto che non è carità, ma rivoluzione. Un gesto che non è fine a sé stesso perché mentre è compiuto parla. Parla agli ultimi, dice rialzati e lotta, fatti ascoltare e se non ti ascoltano grida! Parla ai potenti e dice fermatevi, noi ci riprenderemo quel che ci spetta e lo faremo a partire da adesso. La voce come un’arma, forte della fede. Fede legata alla terra, fede nell’uomo, fede nell’agire con le mani sporche e lo sguardo fiero. Fede in un Dio che anche per chi non crede, in tutto ciò lo avrebbe potuto riconoscere come puro. La voce come un’arma che taglia le gambe all’ipocrisia della Chiesa e dei suoi vari capi..una voce che predica amore, tolleranza, libertà giustizia sociale.
Quello che lasci è tanto. Diretto e indiretto per le vite della nostra città e del nostro paese. C’è chi si porterà la gratitudine dentro e chi non smetterà l’ammirazione. Quello che spero è che tu sia un pilastro, un esempio un colosso inamovibile nel proseguo dei nostri giorni. La memoria non basta. Quello che serve sono migliaia. Migliaia di mani. Migliaia di voci.  Come le tue. Come le tue mani, come la tua voce.
Grazie Gallo

18/02/13

RESPIRO

Riprendere possesso del mio corpo di uomo. Ricostruire la mia mente. Un passo dopo l’altro iniziando a respirare. Sono tutto quello che avrei potuto essere e non sono. Sono nulla. Sono una serie di errori accumulati. Insieme di insensata inazione e tempo lasciato correre sulla carne, tra le palpebre e su per le narici del naso dentro il cervello. Aria respirata male senza intenzione vera, aspettando qualcosa. Ora lo so. Non c’è mai un qualcosa. Non aspettarlo. Mi diceva il vecchio  Qualcosa è solo a posteriori, quando ti guardi indietro, oltre le spalle. Nella vita bisogna essere addestrati. Ma il fine dell’addestramento è l’addestramento stesso, la vita. Non c’è un momento in cui potrai smettere di farlo e sederti a guardare quello che hai lasciato. Qualcun altro lo farà per te, dopo di te. Sorseggiava il suo te con movimenti limpidi. Il suo sguardo dietro la tazzina di ceramica bianca sembrava proiettare in fuori l’infinito. Il suo tono era sempre del tutto tranquillo senza mai un’inflessione. Il suono della pioggia di un temporale senza tuoni. Nel momento in cui ti siedi e smetti di addestrarti inizi a morire. Perderai te stesso.
Riprendere possesso del mio corpo di uomo. In senso fisico. Sentire le fibre muscolari farsi meno flaccide e burrose, scolpire le linee delle braccia e del ventre, tornare a sentire possenza nei movimenti di spalle e gambe. Uno! Due Tre! Il fiato si condensa appena fuori la bocca. Il gelo del bosco si infrange sul calore del corpo.Flessioni. Fuma la mia pelle ed il silenzio della montagna è totale. Neanche lo scricchiolare minimo della neve. La forza dev’essere pronta ad essere usata. Arriverà sempre un momento in cui ne avrai bisogno, bisogno anche solo di sentirla, e dovrai farla emergere. Il vecchio mi porgeva il sacco di iuta. Cucito da mani callose e indurite dal tempo. Consumato dai pugni di decine di allievi. Ma la forza non viene da sé non è nascosta dentro, pronta ad uscire a comando. La forza va nutrita, cresciuta, mantenuta o quando la cercherai non la troverai più, neanche sotto il massimo dello sforzo. Mi guardava. Non c’era affetto in quello sguardo. La forza ti cambierà il respiro, ti cambierà lo sguardo ed i movimenti. Il tuo corpo avrà rispetto di sé stesso. Questo trasparirà negli occhi su di te, nelle voci che ti si rivolgeranno. La forza dev’essere ottenuta con lealtà, sacrificio e costanza. Non c’era affetto in quello sguardo. C’era solo un profondo rispetto. Un rispetto umano. Il corpo deve costruirsi, vivere respirare. Non deve gonfiarsi a sproposito. Il dolore della fatica va sentito e vissuto giorno dopo giorno. Serve a formarti. A formare la tua mente. Trenta! Mi alzo. Riprendo a correre nel bosco. Ogni venti passi un movimento accurato e un pugno al vuoto che mi sta davanti. La luce del crepuscolo tinge la neve d’acqua di lago alpino. I miei piedi non affondano. Questa è l’ora del giorno in cui il gelo si indurisce crepitando.
Riprendere possesso del mio corpo di uomo. In senso mentale. Sai cosa è bene e cosa è male. Non guardando gli altri, guardando te stesso. Il vecchio mi aveva preso accasciato in un angolo di strada. Il corpo corroso d’ alcool d’ogni tipo. Lo sguardo sfuso da qualche droga neanche troppo pesante. Eppure non ero un barbone. Una serata qualunque. Spinta come sempre un po’ più in là. Sai cosa è Sì e cosa è No. Rispettalo. Non per un qualche tipo di principio etico, morale o religioso. Per il tuo corpo , per la tua mente. Non ero neanche convinto di stare male. Ogni Sì rispettato è sicurezza, è serenità fisica ed interiore. Anzi in quel preciso momento mi stavo divertendo, o almeno avevo appena smesso di divertirmi. Ogni No rispettato è uno sguardo in più che puoi dare al mondo. Non è mai una rinuncia è una conquista. Il No rispettato mantiene la forza dentro di te e da te verso il mondo. La serata lunga e avevo esagerato. Un rigurgito mi aveva premuto sulla bocca dello stomaco. Ero uscito ed era stato sbocco acido. Poi il vecchio era comparso. Ogni Sì non attuato è un senso di colpa, è l’angoscia che piano scivola tra le interiora, accellera il respiro e il battito cardiaco e ti porta alla negazione, all’inazione, all’alienazione. Sulle prime mi aveva stupito. Era inappuntabile, ma non appariscente. Ero rimasto come ipnotizzato dai suoi folti baffi bianchi. Poi i nostri occhi si erano incrociati. Non c’era odio in quello sguardo. E neanche affetto. Ogni No violato è una macchia indelebile sulla tua persona. Piccolo o grande sarà comunque qualcosa che ti porterai cosciente dentro per tutta la vita. Questo fardello ti rallenterà nelle decisioni, nei sentimenti nel tuo sguardo sul mondo. Poi lo stato di alterazione mi aveva sopraffatto e tutto d’improvviso mi era sembrato grottesco. Sai cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ero scoppiato in una risata alcolica e sbiascicata. Ma il vecchio non rideva. Mi aveva invece porto la mano per aiutarmi a rialzarmi. Ero stanco e l’avevo presa. Non sperimentare il male. Ogni contaminazione si spande inesorabilmente dentro di te innescando reazioni mentali a catena di autogiustificazione ed ignoramento che ti porteranno per forza a ripeterlo, il male. Nel momento stesso in cui l’avevo sfiorata, con un movimento veloce il vecchio mi aveva girato il dito indice spezzandomelo di netto. Era stato così fulmineo che il dolore mi aveva inondato la bocca ancora prima che l’idea di un grido potesse nascere. In un attimo avevo visto tutto nero. L’ultima cosa che ricordo, l’iride nera del vecchio. Niente odio. Cera solo rispetto in quello sguardo. Sperimenta il bene perché questo ti costruisce ed il piacere che ne ricaverai sarà sempre e infinitamente più grande di quello che potrai avere dal male. Per questo mi aveva spezzato il dito. Perché entrambe potessimo sperimentare il bene.
Riprendere possesso del mio corpo in senso umano. Sapore di sangue in bocca. Il freddo mi accarezza i polmoni. Cartavetro tra i bronchi. Non scappare, affronta le cose. Se vuoi fare una cosa buona per te falla, indipendentemente dal mondo e dalle persone che ti circondano. Rispettali, rispetta la vita, con tutti i suoi difetti e le sue cattiverie ma non farti travolgere. Ho imparato ad apprezzare quel lieve dolore che accompagna lo sforzo. Mi forma scolpendomi a colpi di cuneo. Tu non sei loro e loro non sono te. Non seguire nessuno, non farti seguire da nessuno, ma se riesci, se vuoi, collabora. Sapendo che ogni collaborazione è destinata a terminare. Il vecchio mi aveva aiutato a rinascere. Per nessun motivo se non quello che era giusto farlo. Restituire un corpo ed una mente alla vita in un mondo di corpi e menti morti. Per lo più. Sii coerente nelle tue convinzioni, perché la coerenza esprime forza interiore e sicurezza del mondo. Non ammirare qualcuno, impara. Se vuoi fare una cosa falla. Un giorno il vecchio era sparito. Senza preavviso, senza lasciare traccia o speranza di farsi vivo nuovamente. Semplicemente non c’era più. Non avere paura della solitudine, cercala. Ogni tanto stacca. Stacca tutto, lascia il tuo telefono, il tuo computer, prendi uno zaino e cammina. Solo con te stesso 24 ore. Tu e la mente. Io e la mente. Quando tornerai sarai diverso. Il mondo sarà più soffice, benaccetto. Non sfuggire la solitudine, cercala. Neve. Mi fermo. La corsa è finita. Il respiro affannato i muscoli caldi il corpo pulsante. Ormai le ombre dominano la sera. Alzo lo sguardo verso il cielo terso. E’ ancora azzurro. Corpo, mente uomo. Più nulla tra me e la montagna. Riprendere possesso di me stesso. Grazie vecchio.

04/02/13

Lo scudo e le gradinate



Apro gli occhi. Sdraiato sul materassino da campeggio. Fisso il bianco delle piastrelle. Grumi di cartaigenica in poltiglia pendono dal soffitto che scende a spiovere. Lo scherzo di qualche burlone del passato. Rimasto lì a seccare per anni, ed ora dentro i miei occhi. Li chiudo. Qualcuno ha parlato. Un’ora. Un minuto. Un secondo. Un giorno. Li riapro. Le finestre di vetro ruvido inondano la stanza di una luce blu ghiaccio. Le cinque del mattino. Dove sono? Sono in uno spogliatoio allo stadio Carlini. Oggi è il 18 luglio del 2001. Qualcuno ha parlato. Le piastrelle rosse del pavimento. Due stanze, spogliatoi docce e cessi. Le panchine addosso ai muri sono ingombre di casse. Maschere antigas, caschi, guanti da lavoro, occhialini da saldatore e materassini da campeggio per le protezioni. Dormo affianco al generatore. Non fa freddo. Chiudo gli occhi, ma qualcuno parla di nuovo. Una voce ripetitiva dal tono preoccupato squillante. Svegliaa, alzatevi. Dobbiamo prepararci. Svegliaa. Svegliaa. Riapro gli occhi. Dall’altra parte della stanza dorme il Lencio. Non da segni di vita. Poco più in là Michele, si sta invece alzando. Il fastidio della voce litaniosa continua. Svegliaa alzatevii sveglia…Non riesco a capire da dove proviene. Forse da fuori. Cerco di issarmi sui gomiti, ma non è un vero tentativo. Richiudo gli occhi e sento i passi di Michele che esce dallo spogliatoio. Un’ora, un secondo, un giorno. Un minuto. Michele rientra e i suoi passi sono affrettati. “Ragazzi alzatevi c’è la polizia!”. Il respiro si blocca un istante ed una voce roca chiede “Stai scherzando?” Da sotto le palpebre capisco che è la mia. “No, vogliono fare una perquisizione, alzatevi!” Uno, due, tre secondi. Mi alzo di scatto, gira la testa e quella che mi passa in mente è una grande bestemmia. Il sonno in quei giorni è troppo poco e la lucidità alla mente fatica a venire. E’ l’alba. Anzi è il crepuscolo prima dell’alba. Scuoto il Lencio dallo stato di morte apparente e gli comunico la notizia. “Sveglia ci son gli sbirri” In mezzo secondo è già in piedi. Mi sciacquo la faccia con acqua fredda per cercare di raggiungere il mio stato cosciente. In quel momento entra di corsa un compagno. Lo vedo nello specchio prendere una sedia e nascondere un cubo di fumo sopra il neon che pende dal soffitto. Penso che non sia una grande idea nasconderlo nel magazzino dove teniamo il materiale per la piazza ma non dico nulla. “Se quando torni non c’è più non sono stato io”  lo apostrofo. Dai vieni e chiudiamo a chiave. Giù per il corridoio, su per le scale usciamo e siamo subito dall’ingresso. Lo sguardo va fuori dal cancello chiuso dove si affollano i compagni. Sbirri in assetto. Lo sguardo scorre sopra i caschi. E scorre e scorre e scorre e scorre….lo stomaco si stringe strizzato da dita forti ed invisibili. Mi faccio spazio e mi sporgo dal cancello…e scorre e scorre. Cazzo, sono tantissimi. Sembra che abbiano circondato lo stadio. Sguardi cattivi filtrano attraverso il plexiglass delle visiere. Sotto il casco blu qualcuno ha il viso coperto da fazzoletti alzati. Una voce arriva dal gruppo di contatto. Stanno per entrare! Cordone! Le braccia si incrociano forti e strette con i compagni. Uniti e compatti quel fiume di caschi neri e blu mette meno paura.  Due cordoni, uno di fronte all’altro. Un corridoio con pareti di uomini e donne. Si apre il cancello. Adrenalina nella presa delle braccia. Stanno entrando. No, non tutti. Solo una decina. Digos per lo più, circondati dai giornalisti e dal gruppo di contatto. Scorrono nel nostro corridoio umano passandoci davanti. Casarini ha il passo deciso e lo sguardo che non ammette repliche. La palla ora ce l’abbiamo noi. Anche se fuori gli sbirri sono centinaia. Entrano nel campo di terra e ghiaia. Noi restiamo immobili in alto sulle gradinate. Siamo tutti schierati e in cordone a guardarli passare. Fanno pochi passi poi Casarini si ferma. Raccoglie da terra uno scudo in plexiglass. In verde campeggia la scritta NO G8!  Lo mostra agli sbirri e lo mostra ai giornalisti. Poi si gira e lentamente lo alza verso le gradinate. Ci guarda, lo guardiamo e, cazzo, sembra davvero una specie di guerriero medievale. Boromir. Un brivido percorre la folla ed un applauso ed un unico grande grido d’approvazione rispondo ai riflessi del sole sullo scudo al cielo. Quello che stiamo facendo è dichiararlo. Senza paura, senza esitazione. Noi sfonderemo la zona rossa. E lo faremo così, solo con questi scudi, solo con i nostri corpi e non ci potrete fermare se non con abnorme violenza. Perché noi siamo nel giusto. Perché noi siamo il colore della terra. Gli sbirri vengono scortati fuori e mentre risalgono i gradoni un coro nasce spontaneo e cresce sempre più forte fino a farsi assordante. Genova libera, GENOVA LIBERA! GENOVA LIBERA! Affrettano il passo inseguiti da questo grido pressante ed escono. Dietro di loro neanche si chiude il cancello. Non abbiamo nulla da nascondere. Quelli che si nascondono dietro grate di ferro siete voi, otto grandi impauriti.  
Quella perquisizione forse non sarebbe dovuta andare così secondo i loro piani . Ma come sappiamo avrebbero avuto modo di rifarsi. Usando contro un unico corpo compatto e multiforme quell’abnorme violenza che è tipica del potere. Assassini aguzzini e bugiardi a difendere un sistema in procinto di collassare in una crisi globale. Otto. Eppure contro di loro l’umanità.

21/10/12

La strega



Gli avevano detto che lì c’era una strega e Lindo ci aveva creduto. Gli era stato detto da un vecchio, alla locanda di quel posto sperduto. Soltanto boschi e strade buie e il gorgogliare dei torrenti in crepacci coperti di foglie. Lindo stava mangiando da solo seduto a un tavolo di quercia.
 Lo faceva spesso. Mettersi in macchina sulla Statale e andare. Senza una meta, senza una vera direzione, senza conoscere i luoghi. Fermandosi solo quando trovava quella dolce sensazione in cui cullarsi. La sensazione di insignificante. Di un posto che anche se non fosse esistito al mondo non sarebbe cambiato niente. Qui dominava il nulla. Gli alberi, vegetazione marcia e intricata nel sottobosco. Acquitrini, funghi, legno bagnato, freddo umido e odore di muffa. Rumori e versi sinistri tra l’oscurità delle frasche. Nessuno conosceva questi posti e chi ci viveva avrebbe voluto andarsene via. I pochi che restavano ammuffivano, i lineamenti del viso si indurivano di solitudine. Il tono di voce diventava basso e grezzo, più abituato a parlare coi tronchi e le pietre che con gli uomini. Chi restava diventava amico del vino, di primo mattino, all’alba, le mani screpolate nell’uso di attrezzi arrugginiti, e al pomeriggio ed alla sera. Finché era più vino che sangue nel corpo, la notte. Quelle notti senza luci, senza stelle, solo il profilo scuro delle rocce coperte di arbusti. Neanche le stelle. Per chi restava, la dimensione della normalità consisteva in un continuo vacillare tra indolenza e follia. Una zappa nel collo, una sega elettrica che scappava di mano…l’impulso omicida non era poi così raro in quei posti. Il vecchio beveva un rosso senza etichetta e lo fissava. La faccia sfatta, la barba di una settimana e un tic che lo costringeva a chiudere l’occhio sinistro ogni tre secondi. Si versò un altro bicchiere e continuò a fissarlo. Astio e sospetto nel suo sguardo. Lindo lo ignorava. Sapeva che il vecchio aveva delle cose da dire. Ma sapeva anche che in quei posti nessuno amava i forestieri. Tutto stava nel vedere se avrebbe vinto l’odio per lo straniero o l’impellente bisogno di raccontare. Narrare quelle poche cose interessanti che aveva appreso nella vita. Lo ignorava aspettando. Si concentrava sul piatto, rapito dalla zuppa di cinghiale. Quando posò il cucchiaio e si accese una sigaretta finalmente il vecchio si decise e parlò. I suoi denti erano giallo-zolfo e zolfo era anche l’alito che usciva dalla bocca impastata da un vino acido. “Questo posto non esiste” disse in tono aggressivo. “Come scusi? “ chiese Lindo simulando di non aver sentito bene. “Questo posto non esiste!” Ripeté duro il vecchio. “ Perché sei venuto?” ma poi non aspettò risposta e continuò. Era una caratteristica degli uomini di quei luoghi, non ascoltavano. Se parlavano era per essere ascoltati. Non gli importava nulla della città da cui provenivi, delle esperienze che avevi fatto, di quello che avresti potuto raccontargli. Se parlavano era perché dovevi stare a sentire. Tu nuovo paio di orecchie a cui raccontare storie già dette, opinioni convinte che non sarebbero cambiate mai. A volte erano storie banali. Tristi e buie, di anni di carestia, di malattie, di tumori, di morti improvvise. Di beghe di confine tra campi e pascoli, di giovani rimaste improvvisamente gravide e sole… altre volte erano più strane, affascinanti. Frutto dell’emarginazione o della follia. Storie pescate dai recessi remoti delle valli. Da buie cantine, da stalle interrate, da giorni di nebbia e foschia. Grida, lamenti sotto un cielo di piombo. Queste ultime erano le storie che Lindo voleva sentire e lo vedeva dallo sguardo perso del vecchio. Stava per raccontarne una. Una di queste storie. “ Questo posto non esiste.” Ripeté per la terza volta. “Prima! Prima esisteva. Prima c’era un sacco di gente, quando c’era la cava e si trasportavano pietre. Qui era sempre pieno e si giocava a carte e si beveva! E giravano soldi e gente di Roma e Milano… ingegnieri ed esperti di roccia giù al fiume. C’erano giovani e si lavorava. Poi la cava ha chiuso e tutti erano più tristi. Ma tanti…- scolò il bicchiere e se lo riempì in un lampo -…tanti erano rimasti, tante buone famiglie, donne, ragazzi, lavoratori.” Il vecchio si fermò. Per un momento Lindo pensò che non avesse più nulla da dire. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Ricordi di bei tempi, di quando forse lì c’era stato un motivo per cui tirare avanti. Taceva, immobile. Lindo stava già per alzarsi ed andare a pagare quando il vecchio riprese e quasi gridò  “Prima! Ora non esiste! Tutti morti, tutti matti! da quando… -fece una pausa e il suo tono si abbassò - da quando è arrivata Lei ” D’istinto il suo sguardo vagò intorno intimorito cercando qualcuno che fortunatamente non c’era e non poteva sentire . Lindo percepì qualcosa. Si agitò interessato sulla sedia ed una strana sensazione gli pervase la nuca, alla base del collo. Si protese e  guardò dentro agli occhi del vecchio. Occhi grigi e spaventati. “Lei chi?” chiese.
“Lei” rispose il vecchio con un filo di voce. “La strega”.

La pioggia era fine e costante. Penetrava a fondo nei vestiti lasciando lento filtrare il freddo nella carne fino alle ossa.Fin dentro il midollo denso e spugnoso. Forse non era stata una buona idea addentrarsi nel bosco seguendo le indicazioni del vecchio. Quanto tempo prima? Un’ora, due non ricordava più. In quella notte totale Lindo aveva perso la cognizione dello spazio e del tempo. Nel buio riusciva solo a percepire la consistenza del terreno fangoso sotto i piedi. Le foglie umide dei rami sulla faccia. Avanti, riusciva solo ad andare avanti. Senza sapere bene verso dove. Avanzava. Non aveva altra scelta. Il pendio saliva ripido sempre più scivoloso e impraticabile. Non c’era sentiero. Scivolava. Le mani in una poltiglia di terra e foglie. “Merda!” pensò. In che situazione si era messo. Si arrampicava con l’obiettivo di scollinare. Cercare oltre il bosco  una luce anche lontana in quella notte di pece. Forse dall’altra parte avrebbe intravisto qualcosa. Un paese magari. Le case sarebbero sembrate sospese nel vuoto, puntine di gesso su una lavagna scura d’ardesia. Versi indistinti arrivavano dal fitto della foresta tutt’intorno. Lindo non riusciva a capire a che razza di animale potessero appartenere. Non erano cinghiali. Sembravano grida. Aveva rinunciato, il casolare non l’avrebbe trovato. Eppure il vecchio aveva detto che ci sarebbe arrivato per forza. Nonostante gli avesse intimato di non andarci. “Nel bosco, qualunque strada tu prenda ci arriverai.  Anche se non vuoi. Anche se pensavi di andare da tutt’altra parte. Albero dopo albero te lo ritroverai davanti, d’improvviso. E a quel punto non potrai più farci nulla.”  Lindo aveva sorriso. Era colpito infine dal vecchio. Non tanto per quello che aveva raccontato, quanto perché ascoltandolo aveva percepito nei suoi tremori di voce, nei suoi sguardi persi o sfuggenti un’inquietudine autentica. Il vecchio aveva paura. Aveva realmente paura. Un'altra di quelle grida. Merda ma che cos’erano! Più vicina delle altre. Un misto tra l’urlo di una cornacchia e la risata di una iena. Un fruscio. L’improvviso suono secco di rami che si spezzano e qualcosa di grosso scappò incespicando verso valle. Nulla. Non vedeva nulla. Ora davvero non era più tranquillo. Non per i racconti del vecchio. Sentiva che quel bosco avrebbe potuto inglobarlo per giorni e nessuno lo avrebbe mai ritrovato. Ansimando appoggiato a un tronco ruttò vino e zuppa di cinghiale. Il vecchio aveva pronunciato la parola strega. Lindo si era seduto al tavolo con lui e aveva ordinato un’altra bottiglia di rosso. Aveva lasciato passare un po’ di tempo per dargli modo di perdersi nei suoi ricordi. Quando ci si è totalmente dentro con la testa, con lo sguardo, col sudore, le storie si raccontano meglio. Le immagini sono più vivide, ricche di particolari, di informazioni. Aveva sorseggiato anche lui l’aspro del vino forte, senza nome. “Le streghe non esistono.“ aveva poi detto platealmente. La provocazione era studiata per ottenere una reazione. Il vecchio era subito scattato.  Assalito da una collera accesa, si era girato guardandolo torvo. Lindo quasi sorrideva. Ora avrebbe provato a convincerlo e  avrebbe potuto capire se mentiva o meno. Se era un folle soltanto o se c’era del vero nelle sue parole. Avrebbe capito cosa c’era in quel bosco. “E’ una strega!” aveva gridato il vecchio. “Matti, tutti matti i giovani di questo paese! Si vedevano.. si vedono in quel casolare in mezzo al bosco! -parlava veloce, senza pause, preso dall’ansia-  Fanno riti strani usano droghe e uno di loro si lascia prendere dalla strega! Lo prende gli entra dentro nella mente nel cuore e il giovane grida si muove si agita prende oggetti a caso li sbatte li scuote. Suoni orribili suoni infernali escono da quel bosco! Suoni così forti così duri che il solo udirli rende folli rende cattivi! Tutti uno ad uno nei paesi dei dintorni. Tornano con qualcosa di diverso nello sguardo, con un sorriso maligno sul volto. Parlano sempre di meno non lavorano non mangiano fino a sera. Ballano e gridano soli sui prati e nei boschi. Fotografano pietre, pozze d’acqua dipingono il diavolo. Perdono l’anima!E poi il fuoco! Un fuoco grande, enorme. Tutte quelle sere Tutte! E loro lo agitano lo prendono lo usano!” Si era interrotto. Aveva ripreso fiato e ricominciato con una voce tremula ma più calma “Tutti ad uno ad uno, in gruppi di dieci, di venti. Vanno come se un suono udito solo da loro li richiamasse verso quella cascina. Vanno sempre più spesso. Fino a che in un paio d’anni non tornano più. Spariti  Ed ora che qui non ce ne sono arrivano anche da fuori, dalle città.. per lei. I suoi adepti. Per la strega. Per quella bag..”era caduto  in un improvviso accesso di tosse rauca e violenta. Lindo aveva sorriso. Ora aveva le informazioni che cercava. Qualcosa evidentemente in quel bosco succedeva e lui voleva scoprire cosa. Il vecchio si riprese e lo fissò da vicino, da troppo vicino. L’occhio cisposo si chiudeva convulsamente nel tic. Lindo aveva percepito l’odore di muffa provenire dalla bocca sdentata. “ Non andare!” aveva poi detto solennemente il vecchio e, investito dall’alito, per poco Lindo non aveva vomitato. “ Non andare!” ma si era alzato, aveva pagato il conto ed era uscito nella notte.
“Merda!” pensò di nuovo. Non gliene fregava più niente della strega, niente del casolare. Voleva solo uscire da quel bosco maledetto. Ritrovare una strada asfaltata e incamminarsi verso la macchina. Avrebbe dormito tre giorni una volta arrivato a casa. “Fanculo al vecchio pazzo” pensò. Poi la sentì. Lontana ma chiara. Lo stomaco gli si attorcigliò come un panno strizzato. Sopra gli scricchiolii dei rami, attraverso la pioggia che scuoteva le foglie, tra i versi degli animali.  Il suono potente di una fisarmonica.
Profondo. Solo due note, ma l’intensità di quel suono sembrava provenire dalle profondità della terra. Il buio si fece magnetico e i suoi piedi si mossero da soli. Lindo si trascinò sul fango verso la fisarmonica lontana. Una nota bassa ed una fonda. Entrambe lunghe da riempire il corpo fino alla gola. Non c’era melodia, c’era solo il suono. Come quando si entra in un capannone dove sono in funzione dei macchinari. Non c’è rumore, ma un frastuono che ti investe e ti prende con sé. Tutto è dentro quel suono, ogni movimento ogni parola, ogni pensiero, ogni altro tono. Diventa parte integrante dell’udito, avvolge l’aria e i colori e quando improvvisamente cessa, per una frazione di secondo si percepisce il passaggio ad un altro mondo, ad un'altra materia. Riemergere dall’acqua dopo un tuffo. Profondo. I suoi piedi si muovevano e Lindo quasi non se ne accorgeva. Non riusciva a vedere nulla oltre l’albero che di volta in volta gli si parava davanti. Scendeva. Rapito dal fragore della fisarmonica che si faceva sempre più vicino, sempre più grande. Non riusciva a formulare pensieri. Ad ogni passo il suono aumentava spaventosamente di volume finché il suo stomaco iniziò a vibrare dei bassi ed anche se avesse parlato Lindo non si sarebbe sentito. Doveva quasi essere arrivato. Poi lo stacco improvviso, la fisarmonica cessò in mezzo alla prima nota e un grido lacerante percosse l’aria scioccando il bosco e le rocce. Il timpano gli premette sul cervello e gli parve che gli alberi si spezzassero e si  protendessero verso di lui. Un urlo lunghissimo e prima che l’eco potesse spegnerne lo schianto, un altro identico si replicò nella valle. Lindo chiuse gli occhi, porto le mani alle orecchie e si lasciò cadere in ginocchio nel fango. Quella voce lo attraversò dall’aorta all’osso sacro dentro alla spina dorsale. Era una donna. Ma senza tempo. Una voce dolce. La Terra. Veniva da lontano, da molto lontano e da sotto le scarpe. Risuonarono le rupi violentate dalle ruspe, i massacri dei popoli delle selve e delle pianure, mille voci dai cimiteri di guerra, ghiacciai che si sciolgono, densi fumi neri nel cielo e il fuoco nelle foreste. Risuonarono valli innevate, placidi torrenti gelidi, lo sciabordio di onde sugli scogli e il verso di mille cicale. Sofferenza vita ed un grido di guerra vero e profondo. Il sangue gli scorreva veloce nelle vene, le tempie pulsavano prossime a scoppiare. Lance alzate al sole, frecce incoccate pronte a scagliarsi, fionde caricate dietro alle barricate, fucili tra la boscaglia,  sassi nelle vie stretti forte con le dita. Rabbia e sopravvivenza. Lotta e angoscia. Sangue. La Terra gridava il suo dolore. Profondo.
Piano. Sempre più piano e poi l’urlo si spense. Lindo si sentì esausto come dopo uno sforzo improponibile. La pioggia cadeva ancora. Radi aghi d’acqua sugli alberi. La fronte cedette in avanti ed incontrò il duro tronco di un albero. Gli occhi ancora chiusi, strizzati, le mani a premere sui timpani. La pelle si sbucciò di corteccia e un rivolo rosso cadde immediato sulle ciglia. Lindo schiuse le palpebre. Era arrivato. Lo sentiva.
Si alzò, oltrepassò un albero e si trovò davanti al muro. Pietre antiche, nere, umide. “…ci arriverai. Anche se non vuoi. Anche se pensavi di andare da tutt’altra parte. Albero dopo albero te lo ritroverai davanti, d’improvviso.” Un brivido lo scosse. Il vecchio aveva ragione. “..a quel punto non potrai più farci nulla.” Era vero. Era tutto vero. A tastoni seguì il muro nel buio. Terra e sangue incrostati sul viso. Non riusciva controllare un tremito convulso alla mascella. Silenzio.  Solo un ronzio magnetico e costante. Sembrava provenire da dentro le mura. Basso, quasi sussurrato gli parve di udire un vocio e poi il crepitìo di un fuoco. Luce oltre l’angolo in fondo. I piedi lo guidarono veloci come se non fossero membra del suo corpo, dolorante fin dentro il midollo. Svoltò. La fiamma sarà stata alta almeno due metri. Il bagliore giallo lo accecò. Dentro ad un ampio cerchio di pietre sul prato, ciocchi e tronchi d’albero bruciavano come fiammiferi. Intorno nessuno. Il calore sprigionato era ustionante. D’istinto le mani andarono a proteggere  il volto. Poi, piano le pupille si adattarono al bagliore. Avvicinandosi alla fiamma individuò un apertura nel muro del casolare. Un ingresso senza vetri né porte. Ne usciva una luce rossastra. Agì d’impulso. Tra lo scoppiettare dell’immensa brace si avvicinò silenzioso e gettò uno sguardo dentro. Quindici ragazzi erano seduti sul pavimento di legno. Uomini e donne. Bisbigliavano, qualcuno fumava . La stanza era ampia. Davanti a loro erano accatastati degli oggetti senza un senso, senza una logica. Uno specchio, un asse di legno, l’asta di un microfono , una specie di tubo che non riusciva a capire che cosa fosse, decine di scatoline e pedali, un intrico di cavi elettrici, un altro specchio, due enormi casse stereo da cui proveniva il ronzio, la fisarmonica ed un violino appoggiato alla parete. La ragazza seduta al centro del gruppo si alzò dicendo qualcosa. Tutti  guardarono verso l’ingresso e a Lindo gelò il sangue. Rumore di passi dietro alle sue spalle. Si girò ed una figura in camicia bianca gli passò accanto. Era emersa da dietro il falò, prima nascosta dal bagliore. Bloccato dal panico non riusciva a muoversi ad emettere un grido. La figura, quasi lo sfiorò ma parve non vederlo. Era un uomo sulla trentina dai movimenti lenti e meccanici con gli occhi spiritati e fissi davanti a sé. L’uomo lo oltrepassò e varcò la soglia. Silenzio. Lindo non riuscì a trattenersi e spiò di nuovo. Il giovane era fermo in mezzo alla stanza. Tutti guardavano lui, lui guardava il violino. Nessuno si muoveva. Lo sguardo di Lindo cadde sulla donna in piedi e il cuore gli balzò in gola. Sembrava che lo stesse guardando. Era alta, il capo quasi toccava il basso soffitto dello stanzone. I capelli sciolti, neri, lunghissimi le sfioravano i piedi. Nudi tra le schegge del legno. Al centro del viso, al di sopra del naso un orecchino d’acciaio le attraversava la carne. Sotto quelle sopracciglia marcate, in quegli occhi vitrei, Lindo vide la follia e sentì il male. Era lei… La strega lo stava fissando. Ebbe paura ma la donna spostò lo sguardo e d’improvviso il giovane in camicia si mosse. Afferrò con foga il violino appoggiato al muro, lo fissò, lo avvicinò alle labbra finchè il suo fiato non fu condensa sul legno e poi tirò un grido agghiacciante. Lo strumento vibrò e un suono distorto fu amplificato mille volte. Un fragore devastante, una frana in montagna. L’uomo iniziò a battere con le mani sul violino e a tirarne le corde con le dita. Ogni suono prodotto non spariva, si allungava nell’aria, tornava e ritornava ciclico sommandosi ai successivi e più picchiava gridava e tirava, più suoni si aggiungevano ad un frastuono insopportabile. Di nuovo Lindo fu investito da quell’impatto sonoro, si sentì attraversare e strinse le mani contro la pietra dello stipite. I giovani seduti in terra avevano iniziato a scuotere piano la testa. Annuivano compiaciuti come sentissero un ritmo. Lindo gridava, sentiva l’aria premere forte sulle ossa dei timpani ma le sue grida non potevano essere udite, si confondevano nel delirio generale che pervadeva ogni cosa. Gridava e non riusciva a fermarsi,  guardò la strega che lo fissava di nuovo. Le dita della donna si muovevano violente e ad ogni suo  movimento corrispondeva un movimento convulso del giovane, tutti scuotevano la testa, il calore era insopportabile, Lindo gridava, Lindo chiuse gli occhi. Fu allora che lo sentì. Il ritmo. Gli arrivò nella testa come una coltellata al cervello. Non era un ammasso di rumori casuali. Ogni produzione sonora contribuiva a formare un’onda complessiva, potente, densa..la percepì all’improvviso. La sentì sulla pelle la sentì scivolare vischiosa sul collo. Un alito denso rauco e profondo. Il respiro titanico di una creatura orrenda, roccia fusa, fuoco e sangue. Qualcosa lo ingoiava nelle oscurità di un cavo orale abissale. Lo trascinava nel buio profondo. Nella terra. Nella morte. Lindo era stato sepolto  vivo. Il male. Udiva il male,  gridava e si agitava. Senza riuscire a smettere. Ormai perso. Ormai folle.

D’improvviso la musica tacque  e rimase solo il suo grido d’orrore. Sentì una mano calda sfiorargli le dita gelide. Aprì gli occhi. “Hei ma sei fuori?”  La strega era lì. Lo guardava e lo toccava, gli prese il polso. Il suo sguardo era panico. Non disse nulla, con uno strattone si staccò dalla presa e fuggì tra gli alberi. Superato il muro di piante il suo grido si affievolì nell’oscurità. Si allontanò. Sempre di più. Fino a scomparire nel buio. Inglobato dal bosco.
La strega si girò stupita verso i suoi adepti.
“ Raga ma cos’è uno scherzo o un’altra performance?” “ Comunque è stato figo!” “Io non m’ero accorto che ci fosse fino a che non abbiamo chiuso la musica” “boh dai sarà qualche matto del paese” “ Ma l’hai visto? Era coperto di sangue!” “Dovremmo chiamare la forestale.” “Ma no dai che non si può perdere, la strada è vicina.” “Magari era uno tipo, come si dice… epilettico!” “Ma che epilettico! Chissà cosa s’era calato quello!” “Si sveglierà domani sotto un albero chiedendosi come c’è arrivato e poi se ne andrà a casa.” “Ma nessuno lo conosceva?” “Mai visto prima” ”il posto lo conoscono molti ormai” “può essere che abbia visto l’evento su facebook..” “Che scoppiato!” “Comunque figa la performance col violino!” “M’ha colpito di brutto!” “ Si bella! Davvero bravo!” “ Anche la tipa con la fisarmonica ha davvero spaccato!” “Bom , io mi sa che vado, si sta facendo tardi” “Anch’io che domani lavoro” “ Quand’è che ci si vede?” “Forse sabato prossimo, ci son questi due artisti che vorrebbero suonare qui. Vi mando i link da youtube”. “ Dai ci si becca” “ io ti do una mano a pulire” “Ciao raga!” “Ciao!”

Il buio regnava sui monti e sulle valli. Di Lindo non si seppe più nulla. Ma certe leggende dei monti raccontano di un uomo che lasciò la città per cercar delle storie. Si fermò nel nulla, si avventurò tra gli alberi la notte e non ne tornò mai più.

 Inglobato dal bosco.


03/08/12

Tarek

http://​www.flickr.com/​photos/_thehyla_
Foto di I. Franzese
http://www.flickr.com/photos/_thehyla_
 La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Nulla. In realtà non faceva nulla. Se non esporre sé stessa, sdraiata su un divano di velluto nero. Nuda agli occhi di tutti. L’annuncio… e nella sala un vociare acceso si diffondeva a macchia d’olio. Poi il sipario rosso si alzava e i grassi signori in doppio petto e cilindro andavano in visibilio. Eccitati agitavano i sigari esclamando a gran voce apprezzamenti, insulti, stupore. Cenere e fumo salivano sparsi nell’aria. La donna serpente rimaneva immobile in silenzio sorridendo appena. Le linee blu sul suo corpo. Quegli occhi gialli che sprofondavano in nero. Li guardava provocante, esposta ai loro sguardi, alle loro voglie più morbose e nascoste. Quei ricchi ciccioni andavano su di giri e si trasformavano in animali senza ritegno. Poi partiva l’asta. Il presentatore, Frank il rosso ghignava. Danzava sul palco, parlava con voce suadente e provocatoria. Li stuzzicava, li sfidava, li scherniva infido e servile. La vendeva per una notte. Nobili e ricchi signori di questa bellissima città! Questa notte sarà una notte unica per qualcuno di voi! ma solo per uno di voi! Il più bravo, il più forte, il più abile! Parliamoci chiaro amici miei, avete mai visto qualcosa di così tremendo e attraente? Qualcosa di così orribile e sensuale al tempo stesso? Una mostruosità provocante, irresistibile vi sta chiamando. Guardate questa creatura metà donna metà animale..o forse tutti e due insieme! Guardate quella pelle liscia e squamosa! Quelle labbra rosa, carnose e gelide! Osservate le linee blu del suo corpo invitante, i seni grossi, strani sodi..…vi state accendendo vero? Fate bene perché quest’essere è un concentrato di erotismo e carnalità! Una donna-bestia che non cerca né desidera altro che sesso tra gemiti e grugniti! Non è mai soddisfatta, vi chiederà sempre vi chiederà ancora! Lasciatevi toccare dal suo sguardo bramoso…non vi viene voglia di tirarla per quei capelli scuri e farla vostra? Non ne esiste un altro esemplare in natura e non passerà mai più per queste strade! Un errore Signori! Un errore bellissimo dell’evoluzione. Un prodotto infernale confezionato per voi da Satana in persona! Una diavoleria stupenda per il piacere di corrompere e viziare la carne dei veri uomini….Siete veri uomini voi? C’è qualche vero uomo tra il fumo dei sigari di questa sala!? Immagino di sì nobili padroni! Vedo tante facce mascoline e scolpite tra questi tavoli, tanti corpi virili e temprati! E allora signori miei chiudete quella bocca aperta per lo stupore! Smettetela di gridare fesserie e fatemi la vostra offerta! Forse preferite che l’amico accanto a voi si porti via l’occasione della vostra vita? Non sarà per caso più ricco di voi? Signori e signori affrettatevi perché quando questo martelletto toccherà il tavolo avrete soltanto dieci minuti per aggiudicarvi l’emozione più forte e strana che abbiate mai provato. Vi farà gridare signori! Non lasciatevela soffiare da sotto il naso! Solo dieci minuti per comprarla! Solo dieci minuti per comprare una notte con la Donna Serpente!” Battè il martello sul tavolo...l’asta è aperta! gridò. E come sempre scoppiò il pandemonio. Bocche da cani rognosi gridavano cifre spropositate. I vecchi si insultavano tra di loro, sgomitavano per avvicinarsi e farsi sentire. Le sedie si rovesciavano. Sputi, risse, risate sguaiate. Visi lardosi si arrossavano. Corpi flaccidi sudavano e puzzavano nella foga. Sigari venivano accesi o lanciati per terra. Animali o uomini. Bestie. Porci. Ma ogni volta, alla fine, come sempre, c’era un vincitore. Sorrideva sprezzante. Tirava vigorose boccate di fumo. Riceveva pacche sulle spalle e flosce strette di mano. La guardava. Il sipario rosso si abbassò. Piano si spegnevano le luci ed in sala rimase solo il porco. Ad aspettarla.

La donna serpente rientrò dalla scena. Strisce blu sulla pelle. Si guardò nuda nello specchio della roulotte. Lo sguardo provato, triste. Non perdeva mai una scintilla di vita. Viso duro, inespressivo. Splendido e orribile. Silenzio in quel camerino improvvisato. Le mancava qualcosa ed una sensazione di rabbia e solitudine le graffiava dolorosamente il petto. Presto avrebbe dovuto cominciare. Un’altra notte di disgusto e finzione. Contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Sempre di più, ogni volta avrebbe voluto affondare le unghie affilate dentro le loro gole. Le sarebbe bastato un attimo. Quei grassoni avrebbero rantolato e sputato sangue sotto la durezza dei suoi occhi gialli. Ma non poteva. Tempo prima, dopo averla picchiata, uno di quei pervertiti le aveva chiesto di graffiarlo. Presa dall’odio gli aveva aperto cinque squarci nella schiena e il materasso si era inzuppato di rosso. Era rimasta a guardarlo strillare come un maiale. Ma attirati dalle grida loro erano entrati. L’avevano spaventata e aveva provato paura.  Non per la sua vita, no. Tarek, l’unica cosa che per lei contava davvero. L’avevano preso e stretto e il cuore le si era fatto piccolo piccolo. L’avevano messo sul pavimento e avevano minacciato di prendergli a calci la testa. Si era buttata per terra piangendo ed urlando ed era stata nuovamente nelle loro mani. Il vecchio, incosciente ma vivo, era stato fatto rotolare fuori dalla roulotte ed erano scappati. Verso un’altra città. Verso un altro locale. Verso un’altra notte d’inferno. Ma non sarebbe stato sempre così. Non per sempre. La porta alle sue spalle si aprì e Frank il rosso entrò con il suo solito ghigno. La guardò come sempre faceva. Affascinato e intimorito. Crudele. “Preparati!” le disse “ Sta per arrivare e sembra uno molto esigente. Ti ha pagata a peso d’oro. Accontentalo.” Un lampo minaccioso passò negli occhi da faina. “Voglio sentirlo gridare di piacere non di dolore. Non deludermi.”Sorrise. Si girò per andarsene ma la donna serpente emise un sibilo aggressivo, quasi un ringhio. Frank il rosso trasalì e si voltò sicuro,  cattivo nello sguardo. Il sogghigno si allargò ulteriormente. Finse una faccia di stupore e poi scoppiò in una rumorosa risata. Il verso di una iena. “La signora vuole vederlo vero?” Disse sostenuto. “Patetica. Sei patetica lo sai?” La donna serpente non rispose. Non parlava. Non parlava mai. Dal giorno dell’incidente alla fabbrica. Non aveva più pronunciato una parola. “E sia. Te lo faccio vedere. Come ogni notte.” Disse con finta benevolenza. Ma subito il tono si fece duro e feroce. “Lui è mio! Se io decido lui muore. Tu sei mia! La mia unica puttana. Con te le altre non servono più.  Lavora bene e sarai ripagata. Lavora male e lui soffrirà atrocemente. Non scordartelo mai! Sei mia!” La donna serpente lo fissò con odio. “Joseph!” gridò forte il rosso. La porta si spalancò e un arabo grosso quanto un toro entrò tenendo tra le braccia un fagotto di stoffa grigia. Il cuore iniziò a martellarle e il sangue si fece caldo.  Anche il blu sulla pelle parve attenuarsi un poco. Il fagotto si muoveva.
Dita. Incredibilmente piccole si spostavano lentamente. La mano fu la prima cosa che spuntò dall’involto di stracci. L’emozione di un silenzio. I polpastrelli saggiavano la consistenza dell’aria come a poterla accarezzare. Vita che imparava a vivere, a riconoscere. Poi Tarek si svegliò ed iniziò a piangere. La madre si avvicinò. Pose il calore del seno sul suo viso. Con un suono tenero cercò di tranquillizzarlo. Dal profondo della gola presto il suono si fece melodia. Dolce,lenta, lontana. Armonie che da sempre le mamme cantano ai bambini. Quando il sole scende su quel deserto che chiamiamo terra. Quando il mondo fa più paura e si ha più bisogno l’uno dell’altro. Di una voce materna. Di un contatto tiepido, amniotico. La mano accarezzò le dita. Nulla esisteva più. Madre e figlio. Tepore cutaneo e l’amore in un gesto. Il minuscolo polso nella mano. Una carezza appena accennata. Tarek non piangeva più. Occhi scuri, neri come la pece. Socchiusi, appena vivi. La vicinanza di quel ventre che l’aveva formato. Un cuoricino che batte e la placenta rilassata. Una vibrazione dolce che sale su per la spina dorsale. Fino alla base del collo. Due esseri in uno. Concepimento e attesa. Vissuti corporei simbiotici per nove lunghissimi mesi. Poi il travaglio. Come un compagno di cella con cui si condivide tutto. Poi l’evasione. Solo per uno. Distacco e deprivazione. Generato precoce, sempre troppo precoce nell’ansia del mondo. Mai pronto ad affrontarlo. Espulso dal giaciglio caldo e sicuro, tra mille contrazioni si rompe il legame più intimo della vita. Gracile, raccolto, il primo fiato è sempre un grido d’orrore. Orrore come segnale di vita. Il contatto è la prima risposta. Un odore familiare, un istinto che guida verso il battito riconosciuto, lo stesso udito nella pancia. Il contatto è la prima risposta. All’angoscia del mondo. Poi viene la voce, la fronte, le labbra. Fasciato, accudito dalla dispensatrice di vita. Il sentimento di un dito avvolto da minuscole manine. Stringere l’indice materno, la prima vera interazione esterna tra due esseri che si amano. La percezione riflessa in uno sguardo e il primo sorriso. Tarek seguiva il viso della madre. Tarek vedeva.
”Ora basta!” gridò forte Frank il rosso interrompendo con una manata il contatto tra i due. La melodia della madre s’interruppe e si affievolì persa lontana nel vento. Sentì nocche viscide tra la pelle e il figlio. Tarek iniziò a piangere. Joseph il grosso arabo si mise a ridere grugnendo. In quel momento qualche cosa cambiò. Nulla. In realtà non fece nulla. Se non sbattere le palpebre. La donna serpente strinse appena il braccio di Frank il rosso. I suoi occhi non erano mai stati così gialli. L’istinto animale dell’arabo fu l’unica cosa che provò a farlo agire. Smise di grugnire e tentò di muoversi. Ma ormai era troppo tardi. La donna serpente contrasse le dita rendendo la mano un artiglio. Le bastò un gesto. Ci fu un suono secco e poi silenzio. “ Hai proprio ragione Frank.”  Disse con un sibilo al suo sguardo di terrore.”Ora basta.”
“Signore! Signore!” Gridava l’appuntato uscendo di corsa dalla roulotte. “ oh Cristo ! “ mormorò rischiando di scivolare su una pozza rossastra. “Signore…” gridò raggiungendolo, ma prima che potesse continuare il conato di vomito che aveva trattenuto gli schizzò dalla bocca e si trovò a vomitare ai piedi del capo. Il maresciallo fumava impassibile guardando nel buio del bosco. Il fumo del sigaro si perdeva nella notte. L’appuntato si riprese gorgogliando e si alzò in piedi pieno di vergogna. “Signore..” disse cercando di ridarsi un tono. “E’ un macello!” Trattenne a stento un altro conato. “Qui è un macello!” Continuò pulendosi la bocca con un fazzoletto.” Carne ovunque! Non riusciamo a capire quanti siano i corpi.. c’è quell’arabo, quel toro con la gola tranciata di netto. Per lui dev’essere stata veloce ma per gli altri…” Il maresciallo buttò fuori una boccata di fumo. “Due.” disse sempre guardando nel buio. “E poi signore sembra che non sia stata usata nessuna arma da taglio…solo unghie e dita  ma non può essere…” esitò un attimo. “come dice?” Il maresciallo tirò forte dal sigaro. Aspirò profondamente ed espirò alzando la testa alle stelle. Poi tornò a guardare l’oscurità. “Due. I corpi sono due. “ disse senza emozioni. “Fate ripulire il posto. Provate a vedere se quel vecchio ciccione riesce a dire qualcosa di sensato e poi andiamocene via.” Due agenti trascinavano un vecchio verso una gazzella. Il frac impiastrato di rosso e fango girdava sconclusionato. “Serpente! Striscia! Bambino!”  e scuoteva nevroticamente la testa mormorando “Aiuto! Aiuto! No! Aiuto! “Gli occhi vitrei fissi davanti “No!” gridò forte mente lo facevano sedere nella macchina ”No!”  L’appuntato guardava parlando la scena “Signore..pare che il vecchio abbia solo sentito le grida dalla roulotte. Non ha visto niente. L’abbiamo trovato tremante nascosto in un cespuglio. Ma signore i corpi non possono essere solo due….” Per la prima volta il maresciallo distolse lo sguardo per puntarlo sul suo sottoposto Un attimo di silenzio. Nella mente le immagini di un teatro fumoso, vecchi sgomitanti, bicchieri di whiskey ed una donna bellissima sdraiata sul palco. Blu. Gli occhi gialli. Quanto faceva paura. Non si era azzardato a fare mezza offerta. Lui beveva e guardava. Qualcuno disse che quel mostro  aveva un figlio. ”Due”. Ripetè.” Joseph il toro, guardia del corpo e assassino da osteria e Frank il rosso. Truffatore e magnaccia da quattro soldi. I corpi sono due”. Girò il viso verso il bosco. Ora fai sgomberare prima che ti faccia rapporto.

“…e questa è la storia di come Tarek, liberatore dei popoli dell’Africa del Nord, colui la cui scimitarra ci ha guidato e redento… questa è la storia di come Tarek nacque. Battezzato nel sangue dei suoi nemici. Ora basta, si va a dormire.” Disse il nonno e svuotò la pipa nel fuoco del camino.”